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Werner Herzog a Venezia 66

Applausi e risate a scena aperta alla proiezione per la stampa di Bad Lieutenant – Port of Call: New Orleans, il film di Werner Herzog in concorso a Venezia 66. Il regista tedesco in trasferta hollywoodiana non delude le aspettative, e si concede per una lunga intervista insieme ai protagonisti Eva Mendez e Nicholas Cage, dei quali non si è stancato di lodare professionalità e simpatia.

La città di New Orleans è a pieno titolo protagonista del film. La scelta di quest’ambientazione ha influito sulla sceneggiatura? Quella che vediamo è davvero la città del dopo uragano?
W.H.: Sono stati i produttori a decidere per New Orleans, dato che il governo della Louisiana in quel periodo offriva incentivi fiscali a chi decidesse di girare un film là. Ma devo dire che ho accettato volentieri, anzi, non poteva andare meglio per me. Della città del dopo-uragano volevo rendere il senso di collasso, fisico sì, ma soprattutto del vivere civile, e anche la costante atmosfera di pericolo incombente.

Herzog, nel film si percepisce un fortissimo senso dell’umorismo, molto più che nei suoi film passati. A un certo punto sembra quasi una commedia. Che tipo di commedia preferisce come spettatore?
W.H.: Il mio è un humour molto cupo, al punto che diventa esilarante. In realtà in tutti i miei film c’è un certo senso dell’umorismo, anche se la gente può pensare a me come un vecchio e cupo cineasta tedesco. Sono davvero contento di essere riuscito a trasmettere così bene l’humour con questo film. Il mio preferito quanto a commedia è Buster Keaton: la sua solitudine, i suoi silenzi mi arrivano al cuore.

Perché scegliere un titolo che rimanda al film di Abel Ferrara, quando invece sono due pellicole molto distanti?
W.H.: Ho già detto in diverse occasioni che io non ho mai visto il film di Abel Ferrara e non sapevo nemmeno della sua esistenza. Il titolo non l’ho scelto io e lo volevo addirittura cambiare, ma non mi importa granché in fin dei conti. Quello che mi soddisfa è il film.

Tra l’altro, per come vanno le cose nella vicenda, questo tenente non sembra poi così cattivo, anzi è decisamente un personaggio positivo. Che relazione c’è tra bene e male nel film?
W.H.: Io non vorrei parlare di queste categorie, per me Terence non è cattivo o buono, è solo molto umano. Quando Nicholas Cage mi chiedeva le motivazioni del suo essere cattivo, io gli ho risposto: non preoccuparti se sei buono o cattivo, tu dammi l’estasi, l’incanto e la gioia che il male può esprimere a volte.

Come spiega la scena visionaria dell’iguana che sembra cantare come se fosse in un musical?
W.H.: Che bello [ride], a me piace tantissimo dare ruoli agli animali nei miei film, e l’iguana mi affascinava molto. Non era nella sceneggiatura, l’ho aggiunto io. E ho fatto tante altre modifiche oltre alle aggiunte, anche se il mio nome non è tra quello degli sceneggiatori.
E.M.: È stato troppo divertente quando un giorno l’iguana gli ha morso un braccio e non si staccava più. Immaginatevi la scena: Werner Herzog che urla e cerca di staccarsi un’iguana dal braccio. Non ho mai riso tanto in vita mia.

Eva, è stata in grado di trasmettere emozioni attraverso una recitazione in più punti fatta solo di sguardi ed espressioni…
E.M.: In effetti io odio i dialoghi, che secondo me ostacolano la performance dell’attore. Per vedere se un attore è davvero bravo secondo me bisognerebbe togliere l’audio e guardarlo soltanto.

Come definireste il film, che parte come un noir poliziesco e vira verso la commedia?
W.H.: Non mi piace classificare i film, come qualsiasi opera d’arte. È una pessima abitudine che sta diventando una malattia. [PAGEBREAK] Girando questo film ha finalmente accettato una proposta da Hollywood.
W.H.: Ne ho rifiutate tante in passato. C’era un periodo in cui Richard Gere mi chiedeva insistentemente di lavorare con lui. Arrivò anche a chiedermi di dirigere Pretty Woman! Ma ho diretto molti attori considerati delle star. Questo perché mi piace lavorare con i migliori attori in circolazione. Cage e Mendez li ho voluti io per questo film.

Da qualche anno vive negli Stati Uniti. Come li ha visti attraverso gli occhi del protagonista?
W.H.: Port of Call mi ha fatto vedere un’America cupa, più affascinante di quella di Disneyland. Adesso ci vivo e mi piace l’America, ma non potrei mai diventare cittadino americano, per un solo, semplice motivo: non vorrei mai essere cittadino di un paese che ammette la pena capitale.

Cage, qual è stata la principale fonte d’ispirazione per il personaggio del tenente Terence Mc Donagh?
N.C.: L’arte che più mi ispira è sempre stata la musica. Quando cerco ispirazione, penso al suono che farebbe la mia interpretazione. Di solito mi ispiro molto al jazz, nel senso che mi piace improvvisare, e ciò vale ancor più in questo caso, visto che la storia è ambientata a New Orleans. Amo questa straordinaria città. Sono nato a Los Angeles, ma ho vissuto a New Orleans prima dell’uragano. Avevo paura di tornarci dopo, paura di soffrire troppo. Ma questa è stata una città occupata da gente di tutte le nazionalità, e ciò l’ha sempre dotata di grande vitalità, energia. New Orleans sta cercando di rinascere.

La scena finale all’acquario l’ha suggerita lei? Si dice che abbia una passione per i pesci.
N.C.: I pesci sono divini. Sono sopravvissuti al diluvio universale. Non sono stati maledetti. I pesci hanno una grande dignità. Il mio personaggio è come uno squalo: non riesce a star fermo.

E della scena esilarante dell’interrogatorio alle due signore cosa dice? L’idea di radersi con un rasoio elettrico mentre sta nascosto dietro la porta è stata sua?
N.C.: Sì è stata una mia idea. Se volete vi do una lista di tutte le caratteristiche e le battute che ho aggiunto al mio personaggio, ci ho messo molto del mio, effettivamente. Ma l’abito l’ha scelto Werner.

Nel 2009 usciranno tre film in cui recita da protagonista. È uno degli attori più attivi del momento.
N.C.: Mi piace la mia professione, la faccio con passione. Quello che non sopporto invece è il lato più glamour, il divismo, i red carpet, l’esibizionismo. Sono cose che mi rendono nervoso e mi mettono a disagio. Sono sicuro di non essere poi così interessante. È facile stancarsi presto di se stessi in queste circostanze.

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