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Videocrazia e libertà

Hanno provato a soffocarlo ancor prima che vedesse la luce. Ma a giudicare dalle reazioni del pubblico della Mostra, Erik Gandini ha comunque raggiunto il suo scopo: trovare la verità emotiva.
Erik è nato e cresciuto a Bergamo, feudo della destra più gretta e retriva. Poi è emigrato in Svezia, patria materna, ma non ha dimenticato gli esperimenti mediatici compiuti dalla televisione italiana fin dai tempi della sua infanzia e non riesce ad essere indifferente allo sfacelo mediatico verso cui il suo ex-paese sta correndo a rotta di collo. Per cui, dopo un documentario sulla guerra in Jugoslavia (“Raja Sarajevo”, 1994), su Che Guevara (“Sacrificio – Who Betrayed Che Guevara?”, 2001) e uno su Guantanamo (“GITMO”, 2004), eccolo volgere il suo occhio curioso verso l’Italia della televisione.

Erik, quale è stata la molla che ti ha spinto a fare un film sull’Italia?
Questo mondo mi fa paura. La TV in Italia ha un potere pazzesco, ha invaso l’immaginario collettivo. Io ricordo l’inizio di quest’epoca, gli esperimenti televisivi di cui in famiglia ridevamo. Se ci avessero detto che era l’inizio di un nuovo impero mediatico avremmo riso ancora di più. Ora a ridere sono i miei amici svedesi, quando parliamo della TV italiana. Ma sai una cosa? Io non rido più. Questi media ci comunicano in modo unilaterale, insegnano ad essere passivi. Ma il mio ruolo come regista è proprio quello di rifiutarmi di essere passivo.

Cosa pensi dell’accoglienza che ti ha riservato la Mostra di Venezia?
Da un lato sono felice che sia la Settimana Della Critica sia le Giornate Degli Autori lo abbiano accolto, dall’altro guarda: c’è una sola proiezione ufficiale, ora ne hanno aggiunta un’altra in sala Zorzi che tiene 48 posti, ma ne hanno dovuti togliere 28 per certe oscure ragioni di security… Questo mi convince ancora di più che la gente in Italia ha paura di tutto ciò che non è allineato, sembra di essere a Cuba. Per fortuna il film uscirà in sala il 4 Settembre – e ormai l’attenzione è arrivata ad un livello talmente alto che uscirà con 70 copie anziché le 25 che Domenico Procacci ed io avevamo programmato.

Nel tuo film vi sono interviste a personaggi come Fabrizio Corona e Lele Mora. È stato difficile convincerli a partecipare?
Assolutamente no. Questi VIP sono estremamente egocentrici e si gettano volentieri su qualunque pubblicità, sia positiva sia negativa. Fabrizio Corona ha costruito la sua fama proprio sull’essere un criminale. Quanto a Lele Mora, appena l’ho visto ho pensato che fosse un soggetto perfetto per un documentario!

Nel film vediamo Mora orgoglioso di aver riempito il telefonino di canzoni del regime fascista. Che impressione ti ha fatto questa ostentazione di ideologia?
In realtà non credo che si tratti di ideologia, anzi della mancanza di qualsiasi ideologia, di qualsiasi valore. Anche questo è un portato dell’era Berlusconi. Ha ragione chi sostiene che i berlusconiani sono peggio del Cavaliere stesso: guarda Corona, il suo cinismo arriva a punte autodistruttive. Hannah Arendt parlava della banalità del male, ma qui secondo me si tratta della malvagità del banale. * strillo

Come documentarista, cosa pensi di Michael Moore, il cui film verrà proiettato qui al Lido?
Moore è stato meritorio, ha rinnovato il genere del documentario politico, ma il suo stile è troppo americano per i miei gusti, troppo legato alla narrazione. Io mi vedo come un osservatore, non un narratore. La mia ispirazione viene da Herzog, Inarritu, i registi che mostrano i lati bizzarri e surreali di una situazione politica. La mia formazione cinematografica è avvenuta in Scandinavia, cioè è basata sull’immagine, sulla fotografia più che sul “reportage” giornalistico di tradizione anglosassone. Quando Herzog gira un documentario, lo fa per trovare ciò che lui chiama “verità estatica”; io voglio trovare la “verità emotiva”.

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