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    Vulgar Pang

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Troppo schizofrenico per una sola identità

Vulgar Pang è solo uno pseudonimo, una band di facciata, come dire un “prestanome”. Dietro c’è solo un genio multiforme e camaleontico, che non si accontenta di fare un semplice album rock. Craig Hawkinson (il nome di questo fac-totum del Midwest, frontman e compositore) ha ripercorso generi e sottospecie del rock moderno, prendendo a prestito ispirazioni ed influenze a destra e manca.
Dall’apertura jazz si passa all’hard rock, dal blues si arriva allo ska, si ripercorre un po’ di punk, funky e soul, si toccano ballate in stile Tom Waits, ritmi più serrati sul modello dei Muse, high school-rock in veste umoristica, ed infine si sterza sul prog-rock. C’è di tutto, insomma, anche se i vari stili non vengono mai fusi tra loro, ma solo incastonati l’uno all’altro, come in un mosaico, dove ogni colore, comunque, mantiene la propria individualità, senza sfumare. Ecco perché il disco, alla fine, non inventa nulla di nuovo: ogni genere musicale resta distinto, non invade o contamina gli altri. Anche il songwriting, di discreta ispirazione, sembra influenzato più da multiformi disegni che da un unitario e sincero fervore creativo. L’innovazione, dunque, è più sulla carta e la vantata schizofrenia si riduce solo ad un’impossibilità di classificazione dell’album.

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