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Vietato ai maggiori di 16 anni

Era solo questione di tempo prima che il fenomeno editoriale “Bianca come il latte rossa come il sangue” scritto nel 2010 da Alessandro D’Avenia godesse di una trasposizione cinematografica. Negli ultimi anni, nella cinematografia italiana, il brand “i giovani ed i loro problemi in quella fase cruciale che è l’adolescenza” va per la maggiore, dal fenomeno Moccia in su (o in giù). In questo caso, poi, al solito plot di amori non corrisposti si aggiungono anche tematiche alte e ‘scomode’ quali la malattia e la morte… Ma andiamo con ordine.

Leo (Filippo Scicchitano) è un ragazzo di sedici anni come ce ne sono tanti: eccentrico, sognatore, svogliato a scuola e totalmente impreparato a quel sentimento nuovo e travolgente che è l’amore. Trascorre le sue giornate con Niko (Romolo Guerrieri) amico fidato e spalla sfigata dalla battuta sempre pronta e Silvia (Aurora Ruffino), amica e confidente del cuore che lo aiuta e lo consiglia sempre al meglio tra i corridoi di scuola e tra quelli ben più ampi ed intricati della vita, e che nutre (ovviamente) in segreto per il protagonista un sentimento che va ben oltre l’amicizia. Per Leo la vita si suddivide in due colori: il bianco, che rappresenta il silenzio, la freddezza, la morte ed il rosso, colore della vita, del sangue che scorre veloce nelle vene quando batte il cuore e, soprattutto, il colore dei capelli di Beatrice (Gaia Weiss), ragazza di origini francesi di cui Leo s’innamora alla follia. Le cose si complicano quando, una volta deciso di dichiarare il suo amore alla bella Beatrice, Leo scopre che questa è ammalata di leucemia. Partirà da qui un percorso di crescita alla fine del quale Leo avrà capito in fondo il valore dell’amicizia, del sacrificio e dell’amore, coadiuvato, oltre che dai suoi amici, anche dai suoi benevoli genitori (Flavio Insinna e Cecilia Dazzi) e da un professore d’italiano ‘fuori dagli schemi’ (Luca Argentero)

Ora, giudicare obiettivamente un film in cui viene affrontato un tema delicato come la malattia è sempre difficile. D’altronde tutti (o quasi) abbiamo subito la perdita di una persona cara e quindi siamo dotati di quel bagaglio emotivo che ci permette di affrontare la vicenda in questione con quel certo distacco e individuarne razionalmente pregi e difetti (o almeno è questo il mio compito). Quindi non mi si tacci d’insensibilità se dico che questa pellicola, semplicemente, non funziona.
[PAGEBREAK] Il film è diviso in tre segmenti. La prima parte dal tono scanzonato e ironico in cui vengono presentati i personaggi della vicenda. Già qui affiorano i primi problemi: nonostante qualche strizzatina d’occhio registica (la presentazione dei vari professori, il pavimento che si appiccica letteralmente alle scarpe di Leo per far risaltare la sua timidezza) si evince la pochezza che caratterizza la sceneggiatura. Il primo campanello d’allarme si avverte quando parte la famigerata “voce fuori campo”, ormai àncora di salvataggio per gli sceneggiatori che vogliono spiegare un personaggio che non riescono a caratterizzare a dovere (ed è proprio questo il caso). La presunta ironia poi, è affidata a battute stupide e ritrite oppure al senso di ridicolo emanato dal personaggio di “Big Mac” (il solito secchione sovrappeso emarginato da tutti) che verrà richiamato in causa più volte per tentare di strappare qualche risata. I personaggi di contorno, poi, dai genitori iperapprensivi ma in fondo bonaccioni agli amici di Leo, sono la fiera dello stereotipo.

E si passa alla seconda parte, quella del dramma e della malattia… e qui le cose precipitano. La bellissima Beatrice/Gaia Weiss ha sì l’algida bellezza da dipinto preraffaelita, ma anche la stessa statica espressività. In tutto il decorso di malattia e (falsa) guarigione la vediamo discettare, con la stessa immota espressione, di amore, morte e Dio, ed ecco una altro problema fondamentale: il voler (o dover) dire e spiegare TUTTO! Prendiamo un film come “Amour” di Michael Haneke: il dramma della malattia era incentrato su alcune battute cruciali, ma soprattutto sui silenzi, sugli sguardi e sui gesti, cosa che lo rendeva realistico e per nulla patetico. In questa pellicola, al contrario, ogni sensazione o stato d’animo deve essere esplicitata in parole, anzi urlata, rendendo i dialoghi retorici e stucchevoli. Se poi aggiungiamo qualche corsa a perdifiato di mucciniana memoria e momenti catartici che culminano con le ‘struggenti’ canzonacce dei Modà (loro la colonna sonora…bleah!) potete farvi un quadro generale
Nella terza parte, si ritorna un po’ al tono più leggero dell’inizio, ma con la differenza che ora il nostro Leo è “cresciuto”. Da segnalare la presenza di una inutile (ma per i nostri personaggi importantissima) finale di calcetto che però dà l’assist per chiamare in causa lo sponsor del film: Enel Green Power. Quando Silvia, l’amica/spasimante di Leo tenta di spiegare la tattica (!!!) per vincere l’ambitissimo match comincia, in preda a sacro furore, a farneticare dell’energia che è dentro di noi…

Cosa dire in conclusione? Il regista Giacomo Campiotti è d’estrazione televisiva, ed in conferenza stampa teneva a precisare di quanto andasse fiero dei suoi lavori per piccolo schermo e, contemporaneamente, di quanto con questo film avesse voluto fare qualcosa di diverso, quasi a voler mettere le mani avanti. In realtà penso che questo tipo di cinema sia figlio degenere della peggiore fiction: dal livello di recitazione alla scrittura dei personaggi, passando per una messa in scena che con l’aiuto di musiche di forte presa cerca sempre la lacrima ad effetto. Da salvare uno Scicchitano che, pur nei limiti del suo personaggio, si vede che ce la mette tutta, ed il professore di Argentero che si rende protagonista dell’unica scena, quella dell’incontro di boxe con l’alunno Leo, simbolicamente valida (salvo poi rovinarla spiegandola con le parole di Scicchitano: «ah, quindi, professore, la vita è come un incontro di boxe…»). Insomma, un film che vuole parlare di vita, amore e morte con la profondità, la sottigliezza e lo spessore di una canzone dei Modà… Alla larga!

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