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Vincenzo Marabita: Vuoi provarmi?

Ci siamo interessati al singolare caso di un professionista del settore che è stato tecnico ed ingegnere del suono, aspirante imprenditore nel music business, direttore di regia di sala, e che ora si è deciso a mostrare il suo lato di cantautore che, ci confessa, era cominciato ben prima di diventare tutte le altre cose. Vuoi per la storia, vuoi per l’hair style, ci siamo convinti che potesse essere il Billy Howerdel nostrano. Scoprendo, invece, che il genere era completamente diverso da quello che ci aspettavamo ma tanto da essere, comunque, una proposta molto interessante.

Ciao Vincenzo. Abbiamo occasione di parlare con te in un momento ideale: tutto deve ancora uscire, però tutto è al contempo già pronto. Quindi abbiamo molto da dire, ed è tutto nuovo. Iniziamo da te. Sei un professionista, con un curriculum ampissimo nel settore della produzione discografica e dell’ingegneria acustica. Perché hai imbracciato gli strumenti e ti sei messo a dire la tua?
Io in realtà nasco contemporaneamente come sound engineer e come cantautore. Ho iniziato i miei progetti musicali all’età di vent’anni, circa. In quel periodo mi sono trovato molto spesso a doverli frenare per via di persone non determinate come me a fare della musica un mestiere. La preparazione tecnica e la professionalità di ingegnere del suono, che dipendeva invece principalmente da me, è andata avanti molto più velocemente. Ho accumulato per diverso tempo canzoni, bozze e idee finché qualcosa non si è rotto nell’equilibrio della mia vita. A seguito di alcune situazioni che esulano dal lato artistico ho sentito il bisogno, l’urgenza per me stesso di concretizzare quell’ambizione di essere autore ed interprete della musica che avevo cominciato a creare. Era un’esigenza di sviluppare quel tratto professionale con la maturità acquisita attraverso la mia esperienza dal lato tecnico. Tutte motivazioni che non hanno niente a che vedere con il mercato dell’industria musicale.

Quale mercato? (risate, ndr) Si può dire certamente che è un contesto complicato per la musica d’autore. In un’altra epoca, l’industria discografica era solita dire che con gli obiettivi di budget della musica commerciale si poteva supportare finanziariamente l’avviamento dei progetti più indipendenti e coraggiosi. Oggi la musica è soffocata di briglie inconcepibili per circolare nei media istituzionali, disconoscendo quella libertà che un tempo era perlomeno formalmente difesa.
Un tempo? Se ci pensi anche negli anni ’90, storia recentissima quindi, una canzone come “November Rain” veniva adorata pur durando nove minuti. Ogni volta che era in rotazione si applaudiva se veniva mandata in onda la versione integrale, con tutto l’assolo di Slash. Il cambiamento è stato rapidissimo, nel tempo di dieci anni il mercato discografico si è reso ostile ed irriconoscibile. La colpa non è del pubblico. Non è mai del pubblico, quanto piuttosto di chi ha una responsabilità artistica e direzionale dei progetti inerenti all’ambito musicale. Quindi di chi ha la possibilità di gestire dei mezzi mediatici e selezionare i contenitori (i format radiofonici, televisivi, e quant’altro comunichi massivamente alle persone) ed i contenuti.

Quindi i fruitori di musica sono diventati passivi?
Assolutamente, passivi come sinonimo di televisivi ormai. Un flusso unilaterale accettato come modello di trasmissione delle informazioni. Riporta i ricordi a trent’anni, ma anche vent’anni fa: le persone andavano nel negozio di dischi, studiavano il prodotto, andavano a scegliersi la propria musica, chiedevano di ascoltarla, osservavano la copertina del vinile e l’impaginazione del booklet, parlavano con il gestore del negozio che nella maggior parte dei casi era un Esperto di musica. Oggi l’atteggiamento è sedersi di fronte ai canali a banda larga o istituzionali ed assorbire. Meno male che c’è Internet, viene da dire, perché riporta un po’ di autocoscienza nell’azione per acquisire nuove conoscenze.

Stai quindi accusando di un impoverimento il mezzo di comunicazione, che può essere ad esempio la TV?
Se guardi bene questa cosa è trasversale, l’impoverimento culturale non è mai un fenomeno isolato. È vero che la cultura musicale si è appiattita, o non risponde più a determinati stimoli peculiari o particolari. Ma a raggio più ampio puoi notare come i mezzi di comunicazione cerchino di omologare comportamenti e reazioni: si concorda lo sdegno o l’interesse verso un atto o una situazione banale in un reality show. Si spettacolarizza invece su quello che è grave. Negli atti quotidiani finiamo per utilizzare quello che nei paesi anglosassoni viene giustamente definito Small Talk come argomento di conversazione sulle cose che devono sapere tutti e di cui tutti dobbiamo avere un’opinione. Non avviene più che tra due o più individui nasca lo stimolo della crescita attraverso la condivisione di argomenti differenti e del tutto nuovi per qualcuno. Non c’è uno scambio di esperienze e pensieri che prescindano dalle conoscenze largamente condivise. Un’informazione nuova in un dialogo sembra quasi ostile oggi, non va più bene il saper raccontare quello che in una determinata circostanza solo tu hai vissuto, per stimolare una risposta critica dalla persona che riceve. Finché sopravvivono questi principi di diffusione controllata in chi fornisce il materiale culturale di cui la gente può fruire per quello che dovrebbe essere un arricchimento, sarà difficile che le persone curino ed evolvano a loro volta i gusti personali come se si trattasse della loro identità. È un’occasione sprecata per i mezzi di comunicazione.
[PAGEBREAK] Dicevamo, allora: Internet?
Un caso a sé di un mezzo non facilmente imbrigliabile e in cui il traffico è liberamente circolante in un meccanismo a rete, spesso animando discussioni approfondite ed interessanti. Internet è stata, e tuttora rappresenta, la grande occasione di condivisione del sapere, del confronto e della selezione delle informazioni stesse che circolano negli scambi. Internet è un ambiente virtuale che presuppone un utente attivo, e questo ha generato speranza nell’educazione più varia del pubblico, visto come una comunità di individui più riflessivi, attenti e diversi da quelli della televisione ad esempio.

Si può dire che le tue molteplici professionalità nel campo musicale ti abbiano permesso di suonare o conoscere realtà molto diverse. Quanto ritieni che questo abbia contribuito a caratterizzare la tua personale espressività?
Moltissimo. Una parte del mio modo di fare musica deriva dalla mia ispirazione, dal modo in cui mi sento più a mio agio nella composizione e nell’espressività. Un’altra parte fondamentale è certamente l’esperienza vissuta osservando gli altri. Non penso che si possa produrre qualcosa di buono recintandosi dentro le proprie sole idee: la musica è comunicazione e la canzone ritrae spaccati di vita, quindi un orientamento chiuso porta solo a limitare il linguaggio. Una visione ampia, al contrario, ti consente di trovare migliori soluzioni per comunicare. Io sono abbastanza onnivoro, nella mia vita sono passato a momenti in cui ascoltavo i Nirvana ad altri in cui non potevo fare a meno di Mina, per dirne una. Tendenzialmente ho gusti esterofili perché la mia passione principale è comunque il rock, che nasce fuori dall’Italia.

Parliamo dei tre pezzi che, con l’eccezione di “Do You Like Me?”, solo gli addetti ai lavori al momento hanno avuto l’occasione di ascoltare. Tutti e tre hanno attinenza a relazioni di carattere affettivo: è il concept prediletto dal lavoro imminente e/o del tuo punto di vista cantautoriale?
Ribadisco il concetto che le canzoni sono uno spaccato di vita. È chiaro che l’azione di mettersi davanti ad un foglio bianco per scrivere qualcosa corrisponde ad uno stimolo esperienziale. È un filo rosso imprescindibile e nel mio caso ha attinenza con i sentimenti e frequentemente con il sentimento amoroso.

Parliamo adesso in particolare di ciascuno di questi. Direi di iniziare dai due attualmente meno popolari, quindi “Lontana”: la dimensione della nostalgia nel testo di questa canzone invita al compromesso, al desiderio di tornare insieme nonostante un allontanamento. Riflette il tuo punto di vista nella vita sentimentale? Niente assoluti, niente certezze, prevale il sentimento anche sull’orgoglio e sui principi?
Sono una persona che si infiamma, che si appassiona a tutte le cose che decide di fare. Da questo punto di vista io credo di aver dato sempre più importanza all’entusiasmo che al calcolo. Penso ovviamente che sia giusto essere razionali in determinate situazioni, ma in amore – come nel caso del brano “Lontana” – il piano dell’irrazionale è del tutto naturale. La canzone è stata effettivamente scritta in un momento di distacco da una persona che è stata per me importante, e per cui la percezione della distanza e dell’allontanamento è precipitata tutta ad un tratto. Quello che ho cercato di fermare nella musica e nel testo è quella sensazione di vicinanza delle sensazioni del ricordo e la lontananza effettiva, la molla che fa scattare dolore e nostalgia.

“Vivo”. Una traccia molto vitale, particolare. Nelle tue parole, la vita comincia quando “lei ti cerca”, quando “lei ti stringerà”. Che cosa ti ha portato nello specifico di questo brano a comporre e poi scrivere in nome di un’emozione che promette di arrivare, una sorta di fede in un’aspettativa?
Questa canzone è molto particolare. Puoi leggerla in un modo molto diretto come hai fatto tu, ma se ripensi al titolo ti accorgi che c’è un secondo livello, egualmente funzionante nel testo. Quel “Lei” non è una figura femminile o non soltanto; il segreto di questa canzone è che il pronome si riferisce alla grande Mietitrice. Se rileggi e riascolti la canzone sotto questa chiave di interpretazione ti accorgi che è un inno alla vita. Nella strofa il testo dice ad un certo punto: “Grida l’uomo nello specchio / mentre guarda me”, dissociando una singola identità in: una che vive a tutti gli effetti e l’altra che ha la consapevolezza di come finirà. Ma la verità del brano è che dalle cupe melodie in minore si passa ad un arioso ritornello in maggiore che invece celebra la vita. Molto di questo sarà ancora reso meglio nel video che sto preparando.
[PAGEBREAK] E ora… “Do You Like Me?”. Mi ha colpito anche qui la sintesi tra testo e musica. Facilità di fruizione, semplicità ben raffinata, linee vocali sinuose ma rassicuranti. Il punto di vista è peculiare, ovvero l’invito a farsi strada tra le insicurezze, i timori e le instabilità per liberare una pulsione primitiva inibita. Come mai hai deciso di affrontare S. Valentino, o comunque il tema di coppia come un invito a scoprire le proprie intime fragilità?
Questa canzone è frutto di un momento particolare, di transizione della mia scrittura musicale dalla lingua straniera a quella madre. Nasce dall’intuizione di un ritornello che ho scritto in inglese, che ho voluto tenere anche quando lo sviluppo del brano è stato integralmente in italiano. Quando ho fatto l’adattamento del ritornello da affiancare alla sua riaffermazione dopo le strofe successive, ho inteso fare una piccola variazione al significato di “Do You Like Me?” che viene ad essere “Vuoi provarmi?”. È una domanda che nasconde sia la naturale timidezza della sensibilità, sia comunque la volontà di un animo, che cerca di farsi coraggio del proprio ardire.

Che cosa speri per la musica italiana di oggi, e per la musica nel suo periodo forse più critico degli ultimi 30 anni? Da persona che ha coperto diversissimi ruoli e ha visto molteplici sfaccettature della problematica, qual è una plausibile ricetta vincente?
La ricetta vincente non è facile da trovare adesso. Quando riesci a farti strada tra le difficoltà, poi bisogna trovare anche un ambiente favorevole e collaborativo. Pensa che, poco più che ventenne, ho iniziato nel 1998 un progetto che prevedeva la diffusione di Mp3 in una community di utenti registrati, allo scopo di creare un centro nevralgico che agevolasse la conoscenza di giovani talenti emergenti. Avevo anche creato la piattaforma informatica che è stata online per un po’. Ho provato a proporla a molti discografici proponendomi addirittura in veste gratuita per un primo periodo, trovando porte chiuse per due motivi: o non sapevano di che cosa stessi parlando in quegli anni, o affermavano con forza che non avrebbero mai adoperato quel formato, e che il loro lavoro era produrre Compact Disc. Se l’Mp3 fosse nato come sistema a pagamento, molto più competitivo ed onesto dei prezzi applicati al prodotto distribuito nei negozi, si sarebbe trasformato in un nuovo mezzo di fruizione vincente, un canale più democratico e un mercato per alimentare la professione artistica. La storia recente ci insegna che un anno dopo la mia idea è andato online Vitaminic, e successivamente è stato fondato Myspace mentre, insieme alla diffusione dell’Ipod, è nato I-Tunes. Prodotti incredibilmente efficaci se si pensa che hanno convinto delle persone a pagare per qualcosa che ormai la rete aveva insegnato in modo drastico a procurarsi gratis. Ormai il mercato discografico è nella situazione a cui assistiamo, con il suo degrado qualitativo e il suo perentorio ridimensionamento. È impossibile dire, dopo dieci anni di scaricamento selvaggio, “Signore e Signori, ci siamo convinti che l’Mp3 è il formato migliore del mondo. Da ora in poi dovete pagare per averlo e non potete scambiarvelo perché c’è il diritto d’autore”. Le multinazionali avevano il compito di interpretare questo futuro molto tempo fa, ma hanno sbagliato le previsioni ed hanno perso l’opportunità di seguire l’evoluzione della domanda verso nuovi stili di fruizione. Ora il modello di diffusione del prodotto discografico è molto più accentrato sulla figura dell’artista che gestisce la propria opera e sempre di più utilizza l’etichetta come distributore. Questo finché regge il mercato fisico del supporto ottico; è evidente e palpabile lo scontento di chi fa il proprio lavoro nei confronti di manager in seno alle major che hanno geopardizzato il mercato di settore con le loro regole e briglie inconcepibili. Questa era la risposta sulla ricetta vincente per il periodo che stiamo attraversando.
Per la musica italiana, faccio un augurio: che possa tornare allo splendore di tanti anni fa, quando nel mondo intero era non un fanalino di coda, ma un faro e un elemento di cultura trasversale tra le nazioni.

Tu sei stato, oltre che musicista, in ordine sparso: sound engineer, produttore e direttore di regia di sala, tour manager, produttore e manager discografico indipendente. Raccontaci l’artista che più ti è rimasto a cuore/di cui hai il ricordo più forte per ognuno di questi ruoli.
Ti sorprenderò e non parlerò di persone, ma proprio di esperienze. Le due più forti sono state sicuramente quelle del Celtica Festival e la prima edizione dell’Evolution Festival. La prima per le persone splendide che si trovano tra i musicisti, gli artisti e gli operatori che si adoperano per la sopravvivenza di una cultura magica, quella celtica, che rivive in questo raduno alle pendici del Monte Bianco: una cornice a dir poco d’incanto.
L’Evolution Festival mi ha visto come direttore di regia di sala. Era la prima edizione e doveva essere tutto perfetto. Ovviamente, la prima volta che organizzi qualcosa di nuovo in un posto nuovo, ti trovi ad affrontare problemi ai limiti dell’impossibile. Uno su tutti: a metà lavoro di allestimento, il generatore di corrente era troppo grande per entrare nell’edificio. Si paventava la cancellazione ed il rimborso dei biglietti, ma poi abbiamo risolto: il bello di questo mestiere è riuscire a creare soluzioni. Dopo giornate di impegno così estremo c’è stata quella che è la più grande ricompensa per chi fa il mestiere di organizzare tecnicamente un evento dal vivo: sistematomi in cabina di regia, non appena abbiamo dato il via all’apertura dei cancelli ho visto con i miei occhi la gente correre verso le transenne antipanico per arrivare subito in prima fila. Un entusiasmo da farti ripiombare nel pieno degli anni ’90!

Davvero non vuoi far menzione di persone o personaggi?
Un episodio mi piacerebbe raccontarlo, ma risale a prima ancora di quando ho iniziato a lavorare. Era il 1994, e vengo a sapere di un concerto segreto di Mike Patton a qualche chilometro da dove abito. Io ed un mio amico ci siamo imbucati dentro questa specie di centro sociale dove Mike ed il suo gruppo hanno suonato dei pezzi dal sapore fortemente sperimentale. Era il battesimo dei Fantomas. Ci saranno state meno di duecento persone. Alla fine del concerto, Mike si è sistemato un po’ in camerino e poi se ne è andato al banco; io ed il mio amico abbiamo iniziato ad offrirgli da bere ed abbiamo parlato per l’intera serata! Chissà dove conservo ancora il biglietto… Di sicuro il mio amico che ama tanto fare fotografie avrà conservato un album intero di ricordi.

Vogliamo le foto-prova!
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Sanremo?
Eh?

Dicevo… Sanremo?
Dov’è?

Tornando agli artisti che hai conosciuto nella tua vita professionale, ma anche di quelli che non hai conosciuto: se “Do You Like Me?” dovesse diventare una sorta di nuova “Canzone Che Scrivo Per Te”, chi vorresti al microfono per un duetto?
Se devo fare dei nomi immaginari, voglio farlo in grande. Anche se non mi reputo assolutamente alla loro altezza. Se fosse una donna: Mina, perché la sua è una voce rock, nonostante il suo repertorio smentisca in parte questa affermazione. Anzi, direi che con la sua voce può essere all’altezza di tutti i generi moderni. Se invece fosse un uomo: Bono Vox degli U2.

Hai 2 minuti per dire qualcosa che ritieni importante e che questa intervista ha negligentemente omesso
Hai colpevolmente omesso che tra poco le canzoni di cui abbiamo parlato faranno parte di un EP, e che esiste un sito vincenzomarabita.com dove potete trovare informazioni e materiale sui miei lavori. Le mie canzoni intanto sono scaricabili da Itunes, e sono DMR-free in formato qualitativo ad alta fedeltà. Potete trovarle tramite il motore di ricerca situato in alto a destra della schermata inserendo il mio nome “Vincenzo Marabita”.

Visto che abbiamo rimediato? Ora dicci qualcosa One Louder!
Invece di spender soldi in quelle sKifosissime suonerie che di musicale non hanno proprio un cazzo… comprate più musica!!! Quella vera!!!

Un dialogo in controtendenza, sicuramente ampio e vulcanico perché Vincenzo non vive l’esperienza di cantautore nel solo ruolo del musicista, ma da molte angolazioni di chi la musica la vive a trecentosessanta gradi. Non ci resta che attendere la buona musica in arrivo.

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