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Vittoria su tutti i fronti

Decisamente una grande serata quella svoltasi alla Venaria Reale di Torino. La calata italica di Nick Cave porta nel parco una quantità notevole di persone, accorse al richiamo del poeta australiano.

Giungiamo alla Venaria quando sta per salire sul palco St.Vincent, a.k.a. Annie Clark, che con la sua band propone una quarantina di minuti di indie rock moderno ed originale, grazie anche ad una strumentazione fatta di violino, sax e clarinetto, oltre agli strumenti d’ordinanza. Un ottimo concerto che intrattiene e regala anche momenti di notevole volume, esplosioni di suono che il gruppo controlla abilmente mentre Annie tiene le fila con la sua voce eterea e una chitarra particolarmente casinista.

La campana dei 50 è suonata da un paio d’anni per Nick Cave. Quando stava per giungere alla fatidica età, il nostro è passato attraverso un periodo fortemente intimista e introspettivo che l’ha portato alla pubblicazione di dischi come “No More Shall We Part” e “Nocturama”. Da quando è avvenuto il giro di boa però l’australiano sembra aver ritrovato la verve e la grinta che lo caratterizzava un tempo. Tutto questo per dire che Nick Cave coi suoi Bad Seeds ha fatto rumore. Tanto rumore. Un piglio rock d’impatto ha dominato la serata, fin dalla sorprendente apertura con “Papa Won’t Leave You Henry”.

Il cantante è in forma e “aggredisce” il pubblico con le sue classiche mosse. La band alle sue spalle è incredibile: non sono veri e propri virtuosi, ma i Bad Seeds oggi hanno una coesione mostruosa, tanto che non si creano problemi nemmeno quando Cave delira su “We Call Upon The Author” costringendo la sezione ritmica a spostare il tempo di continuo.

I suoni sono praticamente perfetti, non fosse per la seconda batteria che talvolta rimane un po’ troppo in disparte nel mix. Ma è cosa da poco, vista la scaletta che i nostri propongono: nella prima mezz’ora di concerto vengono sparati pezzi da novanta come “Deanna”, “Red Right Hand” e “Henry Lee”, mandando in visibilio il pubblico. Tutto è riarrangiato in chiave rock, spesso rumoroso, talvolta anche caotico, come dimostra il finale di “Stagger Lee”. Non vengono comunque dimenticate le canzoni più malinconiche come “The Ship Song” o “Love Letter”, così come continuano a fare la loro bella figura brani dell’ultima fatica in studio come “Dig, Lazarus, Dig!!!” o “Moonland”.
Un concerto energico e vitale che ha fatto saltare e divertire tutti. L’ennesima prova che Cave, nonostante l’età avanzi, non ha ancora alcuna voglia di ritirarsi e stare a guardare. Buon per noi.

Infine, due parole sul festival. Capita sempre più spesso di spendere quantità notevoli di soldi per i concerti in Italia. Purtroppo capita quasi altrettanto spesso di doversi poi lamentare per l’organizzazione scarsa o inesistente e per i suoni pessimi a cui troppo spesso cercano di abituarci. Per non parlare di quando si devono subire ore di festival estivo in un luogo chiuso.
Il Traffic Free Festival, come dice il nome, è gratis e in un posto bellissimo, perfettamente organizzato, dal percheggio ai bagni agli stand per cibo e quant’altro. Inoltre la bill di quest’anno ha visto protagonisti del calibro di Nick Cave, Primal Scream e Underworld (ognuno headliner nelle rispettive serate della rassegna) e, come se non bastasse, ha anche offerto una resa sonora semplicemente perfetta.
Forse è il caso che chi continua a spillarci soldi per rifilarci schifezze inizi ad imparare da loro. Ad oggi, ci sentiamo di affermare che il Traffic in Italia non ha rivali di cui siamo a conoscenza.

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