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La conferma della Olaf & Co.

Tornano tra noi i Vision Divine di Olaf Thorsen, a un anno e mezzo circa dalla pubblicazione (e dai consensi) di “Stream Of Consciousness”. Un album, quest’ultimo, che pur essendo il terzo della formazione aveva un po’ il sapore di debutto, per via di alcune circostanze ad esso esterne che finivano inevitabilmente per caratterizzarne la genesi e l’ascolto: prima di tutto una line-up rinnovata, la cui novità più rilevante era il nuovo cantante, Michele Luppi, che arrivava in sostituzione di Fabio Lione, e poi l’allontanamento di Olaf dai Labyrinth avvenuto nel 2003, con i Vision Divine che per lui diventavano perciò LA priorità. Come avrebbe risposto la band a tutti gli interrogativi, quesiti e questioni, che già solo questi elementi avanzavano? Se questa era la domanda, Stream Of Conciousness è stata la risposta, di sicuro convincente, che la band ha saputo dare. E a conti fatti, “The Perfect Machine” risulta essere in grado di consolidare le buone impressioni che il suo predecessore aveva sollevato, e, possibilmente, sfruttare meglio quelle potenzialità inespresse ancora presenti su “Stream Of Consciousness”.
Il quarto capitolo discografico di casa Vision Divine è di nuovo un concept album e non si discosta molto, formalmente e musicalmente parlando, dal suo predecessore – anche se è innegabile una natura meno introversa e un’identità propria e distinta da qualunque altra uscita della band. Anzi, identità ben distinta da qualunque altra uscita in generale: i Vision Divine dimostrano ancora una volta di essere una delle realtà italiane a poter pensare, in onestà, di poter dire la sua in ambito internazionale. E “The Perfect Machine” internazionale lo è fin dalla produzione, affidata a Timo Tolkki, che regala alla band un suono più amalgamato, elegante, e caldo, senza perdere nulla in incisività, migliorando così uno dei particolari che meno aveva convinto sul pur ottimo album precedente.[PAGEBREAK] Evidente è anche la maggior compattezza che la band è riuscita a trovare, prova ne sia la performance di Michele Luppi, il quale dimostra di aver saputo ritagliarsi uno spazio proprio all’interno della band attraverso un’impronta ben distinta della propria personalità artistica, debitrice dell’hard rock e dell’ AOR. Per accorgersene potrebbero non essere necessarie “Land Of Fear” o “Rising Sun”, tracce che dei generi prima citati fanno il loro credo: è un fatto di feeling, si sente ovunque Michele metta la sua voce. Volendo, un po’ come Russel Allen nei Symphony X, che grazie alle sue interpretazioni porta un po’ di sano gusto blues-rock nei pezzi di una band altrimenti concentrata su un power-prog sinfonico, veloce, potente e molto tecnico.
Completa il quadro un songwriting di nuovo ispirato, sorprendente ed eterogeneo, si passa infatti da una ballad come “Here In 6048″, che inizia in acustico (potrebbe ricordare “Through The Barricades” degli Spandau Ballet…) prima di risolvere in un’ottima parte elettrica dal flavour progressivo, a un metal dinamico e potente come “1st Day Of A Never-Ending Day” (ma “God Is Dead” è anche più cattiva, volendo), impreziosito, come si diceva, tanto dall’ottimo suono made in Tolkki quanto dall’altrettanto ottimo lavoro di squadra svolto dai Nostri. Tuttavia i veri highlight del disco, i pezzi che più degli altri rappresentano la dichiarazione d’intenti sottoscritta dalla band, sono l’opener “The Perfect Machine”, title-track non per caso, che tra assalti power, parti progressive, reminiscenze (leggasi armonizzazioni vocali e arrangiamenti di chitarra) provenienti da “Return To Heaven Denied”, fa scorrere un minutaggio non breve, senza nulla concedere a noia o sbadigli. Altro pezzo da novanta è la conclusiva “Now That You’ve Gone”, malinconica e potente, precisa, accurata e meditata, ma al tempo stesso istintiva, nella quale Luppi, in alcuni momenti, si cimenta anche in interpretazioni più nervose e quasi isteriche, molto diverse dal suo stile solito.
Un album dunque che sa il fatto suo, vario ed eterogeneo pur non cambiando di molto le carte in tavola, ma per ora, per una volta, ci si può non sentire in dovere di gridare allo scandalo.

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