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Vincere o vendere

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Non è un eroe, René Saavedra. Non è uno di quei personaggi affascinanti e idealisti che siamo abituati a vedere nei film dedicati ad importanti battaglie politiche. René è un giovane pubblicitario in carriera nel Cile di fine anni 80 e il suo lavoro è manipolare il linguaggio audiovisivo — un linguaggio già impregnato dell’estetica commerciale americana — per vendere prodotti di consumo. Eppure è proprio René, con il volto di Gael García Bernal, il protagonista di “No – I giorni dell’arcobaleno“, il film diretto da Pablo Larraín (“Tony Manero”, “Post Mortem”), nelle sale italiane dal 9 maggio, che racconta le ultime settimane prima del referendum con il quale nel 1988 il popolo cileno avrebbe potuto decidere, con un sì o con un no, se far restare o meno il dittatore Pinochet al governo per altri otto anni. La sceneggiatura è di Pedro Peirano ma all’origine c’è una pièce teatrale mai messa in scena, “El plebiscito”, scritta da Antonio Skármeta, che più di recente ha dedicato a quel momento della storia cilena anche un romanzo, “I giorni dell’arcobaleno” (“Los días del arco iris”), pubblicato in Italia da Einaudi.

Larraín sceglie una prospettiva obliqua, storicamente immersiva — anche grazie all’uso del formato 4:3 e delle macchine da presa analogiche — ma al tempo stesso distaccata e molto sottile. Mentre i team pubblicitari rivali si ingegnano per riempire i quindici minuti quotidiani concessi dalla televisione alle due parti in gioco per el plebiscito, e l’abile René punta, per il no, su una campagna intrisa di allegria e fiducia verso un futuro di libertà, il paese vive la sua vita, affronta violenti scontri di piazza e tenta di fare i conti con le torture, le uccisioni e le sparizioni che hanno riempito gli anni della dittatura. E pur non nascondendo il ruolo che la campagna ha avuto — come spiega Eugenio García, uno dei veri pubblicitari che vi lavorarono — nel «cambiare il cupissimo stato d’animo del Cile e avviarlo verso un processo di riconciliazione nazionale», Larraín la guarda per quello che è: non «una metafora» ma semplicemente «il capitalismo, puro e vero, prodotto della pubblicità, applicata alla politica».

Un punto di vista disincantato che Larraín radicalizza utilizzandolo per mettere in scena non delle normali elezioni ma un referendum che oppone dittatura e democrazia e così appare ancor più paradossale che una campagna tanto colorata, e che ha abbracciato l’arcobaleno — segno di pace e di convivenza delle differenze — come proprio simbolo, non possa far altro che essere «una copia di una copia di una copia», per usare le parole dell’ex moglie di René. Perché non solo c’è poca differenza tra le immagini usate per promuovere una bibita o una scelta politica ma persino la campagna per il e quella per il no dopo un po’, a forza di rincorrersi, finiscono per toccarsi, tra montaggi accattivanti e musichette che si piantano in testa.
Ne viene fuori una visione della storia umana nella quale l’iniziativa del singolo possiede uno spazio d’azione molto ridotto e ogni purezza di pensiero è già stata mangiata dal mercato, inserita in meccanismi inventati per vincere. O per vendere. Ché in fondo, dice Larraín, non c’è differenza.

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