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Visibilio e dubbi

I Dream Theater tornano in Italia dopo le trionfali date di quest’inverno, attesissimi, come al solito, da un pubblico che risponde sempre in maniera generosa alle adunate di Petrucci, Portnoy e compagni. Tornano per una serie di concerti per i quali sono state scelti, come support act, band di casa nostra, diverse per ogni data. Unica eccezione, e presenza costante in ognuna delle tre date, gli Empty Tremor di Daniele Liverani. Proprio a questi ultimi tocca stasera il compito di scaldare il pubblico, nel cortile di un ex-convento chiamato Lazzaretto.

Il combo italico (unica eccezione il teutonico singer Oliver Hartmann), nonostante le notevoli capacità tecnico-strumentali su cui sembra poter contare, riesce a stento ad attirare l’attenzione dell’ancora non così numeroso pubblico, diviso tra chi prova ad accaparrarsi i posti ai piedi del palco, e chi cerca rinfresco e ristoro con il più classico tandem panino e birra. Gli Empty Tremor ce la mettono tutta, Hartmann non stecca una nota, ma tutto sommato il loro show risulta poco coinvolgente.

Al contrario di quello che, dopo un cambio di palco fatto alla svelta, creeranno i partenopei Mind Key. Una band al debutto su Frontiers Records che suona già sullo stesso palco dei Dream Theater (evidentemente uno dei numi tutelari della loro proposta sonora, a quanto è parso insieme ai Symphony X) è qualcosa che ti fa pensare che i sogni, a volte, possono davvero avverarsi. E forse proprio per l’entusiasmo che una situazione del genere può far nascere, la prestazione del gruppo risulta particolarmente coinvolgente ed efficace, smuovendo un’audience che, passata l’indifferenza dei primi momenti, non si farà più pregare per partecipare in modo attivo al loro show. Buone le idee compositive, molto buona la presenza scenica e la padronanza del palco, ottime le capacità strumentali di un gruppo che merita sicuramente attenzione.
E poi arrivano i Dream Theater.

L’attacco è con “The Glass Prison”, opener del deludente “Six Degrees Of Inner Turbulence”, a cui segue, com’è ovvio che sia, “This Dying Soul”, tratta da “Train of Thought”, il tutto per circa venticinque minuti di congestioni musicali, tra riff e assoli, che, pur accontentando i dreamers italiani accorsi per l’occasione, poco ci convincevano su disco e poco di più ci convincono dal vivo. Al di là delle prestazioni dei singoli, comunque ineccepibili, e di un suono all’inizio non perfetto ma che andrà migliorando lungo lo svolgimento dello show, la dimostrazione della modestia delle due canzoni d’apertura arriva con “The Mirror”, dall’immortale “Awake”. Un pezzo che finalmente dimostra perché i Dream Theater sono diventati quello che sono (o erano?). Peccato però che dall’album del 1994 non vengano tirati fuori anche altre canzoni. Da “Falling Into Infinity” vengono invece riprese “Trial Of Tears” e una “Peruvian Skies” proprio per nulla entusiasmante.
[PAGEBREAK] Il pubblico tuttavia risponde alla grande, sembra in estasi mentre gode dei pregevoli assoli e degli interplay di John Petrucci e Jordan Rudess, o dei numeri da entertainer di razza di Mike Portnoy, il quale, oltre alle evoluzioni dietro al suo drum set, tenta di coinvolgere il pubblico anche attraverso una graditissima attitudine simpaticamente tamarra (l’accappatoio stile boxer, con il quale ha salutato il pubblico al termine dello show, la dice lunga…). Una nota sicuramente positiva viene da un James Labrie che da un po’ di tempo a questa parte pare rinato, dimagrito com’è e con un’ugola che on stage non fa più brutti scherzi. Lo dimostrano anche “Under A Glass Moon” e “Pull Me Under”, gli unici due estratti dal capolavoro “Images And Words”.
E “Metropolis”? C’è stato chi l’ha invocata, non sembravano in pochi; parte “Through My Words”, che sarà seguita a ruota da “Fatal Tragedy” – boato di chi vede appagate le proprie richieste.
Mi sa che si avesse in mente due metropoli diverse…

Le prestazioni dei teatranti? Come da copione perfette. Ribadiamo: per quello che riguarda l’aspetto formale, non c’è nulla da criticare allo show bergamasco di Petrucci e soci. Si può però appuntare qualcosa a riguardo della setlist (comunque già migliore rispetto alla data di Roma, va detto), che predilige episodi del tutto trascurabili (a meno che “Endless Sacrifice”, “Vacant” o “Stream Of Conciousness” non siano diventati, nelle ultime ventiquattrore, araldi della carriera dei Nostri) sorvolando invece sui momenti cardine del loro repertorio. Eccezion fatta, ovviamente, sia per le sole tre canzoni in tutto riprese da “Images And Words” ed “Awake”, sia per “A Fortune In Lies”, dal spesso bistrattato ma importante album di debutto della band, “When Dream And Day Unite”. Non va comunque dimenticata “A Change Of Season”, eseguita nell’encore – una grande composizione, che non riesce a rovinarsi nemmeno con gli inutili interventi à la Tom & Jerry del pur bravissimo Jordan Rudess. Roba da Liquid Tension Experiment, che in un album va bene, in due inizia a stancare, renderla una caratteristica sicura e costante è al di là del semplicemente stucchevole (oltretutto in alcuni frangenti, come questo, fa perdere del tutto il senso lirico del pezzo).
Si conclude così il concerto dei teatranti più famosi del mondo.

Tra certezze e alcuni dubbi, propri forse soltanto di chi cerca il pelo nell’uovo a tutti i costi. Che sono probabilmente gli stessi a cui, oggi, crea qualche perplessità la band che fino a neanche dieci anni fa ha scritto capitoli importanti del metal progressivo. Per gli altri, comunque, è festa grande.

-The Glass Prison
-This Dying Soul
-The Mirror
-Peruvian Skies
-A Fortune In Lies
-Endless Sacrifice
-Through My Words
-Fatal Tragedy
-Under A Glass Moon
-Vacant
-Stream Of Consciousness
-Trial Of Tears
-Pull Me Under
-A Change Of Season

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