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Vision Divine: C’è chi va e c’è chi torna…

Il 23 gennaio esce “9 Degrees West of the Moon”, nuovo e sesto lavoro in studio degli italianissimi Vision Divine, che si presentano al gran completo ai giornalisti in quel del Rock ‘n Roll di Milano, un luogo a dir poco adeguato per un evento simile. A introdurci il nuovo disco sono Fabio Lione, il cantante recentemente rientrato tra le fila del gruppo, e il mastermind Olaf Thorsen. Meglio di così…

Ciao Fabio! Parliamo del tuo rientro nella band al posto di Michele Luppi. Cosa hai da dire su questa vicenda?
Allora, sono uscito dai Vision Divine nel 2003 per pressioni da parte dell’etichetta Magic Circle Music, cui ero legato tramite i Rhapsody, quando il 3° album della band era praticamente pronto. A quell’epoca avevo ugualmente esortato Olaf e gli altri membri della band a cercare un nuovo cantante ed andare avanti con la pubblicazione del disco. Ora le cose sono cambiate: io non ho più vincoli con la Magic Circle e Michele non fa più parte della band, per cui mi è sembrato naturale tornare a far parte di un gruppo che mi ha visto con Olaf fin dalle sue origini nel 1999. Non so neanche immaginare come sarebbe stato per Olaf ripartire con la band, dopo Michele, con un altro cantante.

In che rapporti sei con Michele?
Mah, non lo conosco bene, siamo diversi, io non cerco quello che cerca lui musicalmente e viceversa. Può darsi comunque che questo sia stato un arricchimento per la band!

Non ti intimorisce il fatto che spesso un fan individui un gruppo nella figura del cantante?
L’apice creativo della band è stato “Stream of Consciousness” del 2004, ma il disco che ha venduto di più in assoluto è stato il primo. In “Stream” Michele ha fatto un buon lavoro, anche se sono stato io che per quel disco ho lavorato un anno e mezzo per niente! Tra noi due è differente l’approccio alla musica, ma lui è indubbiamente una buona voce. Come cantante, nelle mie band mi sono sempre sforzato di far dire qualcosa all’Italia nell’heavy metal, per cui sono contento se un qualunque cantante riesce a spiccare per le sue doti. Michele nei Vision non è stato un vocalist qualunque, ha fatto veramente un ottimo lavoro e ha contribuito alla crescita della band, e questo progresso è stato uno dei motivi del mio rientro. D’altra parte è una band che cerca costantemente di fare lavori differenti l’uno dall’altro.

Forse, sei rientrato con una certa tranquillità nei Vision Divine perché i Rhapsody of Fire sono da un po’ di tempo fermi per i famosi problemi con la Magic Circe Music. Una volta che questa band si riavvisasse, pensi di non riscontrare problemi nel militare in entrambe le formazioni?
No, l’ho già fatto dal 1998 al 2003. Ho lasciato la band all’Heineken Jamming Festival del 2004 dopo aver passato un sacco di tempo al telefono con Joey di Maio (il patron della Magic Circle, nonché il bassista dei Manowar n.d.a.) che non voleva che io cantassi.

Quanto tempo avete impiegato per registrare l’album?

Questo disco è stato particolare. A livello di registrazioni, c’è un che di live secondo me. Timo Tollki (il celebre chitarrista e produttore n.d.a.) seguiva il gruppo facendo suonare tutti i membri della band insieme nello studio, live insomma. Era una sua idea e noi l’abbiamo accettata. Non è stato per risparmiare tempo, è stato per cercare un sound ed un groove diversi. Io ho cantato come fosse un concerto, venendo registrato alla prima prova. D’altra parte è questa una band che non ama ripetersi, ama evolversi pur rimanendo identificabile.

Prendiamo una traccia del nuovo lavoro, “The Killing Speed of Time”, dove canti in maniera abbastanza sporca, certamente non abituale per molti tuoi fan. È la prima volta che registri qualcosa di simile?
No. Anche questa traccia l’ho registrata come una prima, idea di Tollki ovviamente! Anche nei Rhapsody of Fire avevo provato a fare qualcosa di simile. In questo pezzo dei Vision comunque non è la stessa cosa, la voce è meno growl e più tendente allo sporco. Penso sia la dimostrazione di un’altra sfaccettatura del gruppo. Insomma, qui e all’estero è normale che ti classifichino in un sotto-genere: cantante power metal, ad esempio, che cosa sarebbe di preciso? Cantare solo su registri alti? No! Il cantante è un comunicatore di qualcosa, deve saper cantare su stili diversi, complementari. Se Olaf mi propone un riff a 200bpm, io devo riflettere su come far entrare la mia voce nel pezzo, e in questo caso ho concluso che una prestazione vocale “sporca” era un buon modo per farlo, secondo me.
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Sai, viene in mente che in questo disco l’espressività della tua voce emerga come mai prima d’ora.

Mi fa piacere! Devi considerare che nei Rhapsody of Fire i compositori principali sono Alessandro Staropoli e Luca Turilli Io studio le bozze vocali che loro mi danno, ho una certa libertà nell’interpretare i versi ma occorre che rimanga all’interno di un certo perimetro. Nei Vision ho avuto maggiore libertà: Olaf compone la musica e, contando sulla mia versatilità, fa sì che io possa esprimere i pezzi a modo mio. Tollki in studio mi faceva cantare alla prima, dicendomi di ascoltare la musica e cantarla per come la percepivo. Certo, non sempre è facile lavorare con Timo, è puntiglioso, perfezionista, gli piace cogliere le prima prove. Ma è comunque bello perché ha saputo cogliere le sfumature del mio cantato. Forse io ero il vocalist che avrebbe sempre voluto avere al suo fianco? Non credo comunque di avere mai dato tutto quello che la mia voce può dare. A me interessa solo dare un’espressione canora personale a della musica che ritengo valida, nient’altro. Ci sono cantanti bravi che cantano sempre alla stessa maniera. In questo lavoro invece la band si è lasciata andare, ha mostrato di avere ancora qualcosa da dire, senza sentire la necessità di ripetere in maniera speculare le cose buone già fatte in passato.

L’album contiene la cover dei Judas Priest “A Touch of Evil”. Forse però da voi ci si sarebbe aspettati qualcosa di più legato al pop o al synth-pop anni ’80.
La canzone dei Judas ci piace molto. Sono in buoni rapporti con Rob Halford, ha mancato la partecipazione al disco davvero di poco e, fra parentesi, mi ha dato anche una mano nella “questione” Magic Circle Music. È la canzone di “Painkiller” che personalmente preferisco. Certo, io e Olaf soprattutto amiamo A-ha o Tears for Fears. Anche Timo non riteneva che la cover dei Judas andasse bene sul disco. Ma d’altra parte era il nostro disco!

Il gruppo tedesco degli Atrocity ha da tempo avviato il trend delle cover in chiave metal di successi pop anni ’80. Se loro non lo avessero fatto, pensi che questo filone avreste potuto seguirlo voi?
Sì, è possibile, ma la scelta della cover è dovuta anche al cambio di cantante. Michele aveva certi gusti e sono venute fuori determinate cover, per esempio “The Needle Lies” dei Queensryche, e non invece altre di artisti che a me e ad Olaf piacciono molto, come A-ha o Tears For Fears per l’appunto.

Tu sei entrato a maggio nella band, quando probabilmente le idee per questo disco erano già state messe giù. Hai contribuito comunque al loro sviluppo? In che modo?
In questa band collaboro sempre allo stesso modo: l’idea della musica può venire dalla chitarra di Olaf come da una mia espressione canora. Olaf scrive tutti i testi, anche perché ha il tema del disco ben fisso in mente, come può essere per questo lavoro il tema del dialogo immaginario di un padre con un figlio mai nato. Olaf aveva queste idee, ma sono state sviluppate nel momento in cui sono entrato. Lui si occupa di testi, riff e arrangiamenti, io di cantati e melodie, con molta naturalezza.

Ascoltando questo disco si ha l’idea che possa spiazzare un po’ gli ascoltatori, che magari si aspettavano che con te i Vision Divine tornassero alle origini.
E invece no! Nei nostri live abbiamo continuato ad estrarre canzoni da un po’ tutti i nostri dischi, come prima. Per una band ogni disco è importante. (arriva a sedersi con noi anche Olaf) Nel nostro caso il cammino creativo è sempre andato avanti, di album in album. Chi si aspetta power metal da noi rimarrà spiazzato! E infatti che significa power metal? L’ultimo disco dei Primal Fear è etichettabile come power metal?!

Infatti. Etichettare le band è un’operazione spesso rischiosa. Secondo te Olaf, è un problema soprattutto italiano?
È un problema generale. Dai Judas Priest la gente si aspetta sempre lavori come “Painkiller”, ma quanti dischi differenti hanno prodotto prima? La gente si aspetta da una band lavori simili ai dischi che di quella band preferisce, è normale. Ma, per esempio, i dischi dei Vision Divine sono tutti diversi, difficile accomunarli senza fare distinzioni. La gente che ci segue lo fa anche perché apprezza questo! Anche senza Fabio come cantante ma qualcun altro al suo posto, questo disco sarebbe stato diverso dal precedente. Fabio era già stato nella band, ora che è rientrato la sua musica è diverse da prima. (interviene ancora Fabio) È difficile per un artista fare un prodotto vincente mettendosi in discussione, è più facile sfornare successi battendo sempre lo stesso ferro finché è caldo. (riprende a parlare Olaf) Gli ultimi dischi dei Vision sono stati un crescendo di successo. Potremmo fermarci con l’evoluzione musicale, ma sarebbe un rischio: la gente che ci apprezza si aspetta il cambiamento dai nostri dischi. Altrimenti, i discorsi di chi ci ascolta finirebbero per essere quelli del tipo: è più bravo il cantante nuovo o quello vecchio? I brani dei dischi vecchi erano forse più ispirati? Noi siamo musicisti che invece cerchiamo di non rimanere fermi, abbiamo il nostro stile, ma lo modifichiamo sempre e cerchiamo così di evitare i paragoni tra un disco e l’altro.
[PAGEBREAK] Olaf, vorresti approfondire il discorso dei testi del disco?
Allora, innanzitutto non è un concept. Sapevamo fin dall’inizio della nostra carriera di dover fare una trilogia e l’abbiamo fatto. Un tema unificante c’è comunque nel nuovo disco: è il dialogo tra un padre ed un figlio mai nato. D’altra parte non sono mai stato abituato a scrivere di sesso, droga & rock ‘n roll, preferisco una certa serietà nei miei brani. La stessa interpretazione canora di Fabio è molto influenzata dai testi, temi diversi richiedono approcci diversi. Lui mi chiedeva, prima che come cantare un pezzo, cosa doveva cantare.

Concerti non ne sono programmati ufficialmente, ma sul sito è scritto che ci state lavorando sopra. Puoi dire di più, considerando anche che la prima traccia del nuovo disco sembra un’eccellente canzone per aprire un live?
Sì. In Italia cominceremo a suonare per il tour il 14 febbraio a Roma, e non è un caso! I Vision Divine, dati alla mano, sono apprezzati in tutta Italia, senza distinzioni tra nord e sud. Roma in particolare ci ha sempre dato tanto in quanto ad affluenza ai nostri concerti. Suoneremo anche in Spagna, al Metal Fest in Inghilterra e altrove fuori dall’Italia. Percepisco un grande interesse intorno al gruppo e al nuovo disco e stiamo cercando di non fare passi falsi.

Secondo te, c’è un problema di fondo nei confronti del metal in Italia? Perché si usa distinguere tra metal italiano e metal in generale?

Innanzitutto in Italia ci sono più musicisti che ascoltatori di metal, la qual cosa si riflette nelle polemiche sul web, cioè nelle dichiarazioni frustrate di chi non ce la fa ad emergere dalla massa. I Vision Divine sono italiani, ma fanno heavy metal, è questa la cosa che conta. Che vuol dire metal italiano? Forse noi qui abbiamo un complesso di inferiorità. La colpa è anche dei giornalisti, che trattano una band italiana come una cosa fragile, da proteggere o da promuovere a priori. Ma un giornalista dovrebbe solo dare la sua opinione su di un disco, giudicarlo bello o brutto, nient’altro! Al massimo si può dire che gli italiani hanno la loro maniera di fare metal, come gli inglesi hanno la loro e i finlandesi pure. Quando abbiamo cominciato a fare musica, non è che pensavamo di fare metal italiano o power metal, era la nostra musica! In Italia si tende a ghettizzare qualunque cosa, a cominciare dalla musica.

L’intervista è finita e l’imponente Olaf si alza. Non resta altro da fare che salutarlo, ringraziare lui e Fabio della loro cortesia e disponibilità e uscire nell’infame clima di questa Milano dicembrina.

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