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Virgin Steele: ????? ??? ??????, ?????, ?????????? DeFeis…

Considerati spesso, ironicamente, i cugini intellettuali dei Manowar, date le innegabili somiglianze di stile e di sonorità, da più di 15 anni i Virgin Steele hanno elevato il livello di molti metalheads proponendo un power metal raffinato e graffiante, che ha nei testi il suo vero punto di forza.

Infatti, il demiurgo David DeFeis, grande appassionato di mitologia classica, si è ispirato nel corso degli anni ai tre grandi tragediografi della Grecia antica per creare dei capolavori come “Invictus” e “The House of Atreus”, e ha esplorato alcuni dei temi meno conosciuti delle leggende cristiane (vedi il mito di Lilith, la prima moglie di Abramo) o della cabbala, in lavori come “The Marriage of Heaven & Hell” e “Visions of Eden”. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per carpire i segreti del nuovo “Black Light Bacchanalia”.

Cominciamo a parlare dell’aspetto globale del cd: perché “Black Light Bacchanalia”? Sappiamo cosa sono i Baccanali, ma perché ‘Black Light’? Di che parla il concept?
Dunque, l’idea mi è venuta mentre stavo scrivendo un’altra canzone, e il titolo mi ricorda un concetto simile a quello che Dante associava alla “Divina Commedia”, riferito a questo mondo malsano: la vita è un luogo selvaggio che ha tante facce diverse, drammatiche, patetiche… e questo è uno dei significati della frase. L’altro è la rivoluzione che avviene nel pantheon di una cultura quando viene conquistata da un’altra, cioè: le divinità della cultura conquistata sono capovolte e assumono un significato sempre negativo, demoniaco.
Quindi “Black Light Bacchanalia” è il mondo alla rovescia, e, come ben sapete, il termine si riferisce alle feste di Dioniso o Bacco, come lo chiamavano i Romani. Queste feste (o misteri, com’erano definiti) rappresentavano la distruzione del mondo conosciuto e dello stile di vita comune e furono soppiantate da altri invasori che adoravano una divinità maschile, o da altre organizzazioni religiose. Quindi (ed è il terzo significato), si tratta di un rovesciamento di concetti: al buio si può vedere solo ciò che è rivelato dal bianco.
E l’album è una specie di concept, una continuazione della storia dell’album precedente, “Visions Of Eden”, in cui si parla della caduta del paganesimo, l’avvento di un Dio padre e la distruzione del principio divino femminile. Alla fine di quel cd, Dio si lamentava di tutte le conseguenze negative della suo opera. In questo nuovo lavoro, dicevo, si parla della morte del paganesimo, della nascita di nuove organizzazioni religiose e del conseguente affermarsi di un nuovo status quo. Ciò ha favorito l’arrivo dell’Età Oscura, non intesa però solo come il medio evo europeo, ma il periodo buio che oggi vive tutto il mondo con lo sviluppo del fondamentalismo religioso, ovunque. E, in sostanza, il tema centrale è la ribellione contro queste istituzioni prestabilite.

Il cd suona molto oscuro e pesante, con sonorità più cupe dei precedenti lavori dei Virgin Steele: come mai? Ciò riflette un tuo modo personale di sentire o è in accordo con l’atmosfera generale del cd?
Hmm, forse entrambe le cose… la musica è diventata più oscura perché la mia vita è cambiata e così lo sono i miei rapporti con gli altri e il mio modo di pensare… rifletto su cosa è successo nella mia vita, quindi credo siano entrambe le cose, e penso proprio che la musica debba fare così, nel migliore dei modi.

Avete scelto di utilizzare tre diverse immagini nell’artwork per il cd, il cd box, e l’LP box: puoi spiegarci il significato di queste immagini?
Sì, sono tutte in un certo senso collegate, hanno a che fare con la magia nera, la stregoneria e l’occultismo. Poi l’album ha a che fare con i tempi bui dell’Europa medievale, con l’inquisizione, ecc. e quindi l’album riflette queste cose, soprattutto legate ai metodi di tortura dell’inquisizione. Non sono temi molto belli, vero? Queste incisioni e sculture collegano gli album, in un certo senso, e sono una spiegazione visiva delle canzoni.

Hai preso le immagini da antichi libri di testo o qualcun altro si è occupato di creare l’artwork?
No, ho pensato io all’artwork, dato che le immagini provengono da oggetti che ho in casa. Cerco sempre di trovare ispirazione da cose che trovo in casa, come nel caso dello scudo che compare su “The House Of Atreus”. Di solito quando devo creare le copertine inizio a girarmi intorno e dico “Hmmm, vediamo, cosa potrebbe andare bene per quest’album?” e scelgo da oggetti che vedo in casa mia. In questo caso si tratta di immagini che ho trovato in alcuni testi antichi.

Wow, interessante avere dei pezzi unici in casa come collezione!
Beh, sì, ho iniziato a pensare a collezionare cose che avrebbero poi potuto servirmi in futuro… e che possono essere, almeno talvolta, collegate al mio mondo, alla musica. Invece di far entrare qualcuno dall’esterno e spiegargli cosa c’è nella mia testa, quali idee ho per la copertina, penso: “Dunque, questo si ricollega in qualche modo alla mia musica? Sì? Bene, allora prendiamolo!”
[PAGEBREAK] Collezioni ancora le spade?
Sì, ormai ho perso il conto di quante sono… credo circa 17, più o meno… poi ho un arco d’osso, una mazza da guerra e altre cose. Una delle mie spade è stata fatta apposta per me intorno al periodo del secondo album ed è un’arma enorme. Poi ho tre katana: una è una copia della spada di un samurai che mi fu donata quando eravamo in tour in Portogallo ed è molto lunga, e l’altra ha due serpenti arrotolati sul manico, e ce l’ho qui in America con me.

Abbiamo sentito che avete avuto dei seri problemi in fase di produzione dell’album… ce ne puoi parlare? C’è qualcosa che avresti voluto fare in modo diverso?
Ci sono sempre problemi che escono quando lavori ad un album, a volte capitano cose come il tuo ingegnere del suono che esce dallo studio e viene investito da un’auto, o altre volte è la natura che ci si mette di mezzo e combina una catastrofe. Abbiamo perso delle parti vocali a causa di una catastrofe naturale, e abbiamo dovuto rifare tutto. La prima reazione che ti viene spontanea è il panico, dato che pensi “Oddio, abbiamo perso tutto, come faremo a rispettare le scadenze? Cosa facciamo?”. Ma, passato il panico, ….no, non passa, diciamo una volta che si è calmato, cerchi di fare del tuo meglio. In termini di performance, non credo che rifarei qualcosa, perché sono molto felice del risultato finale. Semplicemente, mi sono rimesso davanti al microfono, ho acceso il registratore e ho ricominciato a cantare… non uso le cuffie perché non riesco a sentire la voce che esce. Non è facile ma preferisco un feeling più naturale. Una cosa che avrei voluto ma che non riesco mai a fare è prendermi più tempo per la fase di mixaggio, tipo prendermi una settimana dopo che ho mixato tutto e rivedere il lavoro. Ma non ce l’abbiamo fatta perché eravamo sotto pressione e siamo arrivati di corsa alla fine. E quindi, come faccio sempre, mi sono solo seduto al mixer e ho fatto tutto.

Ma non hai potuto avere più tempo a causa di pressioni da parte della casa discografica?
No, è solo per il modo di gestire il tempo… ovviamente anche il budget ha giocato il suo ruolo, ma è soprattutto il fattore tempo. Quando inizi a mixare subito dopo che l’album è finito, prima pensavi di avere molto più tempo, e invece… sai, sembra che io stia sempre registrando le parti vocali e mixando allo stesso tempo. Non succede mai che abbiamo finito il disco e poi ci rimanga un mese o giù di lì solo per mixare. Non funziona mai così, non c’è tempo. È un sogno per me, ma io registro il cantato e mixo sempre contemporaneamente. È sempre caotico, ci passi su dei giorni interi e cerchi di fare del tuo meglio.

Be’, direi che ci siete riusciti, visto il risultato! E inoltre complimenti per la scelta di aver deciso di pubblicare l’album anche in lp, che ultimamente sembra conoscere una seconda o terza vita. Pensi questo revival sia una cosa positiva, a fronte della prevalenza del MP3 e MP4 nel mondo musicale?
Sì, credo sia qualcosa di positivo, perché è una cosa speciale e, rispetto all’MP3 e MP4, che a me non piacciono molto, sembra che la gente abbia bisogno di qualcosa di tangibile, da tenere in mano. Ora è un mercato di nicchia, non molto grande ma esiste. Sembra essere tornato e oggi le labels cercano di far fruttare al massimo quest’opportunità. Il packaging, poi, è sempre molto accattivante, con i testi scritti in grande, l’artwork si vede meglio con le copertine grandi, e nel vinile il sound è piuttosto buono.

“Black Light Bacchanalia” è un lavoro di una durata importante e alcune canzoni sono molto lunghe: non temi che i fan possano stancarsi di canzoni così lunghe?
Hmmm, se una canzone sembra lunga sette minuti ma in effetti è di tre, allora so di aver fatto un buon lavoro. Se invece penso “Oddio, ci sono ancora 5 minuti di questa roba”, allora so di aver sbagliato. Quando scrivo una canzone, non ho mai pensato consapevolmente alla lunghezza delle canzoni, non mi sono mai sembrate così lunghe. Soltanto, alla fine, dicevo “Ah, wow, il pezzo è di 5 minuti” oppure “è di 11 minuti!” o qualunque cosa.
Per me, quando registravamo il disco o quando riascoltavo le canzoni, non mi è mai venuto in mente di preoccuparmi della loro durata, e se “Black Light…” sembra lungo… be’, è il tempo. Purché il pezzo sia completo, non m’interessa che sia lungo o corto; basta che abbia un buon inizio, uno sviluppo e una conclusione coerente, che la canzone duri due minuti o 11, non importa… ad esempio, “The Bread Of Weakness” dura tre minuti, come pure “The Tortures Of The Damned”… e non potevo allungarla di più.
Non mi pongo limiti, so quando una canzone è lunga abbastanza, che siano due o otto minuti. Non m’interessa avere delle idee prefissate sulla durata dei pezzi, non ho mai lavorato così. Non mi piacciono i limiti e questa è una delle mie ribellioni contro l’autorità! Ed è in linea con il tema dell’album.
[PAGEBREAK] E mi sembra un modo corretto di lavorare perché non metti delle barriere alla tua creatività. Puoi sentirti libero di fare quello che vuoi, senza subire l’inevitabile pressione da parte delle labels…
Sì, infatti. Non sono mai stato sotto contratto con un’etichetta che mi diceva cosa fare. All’inizio forse succedeva, ma poi hanno capito presto che io volevo fare di testa mia e la band pure. Non abbiamo mai avuto persone in studio che ascoltassero il materiale prima che fosse pronto per darci il loro parere, oppure consultazioni di gruppo o meeting. Il processo era strettamente creativo e, alla fine del lavoro, pensavamo: “Ok, se piace al pubblico allora va bene. Se non piace loro, allora va bene ugualmente”. La mia regola numero uno è: “Se piace a me, se non mi annoia o non mi crea disgusto, allora piace anche alla gente”, dato che sono molto critico e obiettivo riguardo al materiale che produciamo.

Non è la prima volta che prendi la mitologia greca come ispirazione per i tuoi lavori. Cosa ti affascina di essa, rispetto alle altre mitologie? E credi che i suoi miti siano validi anche per il nostro pensiero moderno?
Sì, perché essenzialmente i miti greci erano delle metafore per la vita di oggi. Non voglio dare delle lezioni di storia ma parlare di quello che vediamo nel nostro tempo. Anche se sembrano così fantastiche, quelle leggende riflettono proprio ciò che succede oggi, e anche la mia visione personale del mondo. Sì, gli album sono come dei documenti privati si ciò che accade su questo pianeta. Per quel che riguarda i testi, ho cercato di nascondere queste mie opinioni e di tenerli aperti a diverse interpretazioni. Si può avere una traccia aperta e vedere sé stessi nelle vicende che narrano, come una storia che si può fare propria e adattarla alle proprie aspettative.

Avete già programmato un tour a supporto del cd? E avete intenzione di ripetere l’esperienza con il set acustico?
Non so ancora come suoneremo e cosa, ma ne faremo saltar fuori un tour completo. Stiamo cercando di organizzarlo proprio ora mentre parliamo. E dovrei avere qualche novità a breve. Abbiamo fatto un paio di live acustici in Italia a febbraio o marzo dell’anno scorso, al Live di Trezzo e al Siddharta di Prato, ma non so ancora dirti se ripeteremo la performance unplugged.

E sappiamo che sei stato anche impegnato nel comporre una rock opera. Ti piacerebbe riprovare a cimentarti con un’altra opera?
Sì, mi piacerebbe rifarlo. Non so se si tratterà del prossimo album o di quello successivo, ma ho delle idee in testa. Sarebbe interessante esplorare di nuovo questo campo. Fra l’altro le performance di Clytemnestra erano in cartellone solo nei teatri tedeschi e non c’è stata una tournée europea completa. Purtroppo, è quello che spesso succede con le piccole opere… è stata portata solo in Germania ma ha ricevuto un’accoglienza molto positiva.
C’è una compagnia con cui ho parlato che potrebbe portare lo spettacolo in Inghilterra. Certo, non in tutti i teatri del mondo ma almeno in quelli in cui erano già state inscenate le tre metal opera. Non so, è qualcosa che farò per conto mio, butterò giù delle idee e cercherò qualcuno interessato a concretizzarle. Ne ho discusso anche con mia sorella Doreen, che vive in Germania ed è una cantante lirica. Lei è sembrata interessata, e così anche i teatri con cui ha lavorato prima, ma si tratterebbe ancora di una visibilità riservata al suolo germanico, magari mi faranno scrivere qualcosa di nuovo, e sarebbe bello trovare una compagnia teatrale che lo porti in giro per l’Europa, anche in Italia.

Cosa cambieresti della tua carriera, pentimenti, cose che avresti voluto fare meglio?
Ma, in realtà non ho dei rimpianti, dal punto di vista musicale. Sono soddisfatto di ciò che ho compiuto nella mia carriera. Vorrei solo avere più tempo per mixare gli album, questa è la mia sola spina nel fianco. No, per il resto va bene così, abbiamo un bel po’ di spazio come gruppo e stiamo riscuotendo successo e un picco d’interesse che non aveva momai conosciuto. Gli altri sono contenti delle mie decisioni che ci hanno portato fin qui. Credo siano state giuste, anche se non ci erano sembrate corrette all’epoca. Ad esempio, fra le cose migliori che mi siano capitate, c’è senz’altro il fatto che suonare in un paese per la prima volta e condividere l’energia che scaturisce è un’esperienza fantastica. Io mi sono sempre considerato un ‘animale da palco’ e mi piace la vita in tour. E il fatto che mi sia stato chiesto di portare sul palco la drammaticità delle mie tre opere rock e mescolarla alle esibizioni live dei Virgin Steele è una cosa grandiosa.
Poi, il fatto che io sono ancora qui, che tu stai parlando con me, e che i fan ascoltino la nostra musica è segno che siamo vivi, che andiamo avanti, ed è la cosa più importante di tutte.

Visto che hai scritto una breve storia dei Virgin Steele, che hai incluso nel LP box, hai mai pensato di scrivere un libro intero e di dedicarti alla letteratura?
Sì, infatti ho scritto una breve cronaca della band, ma non è naturalmente la storia completa, che è davvero lunga. La SPV, con cui abbiamo appena firmato un contratto, mi ha chiesto se avevo una biografia del gruppo e credo si aspettassero una pagina o poco più, invece ho dato loro quasi un libro! E abbiamo parlato ed è uscita l’idea di un volumetto, in cui ho messo delle parti parlate dietro le partiture musicali, cosa che non è mai stata fatta per alcun cd: ad esempio, quando c’è un pezzo di pianoforte, o dietro le parti di backing vocals. Quindi, è divertente, spero anche informativa e, anche se è una cosa seria, è ovviamente ironica, dato che si tratta sempre di musica e d’intrattenimento.
Mi piacerebbe scrivere un libro, amo la parola scritta e un giorno vorrei comporre una raccolta di poesie o di poemi. Quando scrivo ci sono molti pezzi che non riesco a far entrare nell’album e mi capita di scrivere una canzone ma poi salta fuori una poesia. Quindi sì, vorrei scrivere un libro di poesie e una biografia completa della band. Magari, un giorno, chissà…

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