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Volti giovani e reggiseni sul palco

C’è chi li ha definiti la versione maschile di Paola e Chiara e chi li considera l’ennesima mossa commerciale di una major prossima al tracollo. Sia quel che sia, ad Astimusica, questa sera, tocca ai Sonohra, e il fatto che si tratti di un evento particolare all’interno della rassegna è evidente. I due fratellini veronesi, ad appena qualche mese dalla loro partecipazione a Sanremo, hanno guadagnato una lista lunghissima di giovani ammiratrici che, quanto mai previdenti, sono corse ad accaparrarsi i posti in prima fila già un paio d’ore prima del concerto, con tanto di cartelli al seguito e buona pace dei genitori ad attenderli appena qualche metro più in là. Dopo un ritardo di circa dieci minuti sulla tabella di marcia, la band, seguita dai nuovi idoli del pop, sale sul palco e attacca “Love Show”, secondo singolo estratto dal primo e finora unico album (“Liberi Da Sempre”). Ovazioni e urla isteriche di rito (sul palco arriva anche un reggiseno). Tutto secondo copione. Quel che stupisce, piuttosto, sono i suoni, ottimi: la botta c’è e il bilanciamento tra gli strumenti è quasi perfetto. Dopo i brani più veloci arriva il momento delle ballad acustiche ed ecco “Salvami”, “Io E Te” e “L’Amore”, cantate all’unisono da un pubblico non molto numeroso ma in stato di ammirazione reverenziale. E proprio quando sembra che la scaletta debba ridursi ad una mera esecuzione del disco, arrivano nell’ordine cover quali “Bed Of Roses” dei Bon Jovi, lo standard blues di “Sweet Home Chicago”, una corrosiva versione di “Are You Gonna Go My Way” di Lenny Kravitz e la sempreverde “Sultans Of Swing” dei Dire Straits. Sorprendenti, perché i fratellini non steccano una nota e il più giovane (Diego) si esibisce in assoli di chitarra che, tra personalità e capacità tecniche palesi, tradiscono studio e riverenza per un repertorio musicale di tutto riguardo. Certo, per quanto ben suonato ed arrangiato, quello dei Sonohra resta un annacquato e facile pop da classifica, ancora acerbo e ingenuo sotto molti punti di vista. Ma se non altro i due possono vantare un merito oggettivo: hanno saputo rendere fruibili il blues e il rock d’autore ad un pubblico avvezzo a ben più agghiaccianti fenomeni commerciali. Chi ha detto Finley e Tokio Hotel ha vinto la sfida.

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