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Saper far musica

Quando si ha a che fare con dei professionisti non si scappa, il risultato è professionale. I Vision Divine riscoprono la versatile voce di un Fabio Lione finora a rischio precariato, considerate le vicende dei Rhapsody Of Fire, e mettono in piedi un disco complicato, profondo e scarsamente orecchiabile, che non mostra una sbavatura musicale ma neanche mezza.

“9 Degrees West Of The Moon” presenta dieci tracce inusitatamente aperte, dalla più lunga tra tutte, “Letter To My Child Never Born”, il cui titolo rappresenta il fil rouge tematico che lega ogni canzone all’altra. Pezzi complessi, articolati e divisibili in sotto-unità come l’opener si alternano sapientemente ad altri dal ritornello ammiccante e di sicuro effetto, “Violet Loneliness” su tutti. Lione è sorprendente anche per chi pensa di conoscerlo bene: dai passaggi più dolci, lenti e ovattati di “Angel In Disguise”, che va a occupare il posto di brano semi-lento del disco, alla furia inattesa delle strofe di “The Killing Speed Of Time”, sembra che tutto gli sia possibile. Ma non sono solo voci e cori, sono le melodie l’arma in più dei Vision Divine, che scaturiscono come lapilli dalla chitarra di Olaf Thorsen, la cui ispirazione in “The Streets Of Laudomia” (echi di Italo Calvino) raggiunge picchi da brivido. Non può inoltre essere dimenticata la tastiera di Alessio Lucatti, onnipresente ed impegnata a passare dal pianoforte agli effetti elettronici, costruendo atmosfere ariose e intense, come e più che mai nella conclusiva title track, che chiude il concept con una malinconia soffusa, leggera ed eroica. Chiude le danze la cover di “Touch Of Evil” dei Judas Priest, nel pieno stile della band nostrana, con le tastiere in primo piano e quindi non interessata a raggiungere la potenza dell’originale.

Olaf & soci sfornano insomma un lavoro che trapela mestiere e talento da ogni dove, nulla è stato lasciato al caso, la produzione è perfetta e d’altra parte Timo Tollki è una garanzia. I ritornelli di quasi tutte le canzoni sono lì per penetrare nella mente dell’ascoltatore e la definizione consueta di power metal per i Vision Divine va stretta ancora più che per i precedenti lavori. Chi ha amato alla follia la voce di Michele Luppi forse non si straccerà le vesti per “9 Degrees West Of The Moon”, ma questo è un gran disco, nobile addirittura.

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