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VIVA LION!: Il leone che non ha bisogno di ruggire

Vi avevamo invitati ad andare a vederlo dal vivo il 14 febbraio al Circolo degli Artisti di Roma, anche perché il suo “Green Dot EP” è da ascoltare.
Adesso VIVA LION! si concede un po’ a noi, rispondendo alle nostre (e magari pure inconsciamente vostre) domande.

Prima di tutto, chi si cela dietro a VIVA LION!?
VIVA LION! è il nome che ho dato al mio progetto solista. Dopo anni di punk, indie, emo e rock in generale mi sono avvicinato a sonorità più “quiet”, chitarra acustica e voce.

Da dove deriva il tuo pseudonimo artistico e perché lo hai scelto?

Viva è una parola italiana usata anche in lingua spagnola e anglofona, dunque universale. Lion, il leone, è un riferimento al mio nome di battesimo, Daniele, quel profeta dell’antico testamento miracolosamente scampato a morte certa nella fossa dei leoni. Viva Lion! con il punto esclamativo è un invito ad accettare le difficoltà con atteggiamento di sfida. È una sintesi dei miei ultimi anni vissuti tra Italia, Canada e California e di come hanno influenzato il mio approccio alla vita.

Quand’è stata la prima volta che hai preso in mano uno strumento? C’è qualcuno o qualcosa che ti ha spinto ad imboccare la strada della musica?
Ascolto musica da quando sono nato, letteralmente. Raccontano che non dormissi mai la notte e i miei mi tenevano in braccio accanto al giradischi.
Ho iniziato a suonare a 13 anni, e da subito ho provato a scrivere canzoni e a suonare in una band.

A casa mia poi si è sempre ascoltata molta musica: mio nonno suonava la tromba, viveva in Francia e lì aveva fondato la Cardinale Jazz Band. Anche se l’ho visto solo poche volte, ha sicuramente aperto la strada ai suoi nipoti. Due dei miei sei fratelli cantavano in un importante coro polifonico, e un altro suonava con me. Mio padre suona l’armonica e sarà ospite nel prossimo album.

Parliamo del tuo “The Green Dot EP”.
Come mai hai deciso di cantare in inglese, pur essendo tu italiano?

Ho sempre cantato in inglese, alcune canzoni sono nate in parte quando vivevo in Canada. In particolare poi quelle dell’EP erano dei regali che facevo alla mia allora fidanzata, una ragazza di Los Angeles. Facevamo avanti e indietro tra Italia e California e le cantavo via Skype canzoni che parlavano di noi.

Il titolo del tuo lavoro si riferisce a qualcosa di preciso o ti è venuto in mente così, per caso?

Proprio per questo rapporto amoroso ho scelto come titolo “the green dot”, il punto verde: quello del segnale “camera on” della webcam.

Le canzoni.
Ho notato che l’EP è permeato da un velo di malinconia (forse mi sbaglio, eh). Se ci ho azzeccato, puoi spiegarci perché vi è questa sensazione nelle cinque tracce?

Più che malinconia, c’è un diffuso stato riflessivo, intimista. Come sempre nella vita, le scelte importanti comportano sacrifici e si alternano momenti di entusiasmo ad altri di scoraggiamento. E questo si sente nelle cinque tracce.

Perché hai scelto di fare una cover del brano “Footloose”?
Avevo casualmente riascoltato la canzone in un locale, alla fine di un concerto. Ho una particolare passione per le cover stravolte e riarrangiate, e “Footloose” mi sembrava adatta.

Il film ti è piaciuto?
Ho visto il film molti anni fa, mi è piaciuto come altri film generazionali di quel periodo.

Come sei giunto alla composizione dei brani e quanto tempo hai impiegato a perfezionarli?

Nonostante non sia particolarmente prolifico, i brani dell’ep sono nati in poche settimane, tre anni fa. Poi l’anno scorso ho deciso di registrarli nuovamente e sono stati, in parte, riarrangiati.

Si possono definire in qualche maniera episodi autobiografici?

Sono assolutamente autobiografici, l’ep è un concept su un rapporto a distanza e sulla bellezza del sapersi aspettare, ma anche delle difficoltà legate ad esso.

Chi sono i musicisti che hanno collaborato con te per questo lavoro?
Ogni brano ha un ospite, e il disco è stato prodotto da me insieme a Cosecomuni, lo studio ed etichetta dei Velvet. Pierluigi Ferrantini, il cantante, canta e suona in Footloose, e sia lui che Alessandro Sgreccia (che ha mixato l’ep) suonano in altre tracce. In “Even If” Gipsy Rufina canta e suona il banjo. L’americana Megan Pfefferkorn è l’ospite di “Goodmorning/Goodnight” e Roads Collide suona la chitarra elettrica e canta in “Some Investments Are Recession Proof”.

Ne sei complessivamente soddisfatto?

Sono molto contento, ognuno di loro ha arricchito le canzoni che formano “The Green Dot Ep”.

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Passiamo ora alla tua vita personale.
Come occupi il tuo tempo quando non suoni?

Quando non suono ascolto la musica degli altri!

Hai qualche hobby?

Formalmente lavoro ancora per una multinazionale americana: anche se ora mi dedico quasi esclusivamente a Viva Lion!, resto un consulente. Seguo diverse tv series americane, mi piace viaggiare. Ma il mio hobby preferito è tornare a Toronto tutte le volte che posso.

Dicci tre cose senza le quali non potresti sopravvivere e perché.
Vorrei risponderti così: Il Canada, la California e la musica. Senza bisogno di spiegare il perché.
Più seriamente, non potrei proprio vivere senza passioni, senza rapporti umani, senza una dimensione spirituale.

Quali sono i tuoi piani per il futuro?

Sto lavorando al full album e ad un secondo tour americano a Giugno.

Insomma, se conoscere meglio chi sta dietro a VIVA LION! vi ha incuriositi, andate ad ascoltarvi l’EP (se non l’avete già fatto) in attesa del prossimo album.

[fotografia gentilmente concessa da Stefano Delìa]
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