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Vi racconteremo una storia

Esatto, cari lettori, una storia.
Forse non lo sapete, ma John Goodman è dimagrito.


«Che cosa cazz?»

Non so voi, ma per me la notizia ha dell’incredibile, molto più shockante persino delle cose terribili che accadono ai nostri bambini qui in questo Paese.
Ho pianto, quando ho scoperto che John Goodman è dimagrito. Su che cosa si baserà la mia vita, ora? Quali certezze mi rimangono? Non so, domattina svegliatemi dicendo che la gravità non funziona più, FULMINACCI!


«Poor Touchdown Jesus»

E così ho indagato. Ho studiato. HO SCOPERTO.
Ho scoperto come ha fatto John Goodman a dimagrire.
E in questa puntata di Compilation vi racconterò l’inizio di questa storia, che è lunga e complessa e mi porterà un giorno a scrivere un libro molto ben documentato a riguardo.
Per ora, accontentatevi del prologo. Se poi vi piace fatemelo sapere, ché tra qualche tempo potrei raccontarvi il resto.
[PAGEBREAK] Come John Goodman perse del peso
Prologo (che avrebbe poi bisogno di un pre-prologo)

«Nemmeno io mi sarei aspettato tanto» sussurrò John Goodman rivolto al suo pappagallino, scrutando a bocca aperta l’orizzonte.

Che poi uno potrebbe anche chiedersi perché proprio John Goodman, se detto uno non sapesse nulla del suo passato come agente della CIA sotto copertura. E se anche detto uno conoscesse questo suo retaggio, sarebbe forse a conoscenza del fatto che nel 1992 la CIA aveva tagliato i fondi destinati alla copertura della sua identità segreta, a causa dei costi di mantenimento troppo elevati del tendone da circo usato all’uopo, ma certamente non saprebbe della sua reintegrazione nell’agenzia al volgere del millennio, in veste di esperto di armi batteriologiche. Non che la veste gli sia mai servita più di tanto – John Goodman è talmente grasso che le sue pudenda vengono pietosamente ricoperte da rotoli di adipe – ma il decoro dell’agenzia, insomma.

E dunque il punto è che nemmeno John Goodman si sarebbe aspettato tanto, come dimostra il fatto che disse: «Nemmeno io mi sarei aspettato tanto».

Erano le prime parole che pronunciava da almeno mezzora, da quando, cioè, si era affacciato dalla pusterla a ogiva rivolta a est che si apriva sul merlato campanile torreggiante sopra al suo castello brunito dai secoli. Il castello era stato costruito nel 1998, ma John Goodman amava l’antichità e soprattutto le parole difficili risalenti al periodo precedente la nascita degli Stati Uniti d’America, e dunque del mondo. Ecco perché aveva fatto costruire Villa Usbergo Polito, un gioiello di architettura romanica abbracciato da una faggeta e abbarbicato sulle colline sopra Busto Arsizio. Anche le colline sopra Busto Arsizio erano state fatte costruire da John Goodman, invidioso delle residenze italiche di Sting e Jim Kerr e George Clooney e Nathan Falco, desideroso di avere anche lui un pezzo di Toscana o di lago di Como o il rollìo di uno yacht, impossibilitato a trasferirsi in un luogo turistico per questioni di segretezza MA ottimamente consigliato dal suo agente immobiliare nella scelta del luogo di domicilio.
Erano le sue prime parole, e le pronunciò a mezza voce, mentre strizzava gli occhietti porcini e con lo sguardo miope spazzava l’orizzonte, che nel suo caso, essendo lui giustappunto miope, coincideva con la periferia di Busto Arsizio. «Come hanno fatto?» si chiese, accarezzando pensoso la testa del suo pappagallino Geronimo Barreto. «Coprolalia! Parole sconce!» gli rispose il pappagallino; John Goodman l’aveva fatto addestrare perché dicesse le peggio cose, ma non era riuscito a spiegarsi con il trainer come avrebbe voluto. Problemi di comprensione reciproca, o forse era solo perché John Goodman è mostruosamente grasso.

«Come, e soprattutto perché l’hanno fatto?». John Goodman stava per voltare le spalle allo spettacolo spaventoso che gli si era appena spalancato davanti agli occhi, sempre borbottando tra sé «come hanno fatto?», quando udì una voce sarcastica alle sue spalle che diceva: «Dovresti saperlo, amico mio». John Goodman si voltò lentamente (in fondo era mostruosamente grasso), senza alcuna fretta né voglia di trovarsi faccia a faccia con il proprietario della voce.
Perché il proprietario della voce aveva ragione: John Goodman sapeva perfettamente come avevano fatto, perché aveva contribuito lui stesso al progetto.
[PAGEBREAK] Era cominciato tutto otto anni prima, quando il flatulento attore era stato richiamato dalla CIA a svolgere le sue mansioni di ricercatore in incognito. Il progetto era semplice e geniale: sviluppare una tossina che colpisse selettivamente persone tra i trentacinque e i sessantacinque anni, con un reddito superiore ai 120.000$ l’anno, una macchina di grossa cilindrata e un BlackBerry. Se avesse funzionato, l’esercito degli Stati Uniti d’America avrebbe avuto tra le mani l’arma più potente della storia delle armi più potenti, un gas innocuo per la popolazione civile ma in grado di sterminare l’intera classe dirigente di un Paese. Sembrava tutto perfetto, ma la CIA aveva commesso un errore minuscolo ma fatale: John Goodman non sapeva asolutamente un cazzo di armi, di batteri e di tossine; era solo spaventosamente grasso, il che probabilmente c’entrava in qualche modo con la sua nomina, ma forse anche no.

Ma John Goodman era anche un bravo cittadino americano, e come ogni rispettabile figlio dello zio Sam – quindi cugino di qualcuno, ma non si sa di chi – aveva fatto del suo meglio per servire il Paese. In cinque anni di affannose ricerche, passati tra provette, vetrini, alambicchi fumanti e altro armamentario offertogli dalla CIA (anch’essa non particolarmente esperta di ricerche batteriologiche, come dimostrano gli alambicchi fumanti) aveva prodotto del lucido da scarpe per infradito, lo sperma sintetico – un successone nel Sol Levante –, alcune tinture di colori sbagliati e un dentifricio in grado di bruciare le gengive dei gerbilli.

Ah sì, e il virus che trasforma gli uomini in zombie.
Solo che questo non l’aveva detto a nessuno.
Solo che la CIA lo controllava e gliel’aveva rubato.
Solo che la CIA non sapeva che farsene, perché insomma, gli zombie, l’infezione, l’apocalisse, e poi noi a cosa serviamo, si erano chiesti.
Solo che se hai in mano un’arma potentissima cosa fai, non la usi?
Solo che John Goodman era scappato dagli Stati Uniti dopo aver scoperto detta arma, per sfuggire dalle grinfie del governo e sciacquarsi la coscienza, già sufficientemente sporca dopo aver divorato la sua famiglia nel 1997.

E ora John Goodman guardava fuori dalla sua finestra, scrutava la valle che si stendeva ai suoi piedi, con le alte torri di Busto Arsizio a svettare in uno scenario di rovina e distruzione, e contava con sgomento le centinaia di migliaia di varesotti ormai privati del loro cervello, e li ammirava con fascinazione e orrore mentre vagavano senza meta tra le lamiere delle auto e i campi di calcio e qualsiasi altra cosa ci sia a Busto Arsizio a parte Busto Arsizio.
E John Goodman ripensava alle parole del suo superiore alla CIA, che ironicamente si chiamava John Goodman, parole che anche a distanza di anni continuavano a sembrargli velate di una sottile minaccia: «Ti spazzeremo via dalla faccia della Terra per quello che hai fatto, ti cancelleremo da questo pianeta usando quelle stesse armi che tu hai contribuito a creare, in un’ironica svolta degli eventi che ci consentirà di liberarci di te, dei tuoi terribili segreti e del tuo adipe, perché abbiamo un’arma potentissima, e cosa fai, non la usi?».

Da allora, John Goodman aveva fatto di tutto per evitare le infradito, lo sperma sintetico e i gerbilli, si era trasferito a Busto Arsizio e aveva vissuto nella più totale segretezza, garantitagli tra l’altro da un corso intensivo di dialetto bustocco e dall’anonima residenza che aveva scelto. Eppure la CIA l’aveva trovato, e aveva bombardato la sua residenza con fialette contenenti il temibile virus, e per non saper né leggere né scrivere le aveva gettate anche su tutto il nord Italia, e John Goodman non aveva potuto fare altro che assistere impotente alla zombificazione del suo popolo d’adozione, e aveva pianto e aveva sperato che lo lasciassero tutti in pace, in saecula saeculorum.
Invece qualcuno («Dovresti saperlo, amico mio») l’aveva trovato. E ora gli voleva fare IL MALE.


[PAGEBREAK] John Goodman, dunque, si voltò lentamente (in fondo era mostruosamente grasso), e non vide nulla. Preoccupato – «Sto cominciando a sentire le voci?» – guardò a destra e a sinistra, poi in alto e infine in basso, e lì vide Tom Cruise.
«Finalmente, ciccione» sibilò Tom Cruise. John Goodman sospirò, appoggiò la gabbia di Geronimo Barreto sulla credenza di mogano (che voi non lo sapete, ma era sempre stata lì fin dall’inizio), diede un colpetto al perno che teneva il pappagallo segregato e si girò a fronteggiare l’avversario.

«Ciao, Tom Cruise» disse.
«Ciao, John Goodman» rispose Tom Cruise.
«Mi hai trovato, alla fine, Tom Cruise»
«Ma anche all’inizio, John Goodman»
«Cosa intendi dire, Tom Cruise?»
«Che è da anni che siamo al corrente della tua posizione, John Goodman»
«Dovremmo smetterla di chiamarci reciprocamente per nome, Tom Cruise, visto che già ci conosciamo. E comunque, “siamo al corrente” chi?»
«Io e la chiesa di Scientology, John Goodm… scusa»
«La chiesa di… ma non lavoravi per il governo?»
«Che coincide con la chiesa di Scientology»
«Ma io credevo che la chiesa di Scientology volesse far cadere il governo per prendere il potere»
«Oh no, John Goodman, questo è successo tanti anni fa. Ora noi siamo il governo, ma facciamo credere alla gente di voler eliminare il governo per tenerli in uno stato di dubbio costante, per impedire loro di capire per chi debbano tifare»
«E perché volete me, Tom Cruise?»
«Per ucciderti, ovviamente»
«E cosa avrei fatto?»
«Guarda fuori dalla finestra»
«Lo so cosa c’è fuori dalla finestra, ma a voi cosa importa?»
«Una cosa così grossa non può che essere colpa del governo, o di qualche setta sovversiva e potentissima. Nessuno darà la colpa a te»
«Ma non la daranno nemmeno a voi. E comunque È colpa vostra!»
«Appunto!»
«Appunto cosa?»
«Appunto! E poi, tutto questo la gente non lo sa. Forse daranno la colpa al governo, e allora noi saremmo molto incazzati perché il governo cadrà e i nostri uomini migliori sarebbero cancellati per sempre dallo scenario politico. Dovremmo sostituirli con altri, giovani e inesperti, che la gente sospetterà appartenere alla chiesa di Scientology. E a quel punto sorgerà loro un nuovo dubbio: e se tutto questo, tutto, zombie e quant’altro, fosse colpa di Scientology, un orrendo progetto che prevede milioni di vittime e anni di guerra solo per ottenere il potere? Se la prenderebbero con noi, John Goodman, noi di Scientology, e noi di Scientology però del governo dovremmo agire di conseguenza, e reprimere le proteste, e proteggere noi stessi; e così la gente capirà che chi gestisce il Paese in realtà lo fa per conto della chiesa di Scientology, e vorrà far cadere il governo, e ci ritroveremmo come qualche riga fa, solo un po’ più vecchi e un po’ più annoiati. Chiaro, no?»
«Ma cosa ci guadagnate a uccidermi? L’emergenza rimarrà, voi dovrete affrontarla e ci ritroveremo come qualche riga più sopra rispetto al qualche riga fa, e questo significa che comunque ve la prenderete nel culo»
«No, perché noi racconteremo a tutti le tue malefatte, ti smaschereremo e ti esporremo al pubblico ludibrio, e diremo al mondo che tu lavoravi per la CIA e che quindi tutto questo altro non era che un progetto segreto della CIA per spodestare il governo e la chiesa di Scientology. E così potremo epurare gli alti papaveri della CIA e sostituirli con uomini di Scientology, ma insospettabili, così da evitare il rischio di ritrovarci come all’inizio di due battute fa e rientrare nel loop»
«Insospettabili? Per esempio? WILL SMITH? JOHN TRAVOLTA? Vi è andata bene con Schwarzenegger e con Marcello Lippi, non tirate troppo la corda»
«Tu comincia a crepare, CICCIONE» e intanto tira fuori una Smith&Wesson calibro .22 Rimfire del 1858 «che al resto ci» e intanto John Goodman con un gesto quasi casuale del grasso braccione spalanca la gabbietta del pappagallo «pensiamo no» John Goodman si lancia atleticamente e con grazia verso il divano in pelle verde mentre Tom Cruise abbraccia il grilletto con l’indice «i» e comincia a premere suddetto grilletto mentre Geronimo Barreto «!» che aveva afferrato in precedenza l’osso di seppia dalla sua gabbietta svolazza furiosamente verso «!» Tom Cruise scagliando l’osso di seppia con gli artigli assai ben addestrati da anni di palestra con John Goodman verso l’occhio destro di «!» Tom Cruise che distratto dal movimento esita un istante a fare fuoco così che intanto John Goodman fa in tempo a raggomitolarsi dietro il divano urlando «GERONIMO!» e Barreto sempre battendo le ali come se non ci fosse un domani cosa peraltro assai probabile visto che l’intero hinterland milanese è popolato di zombie e l’unica speranza di conoscere la verità risiede nelle grassocce appendici di John Goodman punta verso l’armatura medioevale alabardamunita che sta all’angolo della stanza mentre Tom Cruise ricarica la Smith&Wesson e salta sul tavolo di mogano come la credenza e si getta verso il divano con la pistola spianata e Geronimo afferra l’alabarda nel becco e la lancia (l’alabarda) verso John Goodman.

L’alabarda vola rotea e gira come fanno le cose quando volano roteano e girano, sorvola il tavolo di mogano e Tom Cruise, e quando sta per sorvolare anche il divano per finire fuori dalla finestra e andare presumibilmente a gettarsi nel fossato con un tonfo John Goodman salta fuori da dietro il divano, afferra l’alabarda al volo con la mano sinistra e, in un solo aggraziato movimento, la passa nella destra piroettando su se stesso e affondandone la punta in profondità nel petto di Tom Cruise che, troppo sorpreso dal fatto che sta per morire con il cuore trafitto da un’alabarda impugnata da John Goodman, dimentica di premere il grilletto, fa cadere la pistola a terra e muore con il cuore trafitto da un’alabarda impugnata da John Goodman.

«Parolacce! Scurrilità!» grida Geronimo Barreto, mentre il suo padrone estrae l’alabarda dal petto di Tom Cruise, la ripulisce dal sangue con il lembo di una tenda e getta Tom Cruise, l’alabarda e la tenda tutta intera – «Non abbiamo tempo per i lembi, Geronimo!» – nel fossato sottostante.
John Goodman si inchina a un immaginario pubblico e rin«grazie, grazie», prima di stramazzare sul divano e addormentarsi di colpo.
[PAGEBREAK] Dormì per qualche ora, John Goodman, sognando un esercito di zombie con la faccia di Katie Holmes e di provare a strangolarle con la loro stessa placenta. Dormì e poi si svegliò, come accade quasi a tutti noi, come non accadeva più alle centinaia di lombardi che si affollavano sotto la finestra di Villa Usbergo Polito.

«Bene, è ora di andarsene, Geronimo» disse John Goodman rivolto al pappagallo. «Volgarità! Cose brutte!» rispose Barreto. John Goodman annuì con aria grave e si alzò faticosamente dal divano. Uscì dalla stanza in cima al campanile, si richiuse la porta dietro le spalle e scese le scale silenziosamente. Ogni tanto, nel corso della lunga discesa verso il cortile interno, si affacciava da una feritoia per controllare che, non si sa mai, non fosse magari tutto un brutto sogno, che tutta quella gente che vagava senza una direzione, con gli occhi vuoti e le fauci grondanti, non fosse scomparsa, che non si fosse immaginato tutto, che il cadavere di Tom Cruise spiaccicato a terra a pochi passi dal fossato sottostante in una grottesca posa da marionetta e la ragazza in bikini che pasteggiava con le cervella del capo supremo della Chiesa di Scientology non fossero solo un parto della sua mente. Intanto pensava a cosa fare della sua vita: fuggire in Toscana insieme a Sting? Ma la marea di carne sarebbe presto o tardi arrivata anche lì. Prendere una nave, un aereo o un treno e tornarsene in America? Difficile, per la situazione d’emergenza della Penisola, per il fatto che sugli aerei non lo facevano più salire (John Goodman, forse vi sfugge, è spaventosamente grasso), perché non ci sono treni che attraversano l’Atlantico. Andare in cerca dei pochi amici fidati che gli rimanevano al mondo e con loro imbarcarsi nella missione quasi suicida di impossessarsi di un’arma atomica con cui nuclearizzare mezza Europa e porre così fine alla piaga? Quasi impossibile.

E fu quel “quasi” a convincerlo. Quello, e la consapevolezza che, se non fossero stati loro (cioè lui, l’agente dell’FBI in incognito Vin Diesel e Flavio Briatore) a farlo, ci avrebbe pensato il governo americano. Presumibilmente incazzato per la fuga di notizie e di virus letali e per la morte di Tom Cruise e per il tradimento di John Goodman. Sì, quella era l’unica possibilità rimasta: fare il lavoro sporco, sperando così di guadagnarsi la grazia della Corte Suprema. Oppure fare il lavoro sporco E nuclearizzare la Corte Suprema. E la Chiesa di Scientology. E Justin Bieber. «Questa sì che sarebbe una storia di quelle che ci puoi scrivere un buon libro o anche un racconto lungo a puntate e tutti ti leggono e mettono i like su Facebook, vero Barreto?».
«Pornografia!» rispose il pappagallo, ma John Goodman non lo udì: dal fondo delle scale, dal cortile («DA DENTRO IL MIO CASTELLO!») giunse un frastuono terrificante, un rumore come di decine di zombie che, dopo essere caduti nel fossato e averlo riempito con i loro corpi, riescono a fare una pressione tale sul portone d’ingresso da farlo crollare e invadere la residenza di John Goodman. E in effetti si trattava proprio di questo: erano entrati. Niente più tempo per pianificare il viaggio, contattare Briatore, fare le valigie, salvare i francobolli. John Goodman sospirò e si mise a correre (contestualmente sudando come una mortadella).

Scese gli ultimi gradini quasi volando, e spalancò la porta di legno che dava sul cortile con un colpo secco, sperando così di colpire qualche mostro. Non ne stese neanche uno, ma loro quasi stesero lui: a decine si aggiravano sul prato ben tosato e grande come un campo da calcio che era il suo salotto, il cuore pulsante del suo castello, dove John Goodman organizzava giostre e spettacoli di giocoleria per grandi e piccini («Per restare in incognito»). La torre nord, con le sue finestre ad arco gotico e l’edera che vi si abbarbicava sopra, brulicava di postini, pensionati, calciatori, avvocati e panettieri, un’unica massa nera che si contorceva come un piatto di spaghetti ai vermi. Il prato era stuprato da centinaia di paia di scarpe, scarpine, scarpette e sandali, e macchiato del sangue che grondava dai denti e dalle dentiere degli zombie. Lo stendardo con lo stemma di Casa Goodman era stato troncato di netto, e la bandiera ora penzolava floscia e smangiucchiata.
[PAGEBREAK] «E tutto questo in cinque minuti! Sono zombie velocissimi» pensò John Goodman prima di esplodere un colpo di Smith&Wesson che fece saltare in aria l’occhio destro di una piccola bambina che si era pericolosamente avvicinata alle sue caviglie affusolate. Ne calciò via un’altra (gita scolastica? Oratorio?) e ricominciò a correre, diretto verso la botola ai piedi della torre sud. Procedeva con difficoltà e più lentamente di quanto avrebbe voluto; era ancora in pantofole e vestaglia, e l’erba era umida di sangue e interiora e fluidi corporei vari, e gli restavano solo quattro colpi nella scusate tre colpi nella Smith&Wesson. Spinse via un controllore a cui qualcuno aveva divorato il lato sinistro della faccia e colpì un ciclista sul volto con la gabbietta di Geronimo Barreto («Cattiverie!»), superò un gruppo di zombie che si stavano cibando di Sandro B., il chihuahua rosa che gli aveva regalato Paris Hilton, e saltò sulla pedana per la lotta libera che dominava il centro del cortile. Da lì recuperò una mazza chiodata – la lotta libera a Villa Usbergo Polito era un brutto affare – e la usò per spazzare via chiunque provasse ad avvicinarglisi. Rischiò di inciampare mentre provava a sillabare mentalmente «av-vi-ci-nar-gli-si», si rimise in piedi e il suo umore, già notevolmente messo alla prova dalla presenza di centinaia di zombie nel suo cortile, crollò sotto i piedi quando vide che lo stupido servetto che spolverava la moquette si era fatto prendere da una squadra di rugby, che ora se ne contendeva alcuni arti inferiori mentre lui, urlando come una capra sgozzata, usava quelli superiori per strisciare via. Verso la torre sud. Per poi arrendersi ESATTAMENTE sopra la botola. Dove ora era stramazzato, morto come le tette di Amy Winehouse, circondato dai mostri che cominciarono a mordergli la calotta cranica.

«Cazzo» commentò John Goodman, poi sollevò la gabbietta ad altezza occhi, fissò intensamente Geronimo e fece cenno di sì con la testa. Lui annuì di rimando. John Goodman aprì la gabbietta, attese che il pappagallo uscisse, infilò la gabbietta sotto la maglietta, la inglobò con l’adipe, strinse le dita intorno al manico della mazza chiodata e attese.
Geronimo Barreto, nato nelle profondità della foresta amazzonica dove demoni con le ali da pipistrello e i denti stillanti veleno e artigli aguzzi come la mente di un premio Nobel attendono in agguato sugli alberi coperti di liane prensili, Geronimo che una volta era sfuggito a un’anaconda dopo essere stato da lei ingoiata, Barreto che non era però riuscito a scappare dalle grinfie della civiltà e si era ritrovato a fare da animale domestico a un grasso attorucolo nonché agente della CIA in incognito, Geronimo Barreto stavamo dicendo prima del peana si sentì di nuovo vivo come quando viveva nell’inferno verde, e urlando «SCONCERIE!» si lanciò in picchiata contro il gruppo di giocatori di rugby, beccandoli sul cranio (o direttamente sul cervello, in un caso) e strappando loro occhi, lingue e sopracciglia, mentre John Goodman attendeva, e attendeva, e ancora attendeva e noi con lui che il momento arrivasse, che tutte le creature fossero concentrate sul pappagallo, e poi (ehi, è arrivato il momento!) caricò, con tutto il peso del suo enorme corpaccione, e a pochi passi dagli zombie spiccò un balzo, atterrò in mezzo alla squadra di rugby, atterrando puntò il piede destro per terra mentre sollevava la mazza chiodata sopra la testa, e cominciò a roteare su se stesso. Sempre più veloce, mentre i pezzi di metallo arrugginito macellavano i mostri, e la testa di legno piombato ne decapitava altri, e Geronimo Barreto sorvolava il gruppo e strillava incessantemente «TURPITUDINI!» con tono incoraggiante, finché gli assalitori non furono altro che un mucchio di gelatina rossa e John Goodman un mucchio di sudore del colore del sudore. Calciando via il pezzo di cadavere dello stupido servetto, John Goodman si fece largo tra membra e interiora e giunse infine alla botola, mentre intorno a lui gli zombie fiutavano l’odore del sangue e si compattavano per marciargli addosso.

John Goodman usò la mazza per spaccare la botola, poi la gettò via (la mazza), estrasse la gabbietta, la aprì, fece accomodare Geronimo Barreto che ne approfittò per bere un po’ del sudore che si era depositato sul fondo (i pappagalli vanno ghiotti del sudore di John Goodman), la richiuse, diede un ultimo sguardo al cortile del suo castello, si vomitò sulle scarpe e si calò nel buio.

[Continua, se volete]

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