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Walter Beltrami: Vertigini jazz

Chitarrista e compositore jazz, Walter Beltrami ha dimostrato che non tutti i mali vengono per nuocere usando una malattia che l’ha tormentato per ben sei mesi come fonte d’ispirazione. “Paroxysmal Postural Vertigo”, infatti, oltre che il titolo del suo ultimo lavoro, è anche il nome di un disturbo che ha come sintomi delle improvvise e fortissime vertigini durante i cambi di posizione. Ce ne parla lui stesso nel nostro incontro romano.

Il disco nasce durante i mesi in cui ha sofferto di Paroxysmal Postural Vertigo, come ti è venuta l’idea?
È stata quasi una conseguenza naturale perché si tratta di un disturbo della percezione visiva che provoca fortissime vertigini le quali arrivano improvvisamente e violentemente e spariscono misteriosamente, quindi inevitabilmente entra a far parte della vita di tutti i giorni. Le sensazioni di perdita di equilibrio, di punti di riferimento, la necessità di fidarsi di più dell’istinto, mi hanno comunque fatto pensare al parallelo che c’è tra questa sensazione e l’atto creativo stesso. Soprattutto in questo genere di musica ci si trova spesso nella situazione di lasciare il vecchio, il conosciuto per esplorare territori nuovi, quindi ci vuole più coraggio nelle scelte, esattamente come per vivere con le vertigini!

Insieme a te ci sono anche Bearzatti, Vincent Courtois, Jim Black e Stomu Takeishi, com’è nata questa formazione?
È stato meraviglioso poter suonare con loro perché sono i miei strumentisti preferiti per ogni strumento. Mi è stato proposto di creare un gruppo nuovo e in occasione di un concerto al Teatro del Vittoriale ho detto i musicisti con cui mi sarebbe piaciuto crearlo e, per una serie di coincidenze fortuite, è stato possibile trasformare questo sogno in realtà! È stata un’esperienza meravigliosa!

C’è un pezzo del disco a cui ti senti particolarmente legato?
Non necessariamente, però direi alcuni pezzi sicuramente come “Seamont’s Manoeuvre”, “Mind My Mind!”, “BPPV” e anche “You See”.

A proposito di “Mind My Mind!”, sul disco si parla di un codice: ce lo spieghi?

Ho scritto il riff iniziale quando ero in tournée in Spagna con un altro gruppo. Quando sono tornato ho sviluppato l’idea e ho cercato di scriverla per tutti gli altri musicisti, ma mi sono accorto subito della difficoltà di scrivere ritmicamente questo pezzo. Il metro cambiava praticamente ad ogni battuta e siccome l’operazione di scrittura è stata così complicata ho deciso di chiamarlo “Mind My Mind!” che significa “attenzione alla mente” perché, evidentemente, a mia insaputa mi gioca scherzi terribili! Il codice non è altro che il metro usato per ogni battuta esattamente com’è scritto nella partitura.

Come ti sei avvicinato alla musica e in particolare al jazz?
Alla musica mi sono avvicinato da adolescente. Avevo 17 anni e ho cominciato ad ascoltare gruppi come i Pink Floyd, Jimi Hendrix, King Crimson, mi sono innamorato della chitarra e ho iniziato a suonarla. Ho suonato principalmente rock, funk, soul, blues fino al momento in cui mi sono innamorato perdutamente del jazz, soprattutto di alcune sonorità come quelle di Wayne Shorter e Miles Davis. Da allora mi sono immerso nello studio del jazz per capirne il linguaggio, che ai tempi mi sembrava esoterico e misterioso.

Al Berklee College of Music e alla Musikhochschule di Lucerna hai avuto modo di studiare con grandi musicisti come Mick Goodrick, John Damian, Ed Tomassi e Dave Santoro, Frank Moebus, Kurt Rosenwinkel e Christy Doran. Chi ti ha segnato di più? E cosa ti ha lasciato?
Ognuno mi ha dato qualcosa di diverso. Sicuramente Mick Goodrick è stato uno dei più importanti perché mi ha aperto delle possibilità sullo strumento che fino ad allora ignoravo, come suonare in modo più polifonico e contrappuntistico, suonare melodie e accordi contemporaneamente. Ognuno, però, mi ha dato davvero tanto: Ed Tomassi, John Damian e tutti gli altri. Kurt Rosenwinkel è stato una grande lezione di suono perché la sua autorità sonora è stata uno stimolo per raggiungere io stesso un’autorità che fosse degna per suonare con lui.

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Con quale tra i musicisti odierni ti piacerebbe collaborare? E del passato?
Del passato ce ne sono tantissimi! Miles Davis, Wayne Shorter, che è del presente, John Coltrane, Jim Black, ma anche tanti altri come Tomasz Sta?ko, trombettista polacco, per non parlare di Tom Waits, la cui voce è stata trasposta in un brano dell’ultimo disco.

Qual è stata l’esibizione live che ti ha emozionato di più?
Sicuramente il primo concerto che ho fatto con Francesco Bearzatti, da cui è nato anche il nostro sodalizio che dura da tanti anni, e con cui ho una bellissima comunione musicale. La stessa sensazione si è ripetuta anche a febbraio a Firenze in un concerto al Pinocchio Live Jazz.

Quali sono le principali differenze nel modo di vivere e sentire il jazz tra l’Italia e gli Stati Uniti?
Credo che negli Stati Uniti ci sia un atteggiamento più competitivo vista l’offerta più numerosa e, a volte, più articolato. In Italia, come in Europa, forse c’è un atteggiamento più aperto anche da parte dei musicisti e a me piace molto, anche se tra i musicisti americani ci sono alcuni dei nomi più importanti del genere.

Come compositore collabori anche con diversi filmmaker, hai dedicato un lavoro a Bergman e hai dedicato “Paroxysmal Postural Vertigo” a Hitchcock, qual è a tuo parere il rapporto della musica col cinema?
Bergman diceva “Film come sogni, film come musica” perché lui pensava alla musica per realizzare i suoi film e allo stesso modo io penso al cinema per realizzare la mia musica. L’organizzazione della musica stessa è molto visiva per me e credo che questo costituisca il legame forte tra ciò che scrivo e il cinema. Il cinema è una continua fonte d’ispirazione che io definisco “più sicura” perché ci sono meno rischi di essere influenzati da altre opere prendendo ispirazione da un’altra forma d’arte.

Che progetti hai per il futuro?
Portare più on the road questa formazione ed eventualmente registrare un nuovo progetto per cui sto già scrivendo le musiche, sempre con gli stessi musicisti, tranne Giovanni Falzone che prenderà il posto di Vincent Courtois. E poi a breve termine ho un progetto in solo sempre dedicato al cinema, che si intitolerà “Tulse Luper”. L’idea viene da un progetto multimediale di Greenaway ed è anche un gioco di parole con looper, lo strumento che io uso per campionare live quello che suono e poi riprodurlo in un secondo momento. Anche questo lavoro sarà molto visionario, nonché legato al cinema e mi piacerebbe portarlo in giro più spesso, come ho fatto per altri lavori in passato.

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