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Werner Herzog: Due è meglio di uno?

Il regista più itinerante del cosiddetto “nuovo cinema tedesco”, Werner Herzog, approda attesissimo a Venezia non con uno, ma addirittura con due nuovi film di fiction. Perché anche uno dei film sorpresa in concorso porta la firma del maestro tedesco: prima, storica eccezione a una regola che impediva a un autore, fino a quest’anno, di rincorrere il Leone con più di una pellicola. E My Son, My Son, What Have You Done?, questo il titolo, reca anche un’altra firma di grido, stavolta alla voce produttore, quella di David Lynch. Per la serie ti piace vincere facile, come se non fosse bastato un film importante come Bad Liutenant: Port of Call New Orleans.

Un gradito ritorno alla narrazione, quest’ultimo, dopo documentari sui generis che poco hanno a che vedere con il documentaristico e regie teatrali e liriche in giro per il mondo. Herzog riparte dal racconto di una storia, di una vita e dagli Stati Uniti per continuare il suo percorso di ricerca di nuove immagini, da quella stessa Hollywood a cui guardava con ammirazione quarant’anni fa quando assieme a Fassbinder, Reitz e Wenders metteva in crisi il modo di fare cinema nel vecchio continente.

Non ha mai smesso, nella sua carriera di regista come in quella di scrittore e attore, di ricercare qualcosa nell’immagine cinematografica che si avvicini ad una verità profonda, che vada oltre una semplice comprensione. Qualcosa di simile alla sensazione che si prova nel leggere i versi di una poesia, una verità inerente e, come la definisce lui stesso, estatica. Herzog sembra essere un cavaliere errante alla ricerca di domande a cui dare risposta. Una quete, la sua, che non distingue tra percorso intellettuale e viaggio reale, per inseguire una verità, l’immagine, nascosta nel mondo che deve essere rivelata e portata alla visone. Questa dimensione lo conduce a vivere il cinema come esperimento continuo e costante messa in discussione di ciò che già è.

Non smentisce il suo percorso, Herzog, con Bad Liutenant. Un remake che non è, e non poteva essere, un semplice rifacimento del film di Abel Ferrara (del cui film il regista tedesco giura di non aver mai saputo nulla), ma una summa delle ossessioni e delle visioni herzoghiane, di cui si fa diretto portavoce un meraviglioso Nicolas Cage, un outsider che sembra richiamare l’Harry Caul de La Conversazione di F. F. Coppola (regista modello per l’autore tedesco nei primi anni Settanta). Gli scenari post apocalittici della New Orleans devastata dall’uragano, sono il luogo ideale per questo nuovo viaggio tra desideri, sogni, inquietudini.

La Natura di Herzog è sempre sbagliata, casuale, assolutamente spiazzante proprio perché primitiva e misteriosa, vedi la giungla di Fitzcarraldo o lo spazio fantascientifico di L’ignoto spazio profondo. Dentro questi inferni, i protagonisti devono portare avanti la propria sfida per risollevare la propria condizione umana. Le situazioni e gli eventi che derivano da questa spinta personale non possono essere programmati perché tutto è caos, e l’unico modo per dare un senso è perseguire i propri obbiettivi a costo di andare contro tutto ciò che è istituzione e regola. Il giusto non esiste insomma, è l’azione che deriva dal proprio pensiero (o desiderio) l’unica certezza possibile e accettabile. Teoria che Herzog sembra portare avanti sin da giovane, lavorando e ‘rubando’ anche per dedicarsi al suo cinema, e che poi mette in mostra di riflesso nei suoi personaggi.

Questo impulso sembra essersi fatto sempre più cosciente con il passare degli anni, soprattutto durante il suo ultimo periodo negli Stati Uniti. Una sorta di contatto tra il romanticismo mitteleuropeo proprio della sua origine geografica e quella americana dell’ultimo ventennio influenzata da “demoni” come Tarantino e Palahniuck. L’incontro uomo-mondo rivoluzionato alla luce del crollo delle certezze, quando le risposte non si trovano più nemmeno nel contatto con se stessi. Antonioni aveva già concluso Blow Up regalandoci una definitiva perdita delle certezze e ora Herzog, forse, trova una semplice e perversa via d’uscita: basta rimanere ad ascoltare i sogni dei pesci. Ma poi, subito il caos riappare: i pesci sognano? E allora?

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