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Wes Anderson: Fantastic Mr. Anderson

Wes Anderson è un regista che divide pubblico e critica: lo si ama o lo si odia. È però innegabilmente, fra i registi statunitensi della sua generazione, uno dei pochi in grado di creare non solo uno stile personale e inconfondibile, ma un vero e proprio universo di storie e personaggi, con tematiche ricorrenti, variazioni sul tema, attori feticcio come se piovesse. Il tutto nell’arco di una decina di anni e una manciata di film.

Come il giovane Max Fischer, protagonista di “Rushmore”, Wes Anderson ha scoperto la propria vocazione scrivendo commedie teatrali al liceo. Per quanto criticabile, il suo stile fatto di intensi primi piani, lunghe sequenze al ralenti, una fotografia sgargiante e un tipo di umorismo colto-borghese à la New Yorker, vezzose didascalie in font “Futura”, è inconfondibile sin dalle primissime opere e ne dimostra la maturità artistica.

Tra i temi ricorrenti spicca senza dubbio quello della famiglia. Le sue storie girano sempre intorno alla ricerca di legami familiari: il rapporto tra fratelli (“Tenenbaum”, “Darjeeling”), la presenza (o l’assenza) di una madre eterea e saggia, la ricostruzione del rapporto con una figura paterna spesso ambigua o infantile.
In “Rushmore”, Max Fisher si vergogna di suo padre perché è un umile barbiere e lo spaccia per neurochirurgo, ma imparerà ad apprezzarlo dopo aver trovato un alter ego adulto/nuovo genitore/migliore amico in Bill Murray; nei “Tenenbaum”, Gene Hackman si finge malato terminale per riconquistare il cuore dei figli ormai adulti; Owen Wilson si aggrega alla folle troupe marittima di Steve Zissou per incontrare il genitore mai conosciuto; in “Darjeeling Limited” i tre fratelli si rincontrano in India ad un anno di distanza dal funerale del padre.

Non è difficile immaginare tutti questi personaggi muoversi ed esistere contemporaneamente in uno stesso universo, o in uno spazio più letterario che cinematografico. Lo stile e il curatissimo apporto scenografico hanno per il regista texano un ruolo fondamentale nella caratterizzazione di personaggi eccentrici, che sembrano venire dritti dalla penna di Salinger o di David Foster Wallace. Chi conosce questi due autori non può non aver pensato almeno una volta ai Tenenbaum come a dei parenti stretti della famiglia Glass o Incandenza.

Anderson sembra poi conoscere come fratelli tutti i personaggi dei suoi film – e non è un caso: con molti di loro lavora sin dagli esordi, altri sono diventati nel tempo suoi amici e stretti collaboratori, compreso il musicista Mark Mothersbaugh, autore di gran parte delle sue colonne sonore – e ciò gli consente una visione d’insieme più ampia, che sfrutta per caricare di significato ogni dettaglio impresso sulla pellicola.

I suoi film si sono rapidamente imposti come il manifesto di una generazione (quella fra i 20 e i 30) e di una classe sociale (medio-borghese intellettuale) pur essendo estremamente accessibili. Il successo, in particolare, arriva nel 2001 con “I Tenenbaum”, che guadagna una nomination agli Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Segue, a distanza di tre anni, “Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou”, forse il suo film più stravagante ed eccentrico (e per questo meno apprezzato) e nel 2007 “Il Treno Per Il Darjeeling”, presentato a Venezia.
Esce ora in Italia “Fantastic Mr. Fox”, tratto da un racconto del celeberrimo autore di libri per bambini – si fa per dire – Roald Dahl (“La Fabbrica Di Cioccolato”), film in stop motion con le voci di George Clooney e Meryl Streep che ha conquistato una nomination agli Oscar 2020 come miglior film d’animazione.

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