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Virus verbale

Presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, Contagion” di Steven Soderbergh ha convinto ma non totalmente, è stato apprezzato senza però suscitare forti entusiasmi. Si è posto insomma in una via di mezzo che solitamente non viene presa in considerazione quando si parla di Soderbergh.

Sarà forse dovuto allo stile asciutto, asettico, quasi documentaristico di questo disaster movie atipico, privo di spettacolarizzazioni, retoricismi e sensazionalismi? Sarà perché, nonostante il cast all-stars non viene data importanza ai singoli attori ma piuttosto alle microstorie dei personaggi che gradualmente si intrecciano?

In “Contagion” abbiamo una libertina Gwyneth Paltrow che appare per pochi minuti, un sempre presente Matt Damon nei panni del vedovo spento, la dottoressa empatica col volto della grande Kate Winslet, l’esperta nel campo risoluta e coraggiosa interpretata da Marion Cotillard e si potrebbe continuare a lungo. Molti di loro scompariranno dallo schermo ben prima prima del previsto, lasciando lo spettatore con la sensazione che stavolta Soderbergh non si sia divertito così tanto a gigioneggiare.

Ciò non toglie che, pur essendo una buona novità nel campo dei film dedicati a virus che si diffondono nell’intero pianeta minacciando l’incolumità di tutta la popolazione mondiale, “Contagion” si situi per davvero in quella famosa terra di mezzo che non fa urlare al miracolo, ma nemmeno storcere il naso, a causa della sua incapacità di stabilire una connessione emotiva con lo spettatore, coinvolgendolo soltanto dal punto di vista intellettuale.

L’aspetto più interessante della pellicola, al di là dell’attenzione registica a ciascun particolare veicolo della diffusione del virus, come mani e oggetti vari, è la dicotomia tra il virus vero e proprio e una sorta di virus verbale.
Si tratta di un vero e proprio paragone tra la diffusione della pandemia e la propagazione delle notizie che può avere effetti disastrosi e deleteri al pari della prima. Ecco spiegata l’esistenza di alcuni personaggi di contorno e delle storylines che li contraddistinguono, a partire dal giornalista web freelance interpretato da un forse troppo eccessivo Jude Law, passando per politici, dirigenti, burocrati, dottori e via di questo passo.

Spicca su tutti il personaggio interpretato da Laurence Fishburne che si pone al centro di dilemmi etici davvero stimolanti e coinvolgenti e si ritrova, dunque, non solo ad interessarsi alle cause dell’epidemia, mostrate solo in un finale a tratti beffardo a tratti ironico, ma anche a riflettere sui comportamenti umani posti di fronte a scelte che riguardano se stessi e gli altri.

Certo il virus può uccidere, ma anche le notizie comunicate nel momento, nel modo e coi mezzi sbagliati possono creare davvero grossi disastri, come dimostra “Contagion” che narra sì di un disastro epidemico, ma anche e forse soprattutto di una catastrofe etica e verbale.

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