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Wall Of Sound @ Trieste Film Festival: ? <3 ??????

C’era una volta l’ U.R.S.S.: una grandissima potenza, che racchiudeva gelosamente nei suoi confini un popolo vastissimo.
Autosufficiente, fine a se stessa e rigidamente governata dalla dittatura comunista che non lasciava penetrare nessun vento occidentale; per anni gli inverni si susseguirono dominati dal regime autarchico culturale che la opprimeva, generazioni crescevano a neve e folk, ma si sa, la cultura è una creatura mostruosa che muove i suoi tentacoli nel non visto, per impossessarsi e metabolizzare altri saperi. Le persone iniziarono così a muoversi verso i confini con un nuovo scopo: dilatare quanto possibile il mondo al di fuori della Russia.

Tutto era severamente punito, tutti i moti per una piccola rivoluzione venivano sedati al momento in maniera esemplare, pur di tenere lontano quello che non si conosceva e quello che avrebbe danneggiato il grembo della sacra madre, ma all’epoca quale cultura era dominante a livello mondiale? Quale, paradossalmente, poteva affascinare il popolo russo tanto da attirarlo pericolosamente?
La risposta è oltremodo ovvia: quella americana.
E quali miti poteva esportare?

Due film a dir poco geniali trattano questo argomento, capace di appassionare anche chi non è per nulla interessato ai fatti storici concreti che vengono affrontati.
Russia 1955: Stalin è morto da due anni, la gente è ancora diffidente del mondo che la circonda, ma come una nebbia che si alza dall’asfalto una nuova subcultura si sta facendo largo, quella dei “Stiljagi“, trattata nell’omonimo film di Valerij Todorovskij.
Nell’underground la voglia di anni ’50 in puro stile americano si diffondeva a macchia d’olio: colori sgargianti, acconciature prepotenti e molto swing nel sangue, così apparivano i giovani che volevano lasciarsi alle spalle il grigiume degli anni che furono.
Sottoforma di musical questo film narra la contorta storia di due ragazzi, Mels e Polly, che si ritrovano in una terra che non gli appartiene e solo rifugiandosi in altri miti e in altri panni possono finalmente vivere un respiro di sollievo.
Pellicola degna di ogni qual si voglia attenzione, dai costumi, alla fotografia perfetta, satura e accecante, al trucco-parrucco fumettoso, alla bellezza degli attori in campo, un buon lavoro per immaginarequelli che furono gli anni più di difficili di un popolo in cattività.

Ma la storia vera, come ben si nota nel documentario della BBC “How The Beatles Rocked The Kremlin” si stinge dei colori per assumere quelli di una lastra a raggi x su cui sono incisi i lavori dei quattro ragazzi di Liverpool.
Si chiamavano “Rock on the bones” e venivano nascoste nelle maniche dei cappotti: vi state chiedendo come mai tutto questo ingegno?
Nulla di esterofilo poteva entrare, agli aereoporti la gente veniva minuziosamente perquisita e guai a portar con sé vinili o altri espedienti per far conoscere il rock, si potevano rischiare anni di galera e lavori forzati.
Così fu proprio questo stratagemma che permise ai russi di conoscere i Beatles e di portare le loro parole anche a chi era incatenato dalle tradizioni locali.

A detta di molti i Beatles hanno letteralmente sconfitto il comunismo e dato nuova luce e speranza alla gente, c’è chi ricorda con amore gli anni della giovinezza, quando di nascosto in piccoli antri ascoltava i vinili, convivendo con la paura e chi tutt’ora innamorato colleziona da oramai trent’anni cimeli dedicati alla band.

Due storie espresse ai massimi termini che raccontano, con fantasia e realtà, un’aspetto che viene spesso sottovalutato: la necessità di cultura dei popoli.

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