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View Conference 2015 — Intervista a Walter Murch

Spesso si tende a non dare la giusta importanza a chi a chi si occupa degli aspetti più tecnici della lavorazione di un film. I loro nomi scorrono veloci durante i titoli di coda, quando ormai gli spettatori si sono già avviati verso le uscite del cinema. Senza di loro, però, quel film non sarebbe lo stesso.

Walter Murch, montatore e progettista del suono, è qualcuno che ha realmente fatto la Storia del Cinema.

Legato in particolare al nome di Francis Ford Coppola, con il quale iniziò la sua carriera nel 1969 con “Non torno a casa stasera” (1969), è certamente noto per il suo lavoro ne “Il padrino – Parte II” (1974) e, soprattutto, “Apocalypse Now” (1979).

Proprio in questa in occasione Murch inventò  - letteralmente – il sound design, vincendo il suo primo Oscar. Coppola stesso, infatti, riconoscendo lo straordinario contributo che diede ad “Apocalypse Now”, coniò per lui la definizione di sound designer, «il responsabile di tutti gli aspetti della traccia audio di un film, dal dialogo e la registrazione degli effetti al mix della traccia finale».

Nel 1997 Murch vinse altri due Premi Oscar, per il montaggio e il sonoro de “Il Paziente Inglese” di Anthony Minghella. La carriera di Walter Murch, però, è costellata di innumerevoli esperienze molto diverse tra loro: agli inizi degli anni ’70 collaborò con George Lucas alla realizzazione di “L’uomo che fuggì dal futuro” (“THX 1138”, 1971), di cui firmò anche la sceneggiatura, e si occupò del suono di “American Graffiti” (1973).

Nel 1985 girò il suo primo e unico lungometraggio da regista per la Disney, “Nel fantastico mondo di Oz” (“Return to Oz”); nel 1998 curò il rimontaggio de “L’infernale Quinlan” (“Touch of Evil”, 1958) di Orson Welles; negli ultimi anni, invece, si è cimentato nel montaggio del documentario “La particella di Dio” (“Particle Fever”, 2013) di Mark Levinson e del film di fantascienza della Disney “Tomorrowland” (2015) di Brad Bird.

Da tutto questo appare chiaro il motivo per il quale Murch sia considerato un mostro sacro dagli addetti ai lavori: si tratta un artista completo, che incarna perfettamente le due anime del Cinema, creativa e tecnica, con una forte indole alla sperimentazione.

Quest’anno Walter Murch ha tenuto una master class sul sound design alla View Conference, importante evento sulla computer grafica e il cinema digitale che si tiene annualmente a Torino, dove abbiamo avuto l’opportunità di incontrarlo, in un’intervista in cui abbiamo parlato forse non dei suoi lavori più celebri, ma di esperienze che, in qualche modo, riflettono bene questa sua versatilità tecnica ed artistica.

Signor Murch, lavora in questo campo da quasi 50 anni, avendo collaborato alla realizzazione di alcuni dei capolavori dell’era analogica e avendo assistito a quella che potremmo definire rivoluzione digitale. Come ha vissuto il passaggio dal montaggio analogico a quello digitale?

Sono sempre stato interessato al montaggio digitale, fin dalla prima volta che se ne sentì parlare alla fine degli anni ’60. In quel periodo era ancora ad molto primitivo, ma noi, per quanto strano possa sembrare, avevamo considerato l’idea di montare digitalmente “Il Padrino” [per il quale Murch ha lavorato come consulente di post-produzione, ndr] . Questo nel 1971. A pensarci con il senno di poi, non sarebbe davvero stato possibile. Sarebbe stato troppo complicato. Vent’anni dopo, però, il sistema diventò più semplice e tecnicamente accessibile, tanto che cominciammo ad usarlo. Credo che nel 1996 ci sia stato il vero cambiamento di rotta, quando i film montati digitalmente hanno superato in quantità quelli montati in modo tradizionale. Il passaggio non mi ha causato alcun problema, perché, come ho detto prima, sono da sempre interessato al digitale. Peraltro, alla fine degli anni ‘70 ho cominciato a mixare il suono usando il computer e pensavo già al modo in cui tecnologia digitale e creatività potessero stringersi la mano. Adesso uso software che non ho mai usato prima, come il nuovo Adobe Premier. Mi sto trovando bene anche se sto ancora imparando. È la terza volta che lo faccio: ho imparato ad usare Avid nel 1999, ho imparato Apple Final Cut Pro nel 2002 e adesso sto imparando Premiere.

Nel fantastico mondo di Oz (1985)

Nel fantastico mondo di Oz (1985)

Lei ha dedicato la sua vita al montaggio e al sound design, ma ha ottenuto risultati ottimi anche in altri abiti. Il suo unico lungometraggio da regista è stato “Nel fantastico mondo di Oz”, che proprio quest’anno compie 30 anni. Si tratta un film della Disney atipico, con forti venature horror e paragonabile solo a pellicole come “The Black Hole” (1979) o “Qualcosa di sinistro sta per accadere” (1983). Un film che, sebbene non sia stato un successo di botteghino, ha segnato l’immaginario di una generazione. Com’è nato un progetto così particolare e come ha vissuto questa esperienza da regista?

Alla fine degli anni ’70 Walt Disney era morto da dieci anni e in Disney lavoravano come se il suo fantasma aleggiasse ancora sulle produzioni. Fu come se avessero perso la strada e il successo pellicole come “Guerre stellari” (1977) o “The Black Stallion” (1979) fu scioccante per loro. Pensarono: «Questi sono film Disney! Dobbiamo farli noi!». Così, con alcuni film, cominciarono a spingersi fuori dalla loro comfort zone. “Nel fantastico mondo di Oz” era uno di questi. Io volevo realizzare un sequel de “Il mago di Oz” (1939) e portai il progetto alla Disney, non sapendo nemmeno che fossero i proprietari dei diritti dei libri, che sarebbero scaduti entro pochi anni. Loro, quindi, erano ansiosi di farne qualcosa. Per lo Studio fu una sorta di esperimento, proprio come “The Black Hole” e “Qualcosa di sinistro sta per accadere”. Non credo che si aspettassero un grande successo da questi film, ma provarono a reinventare se stessi, usando un certo tipo di produzione cinematografica per farlo.

Durante la lavorazione mi licenziarono dopo cinque settimane, per riassumermi quattro giorni più tardi. Fu veramente traumatico e molto spiacevole. Nel frattempo, la direzione dello studio cambiò due volte e i nuovi vertici non avevano investito nulla in questo film, né emotivamente, né finanziariamente. Il lato positivo di questa situazione è che lo Studio non interferì, quindi la versione finale di “Nel fantastico mondo di Oz” è praticamente il mio final cut. La cattiva è che non erano interessati a promuoverlo.

Fu un lavoro difficile, perché era un sequel di un film famoso e doveva essere fatto bene, ma ci furono anche tante cose buone: il film stesso, le interpretazioni, le creature, tutto questo fu fantastico. Fu meno buono in termini di rapporti con lo Studio nel periodo di lavorazione, ma sono veramente felice di averlo fatto, perché i libri [il film è basato su due dei romanzi di L. Frank Baum legati ad Oz, in particolare “Il meraviglioso paese di Oz” (1904) e “Ozma, regina di Oz” (1907), ndr] sono stati molto importanti per me negli anni della crescita e hanno contribuito a formare il mio immaginario.

THX 1138 (1971)

L’uomo che fuggì dal futuro (1971)

Dopo il regista, lo sceneggiatore: agli inizi della sua carriera ha co-sceneggiato “L’uomo che fuggì dal futuro”, primo lungometraggio di George Lucas e indiscusso film di culto. Come sono andate le cose?

Nel 1965 io e George Lucas andavamo a scuola insieme. In quel periodo ho scritto la storia originale di “L’uomo che fuggì dal futuro” con Matthew Robins per la scuola di cinema. Volevamo realizzarlo come progetto studentesco, ma eravamo interessanti a cose diverse. Un giorno  George venne da noi e ci disse «Avete per caso girato quel film di fantascienza? Ho bisogno di un progetto per un altro corso che sto seguendo, posso averlo?». Così prese la nostra sceneggiatura, che era per un cortometraggio, facendone un film incredibile, di gran lunga migliore di quello che avremmo potuto fare noi. In seguito, George incontrò Francis Ford Coppola, che apprezzò molto “L’uomo che fuggì dal futuro” e fece sì che la Warner Bros. accettasse di farne un lungometraggio. Così, George parlò con me della possibilità di lavorare con lui alla sceneggiatura. Avevamo un metodo: ciascuno lavorava su una scena, il giorno dopo ci incontravamo per leggere cosa avevamo scritto, io prendevo la sua scena, lui la mia e la riscrivevamo. Il giorno successivo solitamente dicevamo «Ok, questo è buono, passiamo alla prossima!». Fu davvero una bella esperienza. Da questo processo di scrittura collaborativa vennero fuori un sacco di idee, che si rivelarono molto utili quando George iniziò a girare ed io ad occuparmi del montaggio, del suono e della musica del film.

A proposito di collaborazioni, nel corso della sua carriera ha lavorato con molti importanti registi. C’è qualcuno in particolare con il quale ha avuto la miglior intesa artistica e professionale?

No, non posso sceglierne solo uno, davvero. Però mi sono sentito molto triste quando è morto Anthony Minghella. Mi è piaciuto molto lavorare insieme a lui e ho sperato di poterlo fare per altri 20 anni. Avevamo un rapporto fantastico e ci capivamo bene.

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