Home > Recensioni > Virgin Steele: Life Among The Ruins
  • Virgin Steele: Life Among The Ruins

    Virgin Steele

    Loudvision:
    Lettori:

Testacoda tra le rovine

I Virgin Steele, attraverso due dischi come “Noble Savage” e “Age Of Consent”, rispettivamente del 1986 e 1989, avevano affermato una propria identità artistica ben definita e apprezzabile, fatta di quel metal epico e intelligente (diverso dal dire annacquato) che si sarebbe poi affinato con gli anni fino ad arrivare a ciò che conosciamo oggi. Parallelamente iniziò anche a crearsi un seguito di discepoli fedeli ed ansiosi di nuovi capitoli artistici del combo americano capitanato da David DeFeis. Il disco che però venne pubblicato dopo i due album appena citati segnò un sostanzioso dietro-front, non esattamente un diniego, quanto più un distacco dalle tematiche sonore e liriche che avevano maggiormente caratterizzato il passato prossimo della formazione americana.
“Life Among The Ruins”, classe 1993, è infatti un album di hard rock americano, in tipico stile anni ’80, sulla scia di Whitesnake (quelli da “1987″ in poi) e Van Halen (di Sammy Hagar), anche se non va negata una certa componente personale che serpeggia lungo le 14 tracce qui presenti. Sul risultato finale di una simile operazione, di per sé, non è che ci sia granché da obiettare o criticare: la qualità c’é. Semplicemente non è ciò che sarebbe a priori lecito attendersi da una band come questa.
Poco importa, però, visto che “Life Among The Ruins”, al di là delle questioni di forma, è in grado di offrire diversi momenti di assoluto interesse, come nell’opener “Sex Religion Machine”, nella successiva “Love Is Pain” o in “Too Hot To Handle”, canzoni che mettono ben in chiaro cosa si intende quando si parla di vena rockettara e Virgin Steele. Canzoni che proprio grazie alla loro efficacia riescono a riscattare l’alone di ruffianeria che spesso le avvolge, in un’operazione di riscatto che riesce bene anche a due ballate come “Wild Fire Woman” e “Never Believed In Good-Bye”. Da sottolineare, a mo’ di nota di colore, anche la riproposizione di “Cry Forever”, già presente su “Age of Consent”.
Con tutte le premesse e le limitazioni del caso, “Life Among The Ruins” rimane sicuramente un’opera da non prendere sotto gamba, perché sa il fatto suo e non soffre di complessi d’inferiorità nei confronti di nessuno, ad eccezione, forse, dei suoi fratellini all’interno della discografia della band, il cui tasso qualitativo è tuttavia cosa non comune.

Scroll To Top