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Voodoo Hill: Vista su Voodoo Hill

Tornano i Voodoo Hill di Dario Mollo e Glenn Hughes, con il secondo capitolo della loro saga musicale in coppia – un album tutto da gustare e ascoltare, che, pochi dubbi, confermerà questa formazione tra i leader-act di una scena in netta ripresa come quella hard rock. A rispondere alle nostre domande c’è proprio Dario Mollo, il quale, oltre ad essere uno dei vanti dell’ hard rock italiano, si dimostra anche persona solare e positiva, determinata, sicura dei propri mezzi ma sempre cortese.

Inevitabile iniziare la nostra chiacchierata parlando dell’ultimo “Wild Seed Of Mother Earth”.
La differenza principale rispetto al primo album dei Voodoo Hill, è che è più pesante, più duro. L’altra grossa differenza sta nelle parti vocali che hanno dei ritornelli più accattivanti. Le melodie sembrano più curate rispetto al precedente disco, nel quale sembravano un po’ più improvvisate, queste invece paiono ben più curate. In questo può avvicinarsi a The Cage (l’altro progetto di Dario, insieme all’ex Black Sabbath, Tony Martin. nda). L’evoluzione musicale prosegue infatti in maniera lineare, non divido in due aspetti diversi la mia musica, con un certo discorso musicale per The Cage e un altro per Voodoo Hill. “The Cage 2″ era già più duro, e “Wild Seed of Mother Earth” segue questa linea. Diciamo pure che la musica progredisce zigzagando tra un album e l’altro.

Com’è nata, a suo tempo, la collaborazione con Hughes?
Avevo fatto già il primo The Cage e avevo già completato la musica per un nuovo progetto, quando un amico mi disse che la musica che avevo scritto sarebbe stata perfetta per Glenn Hughes. Nacque così l’idea e dissi al mio manager di contattarlo, Glenn volle ascoltare ciò che avevo composto, gli piacque e venne così alla luce il primo Voodoo Hill!
Per questo secondo disco: volevo già farlo io, ma anche Glenn mi aveva chiesto se avevo intenzione di realizzare un secondo Voodoo Hill – questo ai tempi del secondo The Cage. Perciò è venuto fuori prima quest’ultimo, e poi l’album con Glenn.

Tu componi la musica per i tuoi progetti, ma scrivi anche i testi o lasci spazi ai tuoi compagni di viaggio?
Io scrivo sempre solo e soltanto la musica, e mi occupo della produzione artistica, i cantanti si occupano di melodie e testi.
Io sarei anche in grado di scrivere una linea melodica, però penso che Glenn Hughes o Tony Martin possano fare qualcosa di molto migliore di ciò che tirerei fuori io… (ride. nda)

Sempre sull’aspetto compositivo: gli assoli. Improvvisati direttamente in studio o scritti prima e registrati poi?
Sono totalmente improvvisati. Infatti, quando finisco non ho nemmeno idea di che cosa ho fatto!
A volte c’è qualche parte melodica studiata, ma direi non più del 10%. Il fatto principale è che mi piace stupire me stesso, quando suono. Dire “O cavolo, ma che bello, non me l’aspettavo!”. Alcuni, addirittura sono gli stessi assoli che avevo suonato quando avevo composto un certo pezzo, nel primissimo demo, quello più grezzo!

Che mi dici di Blackmore?
Che è un grande! Infatti, andato via lui dai Deep Purple…

Presumo quindi gli ultimi Deep Purple non ti piacciano granché.
Guarda, avevo apprezzato molto i Deep Purple con Joe Satriani. Li avevo visti dal vivo e mi erano piaciuti molto. Non riesco però a sentire così ben amalgamato Steve Morse. Ha uno stile così diverso da quello della band che proprio non riesco a farmelo andare giù. Musicalmente è mostruoso, per carità, però a me manca proprio Blackmore che compone.
[PAGEBREAK] E i Blackmore’s Night? Se nei Deep Purple, ti manca Ritchie, qui mi sa che ti manca la band alle sue spalle, o no?
Eh sì(ride! nda) ! Mi mancano i Deep Purple e i Rainbow!
Qui in Liguria diciamo che tira più un pelo di **** che una mandria di buoi… Poi la madre della sua fidanzata è la manager di lui, quindi…

…quindi c’è da sperare in una reunion dei Rainbow! Visto che se ne parla praticamente ogni anno.
Eh, vedrai che prima o poi, se le vendite non saranno più quelle previste, magari succederà davvero… Anche se poi non è detto che è tutto oro ciò che luccica: le cose magiche sono quelle che accadono spontaneamente, magari anche per caso. Senza contare che l’ultimo Dio, non è che poi mi piaccia moltissimo: lui è ormai un signore di 65 anni, dovrebbe prediligere la melodia con la sua potenza vocale, e invece canta sempre più in maniera aggressiva, cattiva. Trovo che da “Rainbow Rising” e l’ultimo suo album solista ci sia un abisso.

Blackmore a parte, del quale mi sembra tu citi lo stile nel solo conclusivo di “Nothing Stay The Same”, so che un altro dei tuoi chitarristi preferiti è Eddie Van Halen. Un influenza che potrebbe essere riconosciuta in alcuni riff di “Make Believe”.
Be’, sì, in effetti il mio modo di suonare è un po’ un misto dei due, anche se tendo a personalizzare il tutto.
Per “Nothing Stay The Same” il paragone è giustissimo (ride nda)!! Quando prendo il bottle-neck, mi viene proprio fuori quello stile lì! È un qualcosa che è venuto fuori durante la tournée con Graham Bonnet e Don Ayrey (entrambi ex-Rainbow, nda), nella quale suonavamo un pezzo strumentale per il quale usavo proprio il bottle-neck. E La cosa mi è girata in testa per un po’…
La musica è così, tu hai delle esperienze che vengono poi registrate nel tuo cervello e prima o poi vengono fuori, in un modo o nell’altro. Non è che ci ho pensato, di getto mi è venuto fuori un assolo così, spontaneamente. In effetti, uno dei frangenti in cui non sono molto personale, è forse proprio quando suono col bottle-neck: perché mi viene fuori Blackmore in automatico! Per il resto non mi sento tanto vicino a lui, per la scrittura e struttura del pezzi credo di essere più vicino a Led Zeppelin e Van Halen. Tuttavia mi ritengo un musicista con cervello a sufficienza da rielaborare le influenze che ho. E credo sia piuttosto naturale: tutti hanno preso qualcosa da qualcuno: Blackmore era uguale a Hendrix, Hendrix sarà stato uguale a chissà chi… Steve Vai è uguale a Van Halen (cioè: togli a Steve il tapping…). Gli inventori dal nulla non esistono.

So che a te non piace tanto il concetto di “guitar hero”.
Sì, lo trovo limitante e un po’ ridicolo. Definire un guitar hero come virtuoso della chitarra mi va giù meglio, ma “guitar hero”, preso così, mi fa pensare a qualcuno chiuso in casa 24 ore su 24 a ripetere queste scale e che alla fine non vive. Quindi la musica che produrrà sarà inevitabilmente sterile. Io preferisco il virtuoso sanguigno, quello magari non pulitissimo, ma che riesce effettivamente a smuoverti qualcosa dentro. Non quello che ti frulla scale su scale in modo arido e asettico.

Prima abbiamo accennato a Graham Bonnet…
…Col quale ho appena finito un tour ed è andata molto bene! Abbiamo fatto 10 date, tra Spagna, Inghilterra, Scozia, Austria. Sono state tutti davvero dei gran concerti, superiore, a detta di tutti, alla tournée che avevo fatto insieme a Graham Bonnet e Don Airey. Tra l’altro, proprio Don Airey, a Londra è salito sul palco, abbiamo fatto “Since You Been Gone” come bis, ed è stata una cosa davvero carina!

Ma è vero che Bonnet è stato cacciato dai Rainbow perché si presentava sempre ubriaco ai concerti?
Assolutamente no! Dai Rainbow è andato via lui!. ..e si è pure pentito di averlo fatto!
Le cose andarono pressappoco così: fatto il disco insieme (per l’appunto “Down to Earth”. Nda), tournée e tutto quanto, tornarono in studio per incidere un nuovo disco, che sarebbe poi stato “Difficult To Cure”. Però durante le prove non usciva niente di bello e subentrò un po’ di scazzo… Il primo ad andarsene fu Cozy Powell, al che Bonnet decise di mollare tutto anche lui. Peraltro dopo che aveva già scritto anche qualche linea melodica. Questo te lo posso assicurare, ne ha parlato lo stesso Graham, in un’intervista ad una radio spagnola.
[PAGEBREAK] Vabbè, per chiudere il discorso Rainbow: periodo Dio, Bonnet o Turner?
Sinceramente, Dio. “Rainbow Rising” è il top!

Come vedi la scena hard rock di oggi? Sembra stia rinascendo, pare esserci un rinnovato interesse per un certo tipo di sound, da parte del pubblico, e dall’altra, gli artisti, rispondono con reunion, più o meno eclatanti, di band che di questo genere di musica hanno scritto pagine importanti…
Secondo me questo tipo di sound ha radici talmente profonde, che per quanto si cerchi di abbatterlo, e ci hanno provato col punk e con mille altre cose, è talmente “musica vera” che viene comunque di nuovo fuori. Certo va a ondate, magari sul finire degli anni ’70, col punk che spopolava, era messo un po’ in sordina, ma poi è ritornato fuori. Oggi pensa ai The Darkness, che stanno avendo un mega successo con della musica che di nuovo non dice assolutamente nulla! Classicissima, hard rock anni ’70, ’80, tra Kiss e Spinal Tap, direi.

Che poi, non fraintendermi, a me piacciono pure molto!
Be’, in effetti appena li senti, in maniera superficiale, con questo cantante con ‘sta voce in falsetto, non è che siano esattamente il massimo… Però, se ascolti il gruppo, senti che c’è un qualcosa che te li fa apprezzare. Senti, ti accorgi che hanno l’attitudine giusta, e la gente infatti se n’è accorta.

Abbiamo parlato di tour. So che un paio di anni fa avevi parlato di un possibile tour The Cage/Voodoo Hill – non se n’è fatto più nulla, vero?
Non si è fatto perché eravamo tutti impegnati, ecc ecc. Però la cosa è sempre nell’aria. Probabilmente a novembre faremo un altro tour con Graham Bonnet e i Saxon, loro aprono per noi una sera e noi per loro un’altra sera, 50 e 50. Ma non è sicuro. Si sta parlando di un tour per il prossimo anno con Hughes e Bonnet; poi si parla di altre date con Martin.
Vedi, ho messo su quest’altro progetto, Electric Zoo, una band di “super musicisti”, posso davvero dirlo: ho visto le reazioni che abbiamo suscitato, e si può veramente dire che li abbiamo stesi tutti! Pensa che come strumentale facciamo “Race With The Devil ” di Al Di Meola, e viene perfetta. Un po’ una dimostrazione che anche i rockettari sanno suonare determinate cose! Quindi, dicevo, gli Elecrtic Zoo fungono da nucleo di musicisti di base, e poi ci “palleggiamo” i cantanti. Decidiamo di fare un tour con Bonnet o con Martin, o con altri, ma il nucleo rimane sempre quello lì. Ed è davvero molto funzionale, visto che li uso sia per registrare dischi, sia per andar dal vivo. Come manager abbiamo Franz Di Cioccio della PFM, che ha organizzato tutto in maniera perfetta. La cosa sembra funzionare piuttosto bene, sono molto soddisfatto. Anche e soprattutto perché siamo un buon gruppo di persone: sai, quando sei in tour un po’ di nervosismo è inevitabile, però tra di noi non c’è stato mezzo litigio: siamo tutte persone molto mature, ci siamo solo divertiti.Certo, poi c’è il business, fa parte del gioco. Però, vai in Scozia, fai il tuo casino, la gente rimane estasiata, sale sui tavoli presa dall’euforia e alla fine ti pagano: cosa posso chiedere di più?! Ormai ho un’età in cui le cose belle che mi capitano non me le faccio più passare accanto, cerco di godermele sempre tutte a pieno!

C’è una tua frase, che ho letto in un’intervista, che mi aveva molto colpito: “Nella vita ci poniamo troppi limiti, ogni tanto sarebbe meglio lasciarsi un po’ più andare, che tanto i limiti te li pongono già gli altri”.
Sì, è così. Spesso diciamo cose del tipo “ah no, quel cantante lì con me non verrà mai”, oppure “ah no, io una tournée in Inghilterra non la farò mai”… Ma se lo fanno gli altri perché non lo devi fare anche tu? Purtroppo abbiamo la tendenza a dire “Gli altri sì, ma io no”, a pensare che a noi certe cose non capitino. Però siamo tutti esseri umani! Se tu credi nelle tue possibilità, non devi porti limiti, perché te li pongono già gli altri. Certo tu devi fare il tuo, devi essere professionale, preparato, serio, e quando sei conscio dei tuoi mezzi devi osare, puntare in alto. Al massimo ti becchi un no, ma non devi dirtelo tu da solo. Autoannularsi mi sembra una stupidata ma dipende molto dal carattere di una persona.
[PAGEBREAK] Tu sei anche molto noto, oltre che come chitarrista, anche come produttore. Nel tuo studio hai prodotto anche cose piuttosto distanti da quello che sei solito suonare, gli Anathema di “Judgement”, per esempio…
Sì, be’, li era una co-produzione, comunque mi piace spaziare, sia come chitarrista che come produttore. Le ultime cose che ho fatto sono gli Skyclad e Mantas, il chitarrista dei Venom… Mi piace spaziare, sì, sono belle esperienze, che sicuramente ti fanno crescere dal punto di vista musicale e artistico.

Produci anche gruppi senza contratto?
Sì, certo! Il contratto non è che cambi le persone, per me conta le idee e che tipo di persone sono i musicisti che lo compongono. Sono fiero di prendere un gruppo non sotto contratto, tirargli fuori il 400% delle proprie potenzialità, farlo crescere a livello musicale e compositivo. Sono quasi più contento di ottenere buoni risultati con questi gruppi, che con i miei progetti.

Non ci credo…
No, davvero! A me la produzione artistica piace davvero! E poi so che un processo del genere è talmente complesso e appagante, che mi dà una soddisfazione grandissima! È più facile quando puoi sceglierti i musicisti migliori, stare in studio quando e quanto vuoi. Invece lì prendi un gruppo che è quello, non puoi cambiare nulla, e da quel gruppo lì, dove ci sono anche quelli meno bravi, inevitabilmente, devi tirarne fuori il meglio. E poi ci riesci: per me quella è una grande soddisfazione!

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