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  • Virgin Steele: The House Of Atreus, Act I

    Virgin Steele

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Fire Gods

Il lato sinfonico completamente soverchiato dall’aggressiva potenza di “Invictus” torna a farsi valere prepotentemente con la saga di Atreus, ancora una volta ambientata tra le statue e i bassorilievi dell’antica Grecia. Storie di uomini e dei si susseguono per le ventidue tracce in un’alternanza tra canzoni vere e proprie e interludi che fungono da perfetto trait d’union e donano forti caratteristiche di unità e compattezza all’intero disco. Difficilmente delle tracce che a fatica superano i due minuti possono risultare interessanti come in questo caso, vero e proprio terreno di caccia per David DeFeis e le sue tastiere, sulle quali si regge gran parte dell’atmosfera magica ed evocativa di questo nuovo concept.
Ridotto è dunque lo spazio per l’aggressività della chitarra del fedele Ed Pursino, spesso relegata a un ruolo di accompagnamento alle maestose composizioni, mentre Frank Gilchriest resta in evidenza con i suoi ritmi sostenuti imperniati sulla doppia cassa, pur se da qualcuno criticati per la troppa staticità. Chiudendo il cerchio della lineup, non si può non tornare sul principale artefice ed esecutore di questa opera barbarico-romantica, un David “The Lion” DeFeis che dà il proprio meglio nella delicatezza di interventi come “A Song Of Prophecy”, stupendo come al solito per la facilità nell’oscillare tra acuti lancinanti e ruggiti in grado di guidare gli eroi greci alla battaglia. A tratti sembra di essere di fronte al calore di un artista che riversa i propri sentimenti sull’avorio di un lucido piano (“Child Of Desolation”), ma bastano pochissimi minuti per figurarselo sul campo di battaglia con armatura, scudo e spada. Preferibilmente infuocata, come ci ricorda uno dei pezzi più riusciti (“Great Sword Of Flame”), padre di riuscitissimi effetti pirotecnici sul palco.
Resta comunque questo l’aspetto debole di tutta la saga della Casa di Atreus, un’aggressività relegata principalmente ai ruggiti di DeFeis e non perfettamente supportata da un background musicale che a tratti sembra di non poter dare più della solita doppia cassa. Ciò non toglie che il prezzo del biglietto per la visita al leone in gabbia sia ampiamente giustificato, ma ci porta a propendere per il lato romantico dell’opera.

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