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Doom metal: We dance, and the music dies

Ci eravamo lasciati parlando di Europa e America: affinità, differenze e la promessa di un approfondimento. Da dove partire? Arbitrariamente, e anche per sciovinismo, partiremo da…

Fase 3.1: questo lato dell’Atlantico

L’Europa (i paesi nordici in particolare) diventa la vera “terra promessa” nei primi anni ’90, con la “sacra triade” inglese e tutta la scena che gravitava loro intorno. Non si può però parlare di doom senza fare un salto in Svezia nei primissimi anni ’80. Qui un estroso bassista di nome Leif Edling, già leader dei Nemesis, fonda nel 1984 i Candlemass. Ispirandosi in egual misura ai Black Sabbath e a certo metallo “epico” di scuola Manilla Road e (ebbene sì) Manowar, gli svedesi hanno scritto almeno due album fondamentali per lo sviluppo musicale e concettuale del genere: “Epicus, Doomicus, Metallicus” e soprattutto “Nightfall”. I riff sono chiaramente di matrice sabbathiana, la voce di Messiah Marcolin (sostituto del primo cantante Johann Lanquist) è esasperatamente teatrale in pieno stile Ozzy, ma la lentezza e l’emotività delle composizioni sono a modo loro un unicum nel panorama del tempo. Si stava sviluppando il lato più “europeo” del doom, quello più legato a fiumi di lacrime che a scapocciamenti e droghe, per intenderci.

La strada aperta dai Candlemass (e da altri gruppi, vedi ad esempio i Witchfinder General) verrà poi battuta e allargata a dismisura da una delle figure più importanti nella storia della musica estrema: Lee Dorrian. Già cantante e scrittore dei testi di un disco fondamentale come “Scum” (Napalm Death), nel 1989 lasciò la band grind per fondare i Cathedral. I loro primi lavori, e cioè l’EP “In Memorium” e il full “Forest Of Equilibrium”, sono esempi perfetti di doom metal chiaramente ispirato ai Black Sabbath, ma molto, molto, molto più lento, marcio e fondamentalmente triste. Stiamo parlando dei primi vagiti di una scena che estremizzerà il concetto di “emozioni negative”, avvalendosi anche dell’apporto di altri generi estremi.

Già, gli altri generi estremi. Perché è qui che le cose si complicano ancora di più. L’heavy metal (inteso nel senso più largo del termine) era già esploso da parecchio, si parlava già di death metal, di black metal e di altre putredini che tanto facevano storcere il naso ai puristi e alla critica. In fondo, la lezione era sempre quella dei Black Sabbath, solamente rielaborata con tutti e due gli occhi ad altre influenze: hardcore, grindcore, in genere tutto ciò che suonasse veloce e incazzato. Band come Entombed e Morbid Angel (per dare un’occhiata ad entrambi i lati dell’oceano) avevano però già mostrato come fosse possibile contaminare l’ultraviolenza con l’ultralentezza, creando alcuni manifesti sonori di importanza capitale anche per il doom: si dia un ascolto, ad esempio, alla canzone “Left Hand Path”, tratta dall’omonimo esordio degli Entombed. Gli stessi Cathedral, in fondo, nascevano per volontà di un ex grinder.
[PAGEBREAK] L’incontro/scontro di queste due sensibilità non poteva che portare ad un’esplosione. E infatti così fu.
Citare tutti i gruppi che nacquero in questo periodo e contribuirono in qualche modo allo sviluppo del genere è impresa improba. Ci limitiamo a fare qualche nome sparso, per poi soffermarci su quelli che sono i più importanti.

Innanzitutto, i fondamentali e sottovalutatissimi Thergothon, inglesi dediti anima e corpo al culto di Lovecraft, autori nel 1990 (!!!) di un demo (“Fhtagn-nagh Yog-Sothoth”) che si può a ben diritto considerare il primo lavoro funeral doom della storia. Suoni da oltretomba, voce da far invidia a Chtulhu in persona, un riffing che è una riproposizione rallentata dei pezzi più lenti dei Black Sabbath. È il primo passo deciso verso l’estremizzazione di un’idea che già per conto suo nasce ai limiti della sostenibilità. Già che siamo in tema, vale la pena citare un’altra band seminale per nascita e sviluppo del funeral doom, i norvegesi (guarda un po’) Funeral.

Influenzati in egual misura dal death metal e dai Black Sabbath sono gli australiani (ci passerete la piccola licenza geografica, dato che li abbiamo inseriti nella sezione europea) diSEMBOWELMENT, che nel 1993 uscirono su Relapse con il misconosciuto “Transcendence Into The Peripheral”, lavoro allucinante nel suo continuo alternare blastbeat e riffoni death metal a rallentamenti ai limiti del funeral.

E così siamo arrivati a parlare delle influenze death metal. Influenze che risultano evidenti in tutti e tre i componenti della cosiddetta “sacra triade” del doom inglese: Paradise Lost, Anathema e My Dying Bride. I primi, soprattutto nei due capolavori “Lost Paradise” e “Gothic”, si dividono equamente tra momenti di puro death svedese e inserti più sperimentali (come le tanto temute voci femminili di Celtic Frost-iana memoria); col tempo hanno abbandonato il genere per tributare i “numi tutelari nascosti” della scena inglese, i Depeche Mode. Gli Anathema, prendendo le mosse da un death/doom a volte ai confini col funeral (“Serenades”, “Pentecost III”), hanno poi sviluppato un percorso personalissimo, passando da un capolavoro di “astrattismo pesante” come “The Silent Enigma” arrivando su lidi quasi postrock (“A Natural Disaster”). I My Dying Bride, paradossalmente i più “tradizionali” dei tre ma anche i più colti, hanno invece sviluppato un loro suono, portandolo avanti per nove dischi (e un’infinita serie di EP e mini), arricchendolo e approfondendolo in parallelo con una ricerca lirica mai banale.

A fianco della “sacra triade” vale la pena di citare un altro paio di nomi che poi prenderanno strade decisamente distanti dal doom: Tiamat e Katatonia, i quali pur muovendosi al di fuori del genere ne sono stati grandemente influenzati, soprattutto a inizio carriera.
[PAGEBREAK] La ricerca melodica, compositiva e concettuale portata avanti dalla di cui sopra triade fu una vera e propria rivoluzione, l’ennesima in un genere che viene a torto considerato statico. C’è da dire che sono poche le band che hanno proposto una credibile riproposizione di certe tematiche (il binomio amore/morte, sentimenti negativi di qualsivoglia genere) senza scadere nel pacchiano o nel ridondante. Tra queste vale la pena citare i Saturnus, forse LA migliore band nata sulla scia dei My Dying Bride, i The Third And The Mortal (autori dello splendido “Tears Laid In Earth”), i primissimi The Gathering, i meravigliosi (e americanissimi!) Morgion e i norvegesi In The Woods…. Menzioniamo di passaggio, e solo per consigliarvi di starne alla larga, quella pletora di band che si sono fatte classificare sotto l’etichetta “gothic”, e che altro non suonano se non un terrificante heavy metal strapieno di tastiere e giocato sull’alternanza “growl maschile/voce femminile”: Theatre Of Tragedy, Tristania, The Sins Of Thy Beloved e chissà quante altre che ci fa piacere dimenticare.

C’è poi una vasta fetta di doom band europee che pone meno l’accento sulla melodia e sulla teatralità per concentrarsi sulla ricerca dell’estremamente lento, sulla scia di quanto fatto da Cathedral e Thergothon. Il funeral doom, così viene chiamato lo stile, è probabilmente il sottogenere più interessante di tutta la scena europea, vuoi perché il più aperto a influenze “intelligenti” (dark ambient, black metal, folk, musica classica), vuoi perché meno interessato alla forma e più alla sostanza, vuoi perché tematicamente più vario. Citeremo solo alcuni dei nomi più importanti, col rischio ben calcolato di dimenticare qualcuno di fondamentale.
Tra i pionieri del genere sono i finlandesi Skepticism. Suoni pessimi, canzoni lente ai limiti del non-ritmo, il costante uso di un organo da chiesa a caratterizzare i loro dischi. Matti e compagni hanno messo in musica la depressione pura, senza compromessi e senza suonare in alcun modo falsi o forzati. Tre dischi (“Stormcrowfleet”, “Lead And Aether”, “Farmakon”) legati a tre EP apripista, e nessuno di questo va trascurato.
Tutto ciò che è funeral si rifà in un modo o nell’altro ai Thergothon, e gli americani (già, ancora una piccola licenza…) Evoken non lo nascondono, dal momento che prendono il nome da una canzone del primo demo degli inglesi. Oscuri, marcissimi, non disdegnano puntate nel death metal, un po’ in stile diSEMBOWELMENT. “The Antithesis Of Light” è un ascolto obbligato.
Decisamente più particolari (e qui torniamo in Finlandia) gli Unholy, autori di almeno un disco irrinunciabile, quel “Rapture” che racchiude talmente tante influenze e talmente tanti, be’, colori da essere stato etichettato da più parti come “avantgarde doom”. Se il genere dovesse interessare (prendete una base di doom estremo e aggiungeteci psichedelia, folk e un po’ di roba brutale), da provare anche gli Aarni e gli Umbra Nihil.[PAGEBREAK] Tornando su lidi più strettamente funeral, vale la pena citare i pesantissimi Shape Of Despair, i francesi Monolithe, gli australiani Mournful Congregation, i Pantheist (“O Solitude”) e tutti i progetti del musicista olandese Stijn van Cauter. Uno dei più prolifici rappresentanti della scena europea, Stijn ha sempre posto l’accento sulla commistione tra doom estremo e musica ambient, spesso mettendo in secondo piano le chitarre a favore di tastiere e synth. Vale la pena ascoltare in particolare il suo progetto Until Death Overtakes Me. La musica di Van Cauter è la dimostrazione che il doom non è un genere chiuso e stagnante, e che chi lo suona ha le sue radici tanto nell’heavy metal tradizionale quanto in generi più “di nicchia”, sia essa la dark wave, l’ambient di scuola Cold Meat, l’industrial o addirittura la musica classica.
Parlando di dark ambient e di altre influenze esterne, una piccola menzione a tutte quelle band che contaminano il suono doom con il black metal, tanto da risultare spesso “più di là che di qua”: gli italiani Forgotten Tomb, i Dolorian, la one man band Nortt, i folli Bethlehem.

Chiudiamo questo capitolo dedicato all’Europa (sulla quale torneremo successivamente) citando due nomi fondamentali, artisticamente superiori e ottimi per introdurre il capitolo sull’America.
Innanzitutto, gli inglesi Esoteric. Probabilmente LA band di doom estremo più artisticamente interessante che sia mai uscita dal vecchio continente. Autori di quattro dischi, su una base chiaramente riconducibile al funeral costruiscono affreschi “cosmici” di rara intensità e bellezza, legati a visioni che di terreno hanno ben poco. In comune con molte band americane hanno la passione per le droghe e per gli stati alterati di coscienza. I loro dischi sono esperienze psichedeliche nel senso più puro del termine.
Restiamo in Inghilterra, per citare la band che più di ogni altra ha fatto da ponte tra vecchio e nuovo, tra Europa e America, tra l’attitudine caciarona dello stoner e quella più sognante del doom europeo. Stiamo parlando degli Electric Wizard, band fondata nel 1993 da Tim Bagshaw e Mark Greening con l’ausilio del cantante/chitarrista Jus Oborn. Il loro stile, che nel primo omonimo disco era chiaramente riconducibile ai Black Sabbath, incorpora via via elementi di psichedelia pesante, sludge, stoner e doom europeo, accompagnando il tutto con testi programmatici ispirati in egual misura a Lovecraft, a visioni da LSD e alle storiche riviste di SF come “Weird Tales”. Non c’è band migliore per spiegare dove si incontrino Europa e America, come dimostra anche il progetto parallelo Teeth Of Lions Rule The Divine che vede coinvolti il nuovo batterista Justin Greaves (ex Iron Monkey), Lee Dorrian, Greg Anderson (di cui avremo occasione di parlare tra poco) e Stephen O’Malley (idem con patate).
E allora, che America sia…
[PAGEBREAK]Fase 3.2: “Terra! Terra!”, ovvero “di come conquistammo l’America”

Le radici del doom sono saldamente in Europa, si è detto. Vero? In parte. I primissimi epigoni dei Black Sabbath, praticamente loro contemporanei, vengono da Arlington, in Virginia. Sono in giro dal 1971, con nomi e formazioni diverse (Bedemon, Macabre), ma sono noti al pubblico metal come Pentagram. I loro dischi suonano come l’ideale incrocio di Black Sabbath e Blue Cheer, e fin dal debutto su full length (l’omonimo del 1985) hanno rappresentato il lato più puro e vintage del doom. Come loro, una lunga serie di altre band analoghe hanno costruito la loro carriera su una ripresa più o meno pedissequa del suono dei Sabbath: vale la pena citare i Trouble (anche loro capisaldi della scena americana), gli svedesi Count Raven (il cui debutto risale al 1990), i Solitude Aeturnus (grandi amici dei Candlemass), i già menzionati Witchfinder General e una scena collaterale, più legata all’epic metal classico, composta da band come Manowar, Cirith Ungol, Manilla Road e altri.
C’è da notare, comunque, come tutte le band citate sopra (esclusi ovviamente Pentagram e Trouble, per ragioni storiche) siano legate al suono Sabbath ma anche alle derive più “europee” del doom: Candlemass e Solitude Aeturnus andarono spesso in tour insieme, i Count Raven suonano tremendamente old-style e sono svedesi, persino gli iper-tradizionalisti Reverend Bizarre (una sorta di Manowar del doom metal) sono di origine finlandese e non americana.
Quand’è che il suono americano si è definitivamente staccato dalla tradizione per dare vita alla sua personalissima visione del doom?

Siamo nel 1984, in California, tra spiagge assolate e thrash metal. I grandi della scena (Metallica, Megadeth, Slayer, Testament e compagnia) facevano a gara a chi suonava più veloce, brutale e incazzato. Fu quindi con una certa sorpresa che venne accolta l’uscita del disco di debutto di una band che si era formata col nome di Tyrant nel 1979. Guidata dal chitarrista Dave Chandler, e ispirandosi per il cambio di nome ad una canzone dei Black Sabbath (guarda un po’), la band pubblicò per la SST (etichetta di Henry Rollins) il disco omonimo dal titolo “Saint Vitus“. Canzoni lente, grezze, cupamente psichedeliche, pregne di un’atmosfera morbosa e malata che mancava ai quasi contemporanei Pentagram e Trouble, e che andava a pescare a piene mani dal debutto dei Sabbath . Nessuna ambizione progressiva o in qualche modo “estetica”, solo becera teatralità e voglia di suonare qualsiasi cosa nel modo più nero possibile. Dal secondo disco, “Born Too Late”, la band sostituirà l’originario cantante Scott Reagers con una delle figure simbolo del doom americano: Scott “Wino” Weinrich. Teatrale, esagerato, da sempre dedito al culto di Ozzy e della musica nera, Wino è in egual misura amato e odiato dai doom fan, un po’ come succede a Messiah Marcolin dei Candlemass. Che lo si trovi insopportabile o meraviglioso, non si può non riconoscere a Wino una passione infinita per la “sua” musica, come dimostrano anche gli altri suoi progetti, primi fra tutti The Obsessed e Spirit Caravan.
Il grande merito dei Saint Vitus, dunque, sta nell’aver scritto musica epocale soprattutto per le sue atmosfere marce e opprimenti, lontane dalle tentazioni melodiche europee, e che in qualche modo influenzeranno (anche se questa è una personalissima opinione di chi scrive, e in quanto tale assolutamente criticabile) anche tutta quella scena sludge/crust/stoner che rappresenta la seconda grande “rivoluzione americana” del doom.
[PAGEBREAK] La scena sludge non si limita ai Melvins, ovviamente, ma incorpora anche influenze southern rock o giù di lì: dai Lynyrd Skynyrd ai Corrosion Of Conformity, tutto fa brodo per contribuire alla creazione di quel suono che non possiamo che associare alle paludi della Louisiana. I rappresentanti più influenti ed estremi della scena sono i Crowbar (prodotti in un disco da tale Phil Anselmo…), i fondamentali EyeHateGod, i pesantissimi Iron Monkey (il cui batterista Justin Greaves abbiamo già incontrato parlando di Electric Wizard), gli Acid Bath, i Fudge Tunnel. Da citare anche gli storici Grief.
Restiamo quindi in California, restiamo in tema di forme musicali zozze e disturbate e parliamo di quella che è l’altra grande scena americana del tempo. Parliamo soprattutto di tre individui apparentemente rozzi e ignoranti, ma che nascondono nei solchi della loro musica un’insospettabile erudizione e una ricerca sonora con pochi eguali. Parliamo di Buzz “King Buzzo” Osborne e Dale Crover (più l’occasionale “terzo membro”), altrimenti conosciuti come Melvins. Servirebbe uno speciale a parte solo per parlare della loro carriera, dell’influenza che hanno avuto su buona parte della musica moderna, ivi compresi gli amici Nirvana, e di quante strade diverse abbiano percorso in oltre vent’anni di carriera (esistono infatti dal 1984). Ci limitiamo a segnalare i due dischi che vengono considerati i più importanti per lo sviluppo di quel genere che oggi conosciamo come sludge, e cioè “Houdini” e “Stoner Witch”. Stiamo parlando di musica che pesca a piene mani dalla tradizione sabbathiana e dall’hardcore punk, grezza e marcia, fortemente critica nei confronti di tutto e tutti. I riff sono lenti e ossessivi, la voce urlata, la melodia poca o nulla. Addirittura, su “Houdini” troviamo quelli che sono i primi tentativi di drone music, o almeno i primi ad opera di un gruppo rock, e quindi per definizione non “colto”. Le collaborazioni future dei membri della band (soprattutto quelle di King Buzzo con Mike Patton e quelle con Lustmord) hanno contribuito in parte a sdoganare il gruppo e a levargli di dosso l’etichetta di “band underground”, certamente affascinante ma che non rende giustizia al peso immenso che i Melvins hanno avuto negli ultimi vent’anni di musica.

Parlando di drone music non si può non citare un altro gruppo la cui influenza ha iniziato a farsi sentire soprattutto negli ultimi anni. Stiamo parlando degli Earth di Dylan Carlson, autori di almeno quattro dischi fondamentali e assolutamente unici. Rubano il nome alla primissima incarnazione dei Black Sabbath, e hanno come intento la riproposizione di quelle sonorità, portata però concettualmente all’estremo. Invece che gemme di dark blues ci ritroviamo quindi di fronte a infinite bordate di feedback di chitarra, riff ripetuti fino al parossismo e all’ipnosi, “brani” talmente scarne e minimali da trascendere quasi il concetto di “canzone”. Dylan Carlson è un grande sperimentatore di suono oltre che un personaggio di gran peso all’interno della scena alternativa americana – grande amico di Kurt Cobain, si dice che sia stato lui a vendergli il fucile con cui l’angelo biondo si tolse la vita. Ma al di là delle noterelle di costume, quel che ci interessa è il lascito alle generazioni future: dischi come “Earth 2″ e “Phase 3: Thrones And Dominions” sono autentiche perle d’avanguardia, oltre che mazzate non indifferenti. Gli Earth sono tornati di recente con due dischi (“Hex” e “Hibernaculum”) che mostrano un altro lato della musica di Carlson, un’esplorazione della tradizione musicale americana ovviamente rivisitata in puro Earth-style.

Spostandoci invece più in là con gli anni, e arrivando a parlare di gruppi più legati alla scena stoner, non si possono non citare i Down del succitato Phil Anselmo, che anche nei Pantera aveva avuto modo di dimostrare la sua passione per le sonorità fangose dello sludge. I tre lavori a nome Down sono piccoli monumenti di quello che potremmo definire southern metal, influenzato in egual misura dal southern rock (un po’ come accaduto ai Metallica di “Load”), dallo sludge e dalla psichedelia pesante dello stoner.
[PAGEBREAK] E qui le cose si complicano ulteriormente, tanto per cambiare. Trattare dello stoner in uno speciale sul doom, infatti, può apparire quasi azzardato, dal momento che i legami tra i due generi non sono sempre evidenti. Se infatti parliamo di gruppi come Kyuss o Unida parliamo di band che hanno ripreso e attualizzato il sound dei Blue Cheer, appesantendolo, ingrassandolo e imbottendolo di psichedelia. Ma si tratta pur sempre di un approccio profondamente rock ‘n’ roll, che raramente rallenta fino a sfiorare il doom. E anche quando questo accade, stiamo parlando di qualcosa che ritorna alle radici stesse del genere, al blues primigenio dei Black Sabbath. Siamo quindi al limite dell’abuso di linguaggio parlando di stoner rock in questo speciale, e forse vale più la pena soffermarsi su quelle band che, pur incorporando influenze stoner, sono ancora classificabili come “doom”.

Tra queste, vale la pena iniziare con un nome mai troppo lodato e mai troppo rimpianto: gli Sleep di Matt Pike e Al Cisneros, in attività dal 1991 al 1995. Il loro è un ibrido malato di stoner, psichedelia e sludge doom, soprattutto nei due capolavori “Volume 1″ e “Dopesmoker” (o “Jerusalem” che dir si voglia…). In particolare il secondo è un’opera monumentale, un’unica canzone di un’ora che travolge chiunque la ascolti, tra riff ipnotici e ripetuti all’infinito, invocazioni alla droga, crescendo di batteria e una voce sgraziata ma, a modo suo, teatrale. “Dopesmoker” è un’autentica dichiarazione d’intenti, nonché (per chi scrive) il miglior disco della scena americana insieme all’”ibrido” Teeth Of Lions Rule The Divine.
Lo split tra Pike e i compagni di gruppo porterà alla nascita di due gruppi, agli antipodi come concezione del doom: Matt svilupperà il lato caciarone e rock ‘n’ roll della propria musica con High On Fire e Kalas, mentre Cisneros e Hakius punteranno più sulla psichedelia e il drone con il progetto OM (recentemente Hakius ha abbandonato il progetto).
L’attitudine Sleep verrà ripresa da altri gruppi più recenti, come ad esempio i deliranti Bongzilla e i belgi Blutch.

Un piccolo inciso: parlare di Sleep consente di rimarcare ancora una volta le differenze fondamentali che sussistono tra il doom europeo e quello americano. Innanzitutto i suoni: i gruppi americani, più direttamente influenzati da sludge e hardcore, hanno sempre avuto chitarre più grezze, grasse, riverberate e “piene”. In Europa si è sempre posto un accento maggiore sulla pulizia del suono (se si escludono i gruppi funeral…), sulle armonizzazioni tra due chitarre e, in genere, un’attenzione meno spasmodica al “basso a tutti i costi”. Persino i gruppi più grezzi, come possono essere Thergothon o Skepticism, tendono allo “zanzarismo” black metal più che allo sludge. Il che consente di indicare un’altra differenza fondamentale tra le due scuole: quella europea è sempre stata più legata al metal classico, sia come suono, sia come stile, sia nel suo prendersi spesso molto sul serio; quella americana, per contrasto, ha un approccio più “punk”, o più r’n’r se preferite, oltre che più vicino agli anni ’70, esperienze psichedeliche e visioni cosmiche incluse. Le eccezioni a questa regola sono le solite: i Cathedral degli ultimi dischi (praticamente un gruppo stoner), i sempre presenti Electric Wizard.
[PAGEBREAK] Tornando a parlare di ibridi con lo stoner, bisogna aprire una lunga parentesi parlando di Goatsnake e (già che ci siamo) Thorr’s Hammer e Burning Witch. Non tanto per l’effettivo valore musicale dei due progetti – comunque elevato, soprattutto per quel che riguarda l’allucinante “Dommedagsnatt” dei Thorr’s Hammer – quanto per i nomi coinvolti. Sia i Goatsnake (i più “stonereggianti” dei tre) sia i più sludgy Thorr’s Hammer e Burning Witch, infatti, sono progetti che vedono coinvolti Greg Anderson e Stephen O’Malley. Entrambi sono tra i nomi più importanti della “seconda ondata” del doom americano, quella che riprendeva la lezione di Earth e Melvins e la ibridava con una visione più moderna e legata a band che doom non sono, come Neurosis o addirittura Swans. Sia con le tre band succitate sia con i progetti Sunn 0))) e Khanate, la coppia ha portato all’estremo (o al parossismo, se preferite) le idee di lentezza, marciume e disperazione che sono connaturate all’idea stessa di doom. L’hanno fatto mischiando il drone ad altri generi coi Sunn 0))), che nascono come cover band degli Earth e sviluppano poi un percorso personalissimo di rilettura di vari generi musicali estremi. L’hanno fatto destrutturando lo sludge con i Khanate, autori di tre dischi fondamentali per capire la musica pesante degli ultimi anni. L’hanno fatto poi con i Teeth Of Lions Rule The Divine, che già un paio di volte hanno fatto capolino in questo scritto.

L’influenza di O’Malley e Anderson sulla scena va ben al di là dei semplici meriti musicali. O’Malley è anche un artista vero, curatore dell’artwork di decine di gruppi anche distanti dal doom – si vedano i suoi splendidi lavori per gli Emperor. Oltretutto le collaborazioni di O’Malley vanno ben oltre quel che abbiamo qui analizzato, andando a toccare anche artisti come Merzbow, Julian Cope, Aaron Turner (capo dell’etichetta Hydrahead e mastermind, ad esempio, degli Isis). Anderson e O’Malley hanno anche fondato la Southern Lord, etichetta fondamentale per lo sviluppo del genere, che ha fatto uscire (tra infiniti altri) i lavori dei droners giapponesi Boris. Boris che hanno collaborato nel 2006 al progetto Altar, insieme (guarda un po’!) ai Sunn 0))). E il gioco dei rimandi potrebbe continuare all’infinito, sfociando in un mero esercizio di genealogie. Ci si potrebbe dunque fermare qui, anche perché partendo dai Melvins siamo finiti ormai ai giorni nostri, a dimostrazione di come la scena americana sia stata, a modo suo, più coesa e “continua” rispetto a quella europea.

Resta ancora un nome fondamentale da trattare prima di chiudere, nome che consentirà a sua volta di aprire una parentesi complessa da trattare. Stiamo parlando degli YOB di Mike Scheidt, attivi dal 1996 e autori di quattro capolavori usciti tra il 2001 e il 2005. Abbiamo scelto di trattarli per ultimi perché il loro sound, che incorpora elementi europei ed elementi americani, psichedelia e stoner, doom classico e space rock, ha anche legami evidenti con un’altra scena. Non è infatti azzardato accostare al loro sound nomi come Neurosis o Isis. Il che complica indirettamente il discorso, e ci consente di iniziare un breve ma importante capitolo.
Per il quale dovrete pazientare ancora un po’…

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