Home > Interviste > Viva Bombolo!

Viva Bombolo!

Giunto a Roma in compagnia del fidato Eli Roth, Quentin Tarantino ci racconta i retroscena del suo nuovo, sorprendente “Bastardi Senza Gloria” (ispirato a “Quel Maledetto Treno Blindato” di E.G. Castellari), pellicola di grande compattezza e maturità che sembra segnare un nuovo punto di svolta nel percorso artistico dell’onnivoro regista statunitense. Che ha mostrato come sempre opinioni interessanti e una consapevolezza cinematografica senza pari. Oltre a una spalla, il citato Eli Roth, assolutamente imperdibile.

Il film si snoda in gran parte attorno a una sala cinematografica: dobbiamo intuire che è il cinema che può cambiare il mondo?
Q.T.: Lo credo fortemente. Era così bello avere a disposizione l’idea che il potere del cinema possa addirittura far crollare il Terzo Reich. Non solo una metafora, è un fatto reale, perché di fatto è ciò che succede concretamente.

Scegliere di cimentarsi ora con un film di ambientazione storica rientra in un piano specifico di sperimentazione?

Q.T.: Di solito la ragione che mi costringe a sedermi e fare qualcosa è semplice: parte proprio dalla sperimentazione. In questo caso si trattava dell’opportunità di mettermi in gioco in un contesto di sottogenere italiano, il macaroni combat, come direbbero i giapponesi. Poi man mano che si scrive – storia, protagonisti e missione – emergono fatti più profondi, come la mia idea sulla guerra. Insomma, lo stimolo iniziale è l’idea, poi subentra ciò che scopro in me stesso.

Adolf Hitler: come l’hai affrontato?
Q.T.: Quando ho iniziato a scrivere la sceneggiatura non sapevo che sarei andato così lontano dalla verità storica, pensavo che sarei riuscito a onorarla. Fin quando sono giunto alla fine, dove la Storia va da un lato e io scelgo un’altra strada. “Che diavolo sto facendo?”, mi sono chiesto. Ho fatto in modo che fossero i protagonisti a scrivere la storia. In passato, nei miei film, i miei personaggi non avevano limiti in quanto totalmente fittizi. Però di contro mi sono detto: i miei protagonisti non conoscono la storia, non sanno cosa possono e non possono fare, stanno vivendo il momento. E la Storia ha fatto il suo corso, noto, solo perché i miei protagonisti non esistevano. Se fossero esistiti, quello che vedete nel film sarebbe successo davvero.

Che rapporti hai con la critica? Uno dei soldati è in realtà un esperto di cinema, e si tratta di un personaggio piuttosto atipico per il genere…
Q.T.: Ci sono un bel po’ di critici che conosco e sono miei amici, mi piace la loro professione. Se non facessi il regista sarei anche io un critico, e d’altra parte scrivo critiche che non pubblico, e che forse raccoglierò in un libro. Dico di più: quando andrò in pensione, voglio diventare un critico. Per il resto, dopo 17 anni il mio stile è chiaro. Posso piacere o non piacere, ma non mi si può ignorare. E leggo tutte le critiche, anche quelle negative, spesso ricche di spunti. Su “Pulp Fiction” scrissero che non sarei mai diventato un maestro della suspense, perché sono troppo innamorato dei dettagli. Allora qui ho lavorato molto sulle scene classiche da suspense: insomma, quella critica l’ho tenuta bene a mente, e mi ha aiutato. Permettetemi però di dire che trovo triste che molti critici ottimi si trasferiscano sul web: io amo la carta. Venendo al personaggio di Hicox, volevo discostarmi dallo stereotipo tipo “I Cannoni Di Navarone”, in cui David Niven, chiave di volta per distruggere i cannoni, non viene mai scalfito. Negli altri film i buoni sono praticamente invulnerabili, volevo rimescolare le carte.
[PAGEBREAK] Eli Roth: dove hai imparato l’italiano [l'attore nel film si produce in un semplice "grazie", seguito da un gesto della mano a dita raccolte, ndr]?
E.R.: Posso dire di aver studiato in una accademia esclusiva: la scuola di Bombolo. Ho visto i film di Nando Cicero, Lino Banfi, Alvaro Vitali… “W La Foca!”, che è il capolavoro definitivo del cinema italiano. Ho visto tutti i film di Barbara Bouchet e Edwige Fenech. E allora, volevo incanalare lo spirito di Bombolo in quell’unico gesto. Viva Bombolo!

Il fatto che delle vecchie pellicole cinematografiche vengano usate per provocare un incendio vuole simboleggiare un superamento del vecchio cinema?
Q.T.: Quando si scrive, a volte, si incorre in momenti d’ispirazione unici, come se Dio vi toccasse sulla spalla e vi desse un regalo, l’eureka. Ho pensato che avrei potuto usare le pellicole per incendiare il cinema, senza dinamite. Eureka. All’epoca, quando si gestiva un cinema, il primo impegno non era fare proiezioni, ma impedire di far prendere a fuoco alla sala. Quindi ho pensato: sarà la pellicola che farà crollare il Reich.

È il tuo film della maturità?
Q.T.: Non credo che un cineasta abbia fasi definite, che prima faccia dei film divertenti, poi più solenni. Per tutta la mia carriera ho fatto film andando avanti e indietro, su questa linea. Dopo “Pulp Fiction” ho fatto “Jackie Brown”, più maturo, poi “Kill Bill”, che era solo un tributo al cinema di arti marziali. Faccio semplicemente ciò che mi piace. Sarete voi a dirmi se il film è maturo.

Questo film, come “Defiance”, rovescia il cliché dell’ebreo vittima…

Q.T.: Fondamentalmente volevo fare un film con un gruppo di uomini in missione. Proprio come “Quel Maledetteo Treno Blindato” o “Quella Sporca Dozzina”.
Una volta scelto il genere, mi sono chiesto chi fossero gli uomini e quale la missione, e ho optato per un gruppo di soldati ebrei americani che portano avanti una missione di resistenza apache contro i nemici: quindi scalpo, distruzione dei corpi, rimozione delle scarpe. Ho pensato che fosse un’idea fica, perché non l’avevo mai sentita prima: le vecchie storie sugli ebrei le avevo già viste. Volevo qualcosa di diverso.

E.R.: Io sono ebreo, siamo cresciuti con film in cui veniamo dipinti regolarmente come vittime. Per me è stata un’esperienza molto intima, vedere il personaggio di Bear Jew in possesso di un tale potere. Credo sia importante cambiare questa visione.
[PAGEBREAK] Come si è relazionato con i suoi attori?
Q.T.: Tutti gli attori sono diversi, i registi che non modificano il loro modus operandi in base agli attori hanno grossi limiti. In linea di massima io sono uno scrittore, io creo dei personaggi, ed è una delle cose più preziose tra quelle che faccio. Quindi scelgo attori che possano interpretare al meglio i ruoli. Se mi aveste chiesto anni fa se mi sarebbe piaciuto lavorare con Pitt, avrei detto: “Certo”. Non è così semplice: devo avere un personaggio che lo richieda. Tutto si bassa sulla conoscenza del personaggio: so cosa gli accade prima e dopo il film, mentre scrivo sono un cronista, annoto ciò che il personaggio fa. Conosco ogni cosa del personaggio, anche ciò che voi non saprete mai. Quando si scelgono i buoni attori, sono attori che hanno preso i personaggi e li hanno capiti. Diventano i personaggi. Io non devo solo dire, dire, dire, ma chiedere, chiedere, chiedere. Sono loro a rispondermi.

E.R.: Il DNA del mio personaggio era tutto nella sceneggiatura. Quentin mi ha chiesto di pensare al personaggio e conoscerlo come conosco il mio migliore amico. Il primo giorno mi ha chiesto: “Chi sei?”. Se non sapevi rispondere, venivi cacciato, ed è realmente accaduto ad alcuni, a coloro che pensavano di dover semplicemente recitare un ruolo.
Conoscevamo tutto ciò che ci legava prima dell’inizio. Sono i personaggi a generare tutto.
Così Quentin ci dà il permesso di dissentire, di proporre soluzioni alternative. Inoltre sul set non c’è nulla di tecnologico: cellulari, computer, o altro. Se li usi, vieni cacciato: perché sul set tu sei il tuo personaggio, e non devi pensare a nient’altro.

I tuoi film piacciono a platee molto varie, dagli intellettuali ai fanatici di action figures…
Q.T.: Userò “Le Iene” come esempio, per rispondere. Non mi considero un cineasta americano, nonostante il mio passaporto. Faccio film per il mondo. L’America è solo un mercato. Crescendo sono stato influenzato dal cinema di tutto il mondo, b-movies, exploitation, tutto, poliziotteschi, film di Yakuza. Sono stato influenzato dai film di Fernando Di Leo, da quelli di Kazaku, dai film di Melville. Ne “Le Iene”, tutte queste influenze ci sono e sono ben radicate nella storia. Non mi devo scervellare per affastellare citazioni. Ma gli stili sono tutti lì, quindi in America, dove certi film non sono giunti, il pubblico ci riconosce le influenze di “Quei Bravi Ragazzi”, in Italia magari si fa riferimento ad altro, come i film di Luc Merenda. In Giappone, invece, riconoscerebbero il film come proprio, grazie ai rimandi alle storie di Yakuza. Quando faccio un film di genere ho tante influenze subliminali che entrano automaticamente nel mio modo di girare, di raccontare, e così ogni pubblico risponde al film nel proprio modo, e lo fa suo.

Scroll To Top