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Vite in trappola

Il primo evento della 22 Settimana della Critica è “Cold Lunch”, opera prima della norvegese Eva Sohraug, che in patria ha ottenuto un buon successo. Cinque storie che s’intrecciano in maniera piuttosto bizzara, con avvenimenti di ordinaria quotidianità, che complicano la vita dei protagonisti in maniera imprevista, e mostrano come sotto il torrente di una vita tranquilla in un ameno condominio di Oslo, strisci la nordica solitudine. Il giovane Christen lascia i soldi nella camicia chr sta lavando e, per recuperarli, provoca un incidente elettrico che uccide un vicino, padre della giovane e silenziosa Leni. La morte dell’uomo corrisponde paradossalmente alla liberazione di Leni, che, intuiamo esce di casa per la prima volta dopo chissà quanti anni. E poi c’è Heidi, masochista fino all’inverosimile, prigioniera di un rapporto in cui è succube del marito che la umilia. Tutto comincia dalle feci di un gabbiano, e tutto finisce con un gabbiano. Nel mezzo: un’ invasione di gabbiani. Una commedia dal tocco leggero, soave e femminile, che sa essere anche amara e sferzante, e persino crudele.

Nel suo film toni leggeri e ambienti color pastello fanno da sfondo a situazioni abbastanza crude…
Volevo creare un universo sereno, quasi surreale, in cui però si annida e prolifera la bruttezza. Racconto cinque storie molto personali, molto umane, che, quindi, riguardano tutti. Per me la vita di ogni persona è un potenziale soggetto cinematografico, dipende da quali momenti selezioni. Per questo il film ha una struttura a quadri staccati, che poi s’intrecciano variamente. Ad esempio, il prologo è un episodio, un momento che non è collegato al resto della narrazione. L’importante è restituire un momento significativo.

Il suo è anche un film di donne, che, contrariemnte allo stereotipo del cinema occidentale, sembrano deboli e sottomesse. Perché questa scelta in controtendenza?
Volevo allontanarmi dallo stereotipo della donna realizzata, in carriera e con una famiglia felice. Facendo qualche ricerca, mi sono accorta che ci sono moltissime donne che, come Heidi (tra i personaggi del film, ndr), dedicano la loro vita all’umiliazione di se stesse perché si sentono inadeguate, e pensano di essere finite senza il supporto di un uomo. Ciò che caratterizza i personaggi del film, non solo le donne, è la riluttanza al cambiamento. Sono personaggi che cercano una felicità esteriore, non sono capaci di prendersi cura di se stessi. Quello che ho voluto dire in questo film è che se sei imprigionato in relazioni che non riesci più a controllare, l’unica strada è l’autodistruzione.

Eppure la ragazza che, come intuiamo, esce per la prima volta dopo tanti anni di segregazione, è l’unica che trova una via d’uscita. Perché proprio a lei dà la speranza?
Lei voleva semplicemente andare in spiaggia… Alla fine è lei, che si accosta gradualmente al mondo, a trovare uno spazio di felicità. La sua storia è certo quella più enigmatica

Qual è il significato degli uccelli che invadono improvvisamente la città?
Ognuno può dare la propria interpretazione. Per me, sono un elemento perturbante, inquietante. Ci dicono che la natura è una grande forza che ti mette di fronte all’obbligo di reagire, e se non si riesce a mettere ordine, può capitare il peggio.

Questo è il suo primo film, è stato distribuito nel suo paese, la Norvegia, ed ha ottenuto un discreto successo. In Italia, per un giovane filmmaker è molto difficile esordire. Per lei è stato facile?
Sì. Mi sono laureata a S. Francisco nel 2000, ho realizzato vari cortometraggi, e, assieme allo sceneggiatore di “Cold Lunch” una serie di tre minuti da uno shot. Abbiamo trovato quasi subito un produttore, che ha deciso di produrre anche il mio secondo film. Si tratta ancora di una volta di un personaggio intrappolato, ma non posso anticipare molto di più…

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