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Il massimo del minimo

A chi scrive spesso, ma soprattutto a chi legge molto, capita non di rado di trovarsi a desiderare di aver detto o scritto cose che sembrano materializzare perfettamente la propria opinione, ma che purtroppo vengono dalla bocca o dalla penna altrui. Il caso di “Infini”, sorta di album postumo dei Voivod, è una patata talmente bollente da richiedere una premessa, in questo caso espressa così bene dalle parole di Trey Spencer (Sputnik Music) che non è possibile fare di meglio.

Writing this review could have been like getting in a fight with a girl – you could beat her up and be the asshole or let her beat you up and forever be known as the guy that got his *** kicked by a girl – either way you lose.

Questo che vuol dire? Che registrare un album a partire da alcuni demo chitarristici, senza la possibilità di modificarli, adattarli o registrarli in condizioni ottimali, è estremamente rischioso. Si può quindi assumere il ruolo dei nostalgici e incensare tutto ciò che è marchiato Voivod, soprattutto dopo la scomparsa di Piggy, oppure stroncare senza dargli peso un album dalla genesi così impropria.

“Infini”, invece, è un disco con una dignità, un’anima e, soprattutto, le caratteristiche che hanno reso i Voivod così imprescindibili per i propri fan. Tra “Dimension: Hatross” e “Nothingface” (hai detto niente!), i nuovi pezzi si snodano tra riff thrash e testi fantascientifici, ammantati di un gusto psichedelico e progressivo estremamente riconoscibile.

Contrariamente a quello che molto pensano, quindi, “Infini” è un album dei Voivod, lo è in pieno e riesce a soddisfare le legittime aspettative che è possibile avere ancora oggi. Non si trascende e non si abbattono barriere, anzi in molti casi ci si rifugia in una saggia semplicità che porta alla mente addirittura la sfacciataggine dei Motorhead. Non deludere neanche i fan più affezionati è in questo caso il massimo risultato che si potesse auspicare.

“Infini” non è un disco come gli altri: è un disco dei Voivod. Senza Piggy. Con i riff di Piggy, che ora è morto. Il rischio di divenire oggetto di idolatria è forte. Almeno tanto quanto quello di essere disconosciuto. La verità, come sempre, sta nel mezzo: piacevole, radicato nei trademark più importanti, ma non nostalgico. Cosa volete di più dalla vita? Un Lucano?

Pro

Contro

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