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Viva viva la pissichedelia!

GIORNO 1

Lo scorso ottobre avevamo salutato la nascita dell’Acid Fest con la sua prima edizione svoltasi presso il Traffic Club di Roma; dopo soli sei mesi ritorna il main event della psichedelia rock, questa volta nel vero e proprio tempio dell’heavy psych romano, il Sinister Noise Club, e, come se non bastasse il festival si raddoppia per una due giorni di sonorità potenti e lisergiche con act internazionali del calibro di Danava, Saviours e Karma To Burn.

L’onere e l’onore di aprire le danze del primo giorno di festival va agli Ape Skull, trio romano dedito a cover di brani risalenti ai magici 60’s. Premettendo che generalmente le band dedite all’esecuzione di brani non originali non riscuotono in chi vi scrive particolare interesse bisogna ammettere che, saranno i pantaloni a zampa, sarà il groove, sarà anche la scelta dei brani assolutamente non scontati o banali, tra cui spicca la bellissima “Un Posto” de Il Balletto Di Bronzo, lo show dei nostri, con qualche divertente e ininfluente intoppo di natura tecnica, fila liscio come l’olio.

Seguono L’Ira Del Baccano, l’ultimo gruppo italiano della serata, che precede sul palco l’esibizione delle due band americane Saviours e Danava. Pur avendo un solo full length e uno split album all’attivo, L’Ira Del Baccano, nati da una costola degli storici Loosin ‘O’ Frequencies, sono un’importante realtà della scena heavy psych italiana. La loro esibizione, puramente strumentale, è sicuramente il momento a più alto tasso progressive della serata. L’ingresso in squadra del nuovo bassista Luca Primo, che insieme al batterista Sandro “Fred” Salvi forma un’invidiabile sezione ritmica, ha innalzato notevolmente il livello tecnico della band acuendo ancor di più le scorribande in lidi tipicamente space rock. La sensazione è quella di assistere contemporaneamente all’esibizione di Hawkwind, King Crimson e Black Sabbath!

Dopo un rapido cambio palco giunge il momento dei californiani Saviours, una delle band più loud che i miei ormai ammaccati padiglioni auricolari abbiano avuto il piacere di sentire. Con il loro ingresso on stage i volumi aumentano in maniera vertiginosa per la gioia e il dolore delle orecchie di tutti i presenti. Fautori di un’interessantissima miscela di stoner, thrash e heavy metal ottantiano gli statunitensi hanno dato vita a uno show rovente ed epico, tra flying V, tatuaggioni e chiome fulve al vento, pescando brani per lo più dall’ultima fatica in studio “Death’s Procession”. Tanta ma tanta potenza!

Meno devastante, ma comunque sempre molto energica, è l’esibizione dei Danava che chiude la prima serata dell’Acid Fest. Decisamente singolare la proposta del quartetto dell’Oregon, caratterizzato da un hard rock dall’alta caratura tecnica spesso in bilico tra progressive e psichedelia. Il buon Gregory Meleney, nonostante il fisico da lanciatore di coriandoli, è in buona forma, si alterna con duttilità tra tastiere, chitarra e voce con assoli veloci e riff taglienti. Ottima la chiusura del concerto con “Maudie Shook”, brano che Meleney annuncia con gran fervore, contento di eseguirlo proprio qui in Italia perché ispirato da un grandissimo gruppo tricolore del passato: gli Osanna.

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GIORNO 2

Ancora frastornati dal concerto del giorno prima torniamo al Sinister Noise per la seconda e ultima giornata di festival che si preannuncia davvero gustosa grazie alla presenza di due pezzi da novanta della scena stoner psych italiana, Black Rainbows e Black Land, e soprattutto grazie a quella del gruppo di punta dell’intera kermesse: i Karma To Burn.
Arriviamo nel locale giusto in tempo per l’esibizione degli Elephante, trio proveniente da Latina fresco di pubblicazione del primo lavoro in studio. In piena sinergia con la proposta degli headliner della serata, gli Elephante, forti del loro stoner rock strumentale roccioso e della loro decennale esperienza nell’underground romano, sorprendono il già nutrito pubblico del locale con un’esibizione pressoché perfetta e d’impatto lasciando i detriti sul palco alla fine del loro show.

Il tempo di una meritata birra per irrorare le riarse fauci e i Black Land sono sul palco. Con grande sorpresa ci accorgiamo, visto che qualche rudimentale fondamento di matematica ancora ci è rimasto, che il gruppo si presenta nelle vesti di un quintetto e non più di un quartetto, formazione tipo con cui eravamo abituati a vederli nelle loro uscite dal vivo. Il misterioso giovine dietro il microfono è Sergio Oriente, già nei Sesta Marconi e ora nuovo frontman dei Black Land, come ci annuncia il gruppo dopo l’esecuzione del primo brano “The Ecstasy Of Awakening” presente nel recentissimo split album con gli americani Farflung. Questo nuovo assetto dà così modo a Willer Donadoni di concentrarsi esclusivamente sui tetri riff della sue sei corde e sugli intrecci psichedelici del suo moog. Il risultato è un miglioramento su tutti i fronti, sia dello strumentale che del cantato, decisamente rinverdito dalla prestazione del nuovo arrivato.

È il turno dei Black Rainbows – anche loro reduci da un tour e da uno split album con i Farflung – una band che qualunque appassionato del genere residente nella capitale ha visto con gran soddisfazione almeno una volta dal vivo. E i Black Rainbows, si sa, non deludono mai! Uno show sfrenato e al cardiopalma quello di Gabriele Fiori e soci che hanno attinto abbondantemente dall’ultimo album in studio “Supermothafuzzalicious!!” con le sue gemme stoner rock dalle forti tinte blues come “Lady” e “Mastermind”, regalandoci l’unico momento di intenso relax dell’esibizione con un nuovo brano mai suonato prima dal vivo, e chiudendo definitivamente i giochi con l’ottima rivisitazione di “Black To Comm” degli storici Mc5.

E finalmente giungiamo al gruppo più atteso della serata e dell’intero fest, nonostante le numerose date romane anche recenti, l’ultima proprio qui al Sinister Noise lo scorso dicembre. La quantità di persone sotto il palco – non ho mai visto il Sinister Noise così pieno – sono una chiara testimonianza della grande attesa intorno ai Karma To Burn che rispondono a questo grande entusiasmo con una prestazione maiuscola. Si inizia con “47” e l’aria si fa subito incandescente: poghi, spintoni, abbracci. Il trio americano sembra in forma smagliante, suona tutto d’un fiato per circa metà setlist, pochissime parole ma un’ottima presenza sul palco. Vengono passati in rassegna tutti i classici del gruppo come “1” e “8” e la conclusiva “20”, l’ultimo tassello prima della fine dello show e della serata.

La seconda edizione dell’Acid Fest finisce qui, ottima è stata la prova delle band chiamate in causa, altrettanto ottima è stata la risposta del pubblico, a riprova della qualità di un genere e di una scena, soprattutto italiana, che acquisisce ogni giorno sempre più valore e consensi.

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