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Vivianna: Rock that, Viv!

Vivianna può essere un nome relativamente giovane all’orecchio del pubblico italiano. Il suo genere è tra i più popolari, ma lei ha il carattere distintivo della femminilità mediterranea, del cantato melodico che definisce un hip hop unico, energico e sensuale. Noi crediamo in lei, in questi tempi ancora non sospetti. E per molte ragioni, di cui discutiamo in questa prima chiacchierata di LoudVision con Vivianna.

Credo che questo sia un buon momento per presentarci al pubblico italiano. Partiamo dal viaggio, da quando hai deciso di lasciare l’Italia e perché.
Sono arrivata a Londra quando ero ancora bambina, a cinque anni. È stata mia madre a voler tornare dove era nata e cresciuta, perché anch’io crescessi lì. Tuttavia non ho mai abbandonato i contatti con l’Italia, con i nonni materni. Loro mi hanno trasmesso la passione per la musica ed il canto, ed in generale tutta la famiglia da parte di mia madre ha radici che affondano nella cosiddetta seconda arte. La scuola del Teatro Mountview di Londra la devo al nonno tenore, che ha insistito affinché ricevessi un’istruzione per diventare una cantante lirica. Questa preparazione mi è tornata utile quello che faccio adesso, ma non sono sicura che sia quello che loro si aspettavano da me. Il mio genere è l’hip hop, con varie contaminazioni, un mondo che credo lontanissimo dalla musica classica; ma l’hip hop è il modo che sento per tradurre le emozioni in ritmo e musica.

Il tuo livello traspare dal modo in cui hai preparato, interpretato e presentato il singolo. Questo mi ha spinto a guardare nelle biografie disponibili dove ho scoperto la tua preparazione in fatto di composizione. Non solo sai suonare il pianoforte e due strumenti a fiato, il tipicamente classico flauto e il molto jazzistico sassofono, ma sei anche songwriter. Quanto incide questa tua preparazione nel genere che ti sta vedendo ora protagonista?
Tutta quella preparazione è dovuta a quanto ti ho appena detto. Credo sinceramente che, per un mestiere così difficile come quello dell’artista nell’industria musicale, una persona debba fare solo ciò che sente. Intrappolarsi in un genere che non è proprio, significa sprecare energia in una direzione sbagliata. L’hip hop che si sente nella mia musica non rifiuta, tuttavia, le lezioni di altri stili ed altri generi. È nel mio DNA: ho viaggiato, conosciuto musiche etniche, tradizioni e stili diversi, che mi hanno trasmesso vari modi di espressione. Tutto questo confluisce nei miei brani, inevitabilmente. Alcuni sono cantati in italiano, come i due prossimi singoli, altri invece hanno linee vocali o scelte melodiche tipiche di generi diversi dall’hip hop. L’hip hop è un genere duro, arrabbiato, spintamente erotico, con tematiche forti che riflettono un periodo travagliato della vita di chi canta. La mia adolescenza è fatta di eventi piacevoli, perciò il mio hip hop è forte e tirato nei ritmi, ballabile, ma anche leggero e melodico come il mio carattere.

Come curi la tua immagine ed il tuo look?
Amo il glamour, il mondo dell’alta moda e adoro marchi come D&G, Chanel; da piccola andavo nello studio di mia madre, che lavorava in quel mondo, e mi appassionavo ai loro concept, alle idee che diventavano disegni e poi realtà. Rispetto all’hip hop dove spesso il look è ricercato ma fatto di vestiti larghi e comodi, io ricerco l’attenzione per il dettaglio e l’eleganza.

Smettiamola di parlare di influenze ed ispirazioni in merito al nuovo album pensando a nomi, cognomi e scene musicali. Quello è marketing. Vorrei porti la domanda dal punto di vista artistico: hai pronto un album “Welcome To My World”. Quali sorgenti d’ispirazione, emotive o ragionate, ti hanno portato al frutto di questo lavoro? Sei libera ovviamente di citare influenze… e di dirci che cosa aspettarci dall’album!
Ho sempre viaggiato in giro per il mondo incontrando culture e prestando particolare attenzione al legame tra etnia e musica. Quando ami questa dimensione, diventi sempre più aperto e sensibile. Non ci sono confini, solo soluzioni diverse per esprimere sensazioni. Queste sono le mie ispirazioni. Da “Welcome To My World” potrete attendervi un hip hop duro nei ritmi, vero nella forma, cantato anche in Italiano affinché la gente possa comprendere i testi e capire che l’hip hop può differenziarsi da quello crudo e polemico a cui si è abituati. La musica sarà varia, il vibe tipicamente ballabile e melodico, adatto sia al dancing più vigoroso, sia a quello più tranquillo.

Il singolo “Rock That” è frutto della collaborazione tra te e DMX. Come si è svolta in termini quantitativi/qualitativi e come ti sei trovata a lavorare con lui?
Il primo incontro con DMX è stato due anni prima della composizione del brano. Era una conoscenza fatta nell’ambiente che frequentavo al tempo. Successivamente, è stato scritto il brano “Rock That” da Funky Silhouette, e proprio Funky aveva suggerito che DMX fosse la persona ideale per produrre nel modo giusto quel brano. Mi sono ricordata di avere il suo numero ed ho contattato il tour manager. Puoi immaginare la sorpresa quando sono venuta a sapere che DMX si trovava proprio a Londra. Ho fatto ascoltare la traccia ad entrambi e due giorni dopo stavamo già registrando. È nato tutto in modo molto semplice ed è stato così fino alla fine: semplice ed immediato.
[PAGEBREAK] Noto che molto spesso i leader di scena come DMX, Justin Timberlake, Timbaland, Pitbull, e potrei andare avanti con i nomi, mettono in piedi molteplici collaborazioni trasversali. Nel complesso si può dire che anche tra punte di classifica e buoni musicisti indipendenti della stessa scena c’è una collaborazione, uno spirito di appartenenza, che rende più facile agire insieme…
Come ti dicevo, per chi fa hip hop si tratta di uno stile di vita, un modo ed una lotta per essere migliori. L’idea è di centrare un obiettivo e quando qualcuno ci riesce, come Timbaland o Justin Timberlake, è automatico per loro aiutare chi lotta con la stessa veemenza per raggiungerlo. Se vedi è il caso dei Black Eyed Peas con “Where Is The Love”, dove Justin ha contribuito al loro lancio dopo che in anni ed anni di gavetta non erano riusciti a raggiungere il grande pubblico. Ora il gruppo californiano è in grado di andare avanti da solo. Fa parte della mentalità hip hop, un genere che è anche uno dei primi fenomeni a vedere musicisti che collaborano, invece di viversi come antagonisti.

Quindi si può dire che l’hip hop è stato il primo fenomeno che ha visto gli artisti tutti da una parte rispetto all’industria musicale?
Inizialmente anche l’hip hop era fatto di individui a sé stanti, che mixavano le loro creazioni nei luoghi più impensabili e che oggi non considereresti professionali. Con la massificazione del fenomeno sono nate anche le collaborazioni. Gli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio sono stati fondamentali in questo processo. Per via della crisi dell’industria musicale forse saremo costretti a ritornare ai vecchi metodi ma, allo stesso tempo, cerchiamo di non perdere quell’attitudine che contraddistingue questo modo di lavorare. Nel caso di Funky Viva, la nostra casa di produzione, alcuni di noi eseguono lavori su commissione per raccogliere i fondi che servono alla produzione e promozione dei nostri lavori. Io per esempio compongo colonne sonore – e qui torna utile la mia conoscenza della musica classica! – per una serie TV trasmessa dalla BBC. La vecchia strada per un musicista era fare qualcosa che destasse l’attenzione di una major discografica, oppure essere un fenomeno costruito e lanciato dalla stessa. Un nuovo metodo, che introduciamo con Funky Viva producendo in modo professionale noi stessi ed i nostri colleghi, è quella di creare un prodotto che raggiunga un certo pubblico e che porti poi un vantaggio nelle negoziazioni con delle etichette che, si spera, siano disposte ad investire in un progetto avviato in questo modo. Rispettandone la natura, ovviamente.

Raccontaci come andò con Justin Timberlake quella volta che incontrasti il tuo bassista Troy Antunes.
Ho conosciuto Troy quando era ancora bassista di Justin, al backstage di un suo concerto. Nel tempo abbiamo scoperto di avere gli stessi gusti e la stessa sensibilità musicale, e questo ci ha portati intuitivamente nel cammino verso la fondazione di Funky Viva, la nostra casa di produzione. Nel nostro roster abbiamo artisti di vario genere, dal funky al rock, senza limiti di sorta. Se qualcosa vale, rientra nel nostro progetto. Io da sola non avrei mai potuto farlo, non avendo né gli anni né l’esperienza per avviare una realtà imprenditoriale in un mondo così complesso ed ora in crisi. Troy ha più di vent’anni di esperienza nel settore, e con lui so di poter costruire questo sogno.

Lo spettacolo di Vivianna dal vivo: dacci qualche anticipazione su come si svolge e che cosa aspettarsi da un tuo concerto.
Sul palco abbiamo musicisti e un gruppo di ballerini. Quello che vogliamo trasmettere è il massimo dell’energia; il nostro motto è: it’s not the size of the crowd, it’s the size of the performance. Questo per dire che sarà sempre un’esperienza coinvolgente ed imponente, sia davanti a diecimila spettatori sia davanti a dieci di loro. In Italia so che la musica dal vivo, ed intendo quella eseguita con la bravura ed il mestiere di chi non usa nulla di preregistrato, ha ancora grande importanza per il pubblico. Ne è un esempio Sanremo. Spero di riuscire presto a portare i miei show nella terra dove sono nata, con la nostra professionalità che deriva da anni di scuola internazionale e tutta la passione che possiamo sprigionare in uno spettacolo di qualsiasi dimensione.
[PAGEBREAK] Hai già aperto per molti act importanti. Di quale artista hai ricordi particolarmente belli? Di quale, al contrario, particolarmente brutti? Sei libera di citare l’episodio senza fare nomi…
Quello più bello è associato a Missy Elliott. Lei è tutto quello che io da giovane sognavo di diventare: un’autrice, una grande artista rap e hip hop, ed una produttrice di talento. La volta che ho aperto per lei era anche il mio primo show come Vivianna con la Funky Viva. Eravamo davanti a settemila persone, e l’energia era pazzesca. La delusione più grande me l’ha data invece Britney Spears, di cui sono ancora una grande fan. È stato ad un concerto a cui sono andata con Troy, in cui praticamente non ha mai cantato dal vivo. Per me è stato come non essere stata ad un concerto; mi sono divertita, lo show era spettacolare, ma non era autentico.

Nella carriera che hai compiuto finora, qual è il momento che ami ricordare di più?
Probabilmente quando le radio locali pugliesi e siciliane, dove risiedono ancora i miei parenti, hanno iniziato a trasmettere “Rock That”. Il senso di tutto quello che ho fatto è anche riuscire a mostrare loro la bontà del mio lavoro, e che posso riuscire ad avere successo. È quello che sperano per me, poiché mio nonno per primo ci aveva provato. Perciò quando la radio ha trasmesso il mio primo singolo e loro ne erano testimoni, ho provato un’emozione molto forte.

So che hai in programma di venire a breve in Italia. Progetti… qualcosa di caldo in arrivo? Una tua performance?
Forse uno showcase ma non è ancora nulla di certo.

Quale cibo italiano è il tuo preferito?
I rustici pugliesi, i miei nonni li preparano divinamente. Poi le lasagne che so fare molto bene.

I pregi migliori della scena britannica.
Vado in controtendenza alla tua domanda. Trovo la scena britannica molto chiusa, per quello che riguarda l’hip hop e l’R’n’B, verso le proposte non americane. Prendi per esempio Estelle: per lei è stato difficile sfondare. Le radio non ti danno air play. Succede in modo molto simile per la musica mainstream. Le radio inglesi non danno molto spazio alla musica straniera come Tiziano Ferro, che qui è conosciuto particolarmente tra gli addetti ai lavori ma non viene trasmesso in radio. Si privilegia il mainstream internazionale che per l’hip hop significa soprattutto prodotti provenienti dall’America.

Che cosa si salva ancora della scena italiana?
Sicuramente il tenere in gran conto la musica del proprio Paese, ed apprezzare ancora l’esecuzione dal vivo nella sua genuinità. Senza essere preclusi verso l’estero, ma apprezzando ciò che viene dal proprio patrimonio culturale.

L’intervista si chiude con un sorriso ed un invito a venire in Italia il più presto possibile. Noi a LoudVision crediamo che il suo mix di italianità e musica hip hop internazionale sia una novità importante, un passo avanti ed una congiunzione inedita tra due mondi che si sono percepiti distanti. A prescindere che diventi un successo di massa od un caso isolato, il suo tentativo è il simbolo anche di un modo di operare nuovo, un rinascimento che vede l’artista al centro di un mercato in crisi. L’attore principale che entra in contatto diretto con il suo pubblico. Forse la rivoluzione che segnerà la nuova era del music market.

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