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Doom metal: What is this that stands before me?

Introduzione

Facciamo un esperimento: provate ad ascoltare questo brano e, subito dopo, questo. Stiamo parlando di mondi musicali distanti tanto quanto la samba e il black metal, vero? Ebbene, sia Khanate sia Big Elf, ciascuno a modo proprio, hanno scritto canzoni che possono essere classificate grosso modo sotto la stessa etichetta: doom.

Questo dovrebbe essere sufficiente a rendere l’idea della confusione che regna sotto il (plumbeo) cielo del genere in esame. Confusione che, per una volta, non è un tratto negativo, ma anzi denota una varietà contenutistica ed emotiva che si riscontra in pochi altri generi. Non c’è tematica, non c’è direzione sonora che non sia stata in qualche modo lambita dai neri tentacoli del doom. Siamo arrivati al punto in cui tutto ciò che suona lento viene catalogato, in un modo o nell’altro, con quelle quattro lettere – spesso a sproposito, aggiungiamo.

Ma cos’è, effettivamente, la musica doom? Impossibile definirla in poche righe. Certo, alcuni tratti distintivi sono facilmente identificabili: composizioni lente e spesso molto lunghe, estrema pesantezza ottenuta anche grazie al ribassamento dell’accordatura degli strumenti (come fece per primo Tony Iommi), un universo musicale e concettuale che ruota intorno all’idea di “oscuro”. Ma non bastano queste poche righe per definire un genere che vede coesistere band che fanno dell’epicità e del furor guerresco la loro bandiera a fianco di altre legate ai sentimenti più intimi e profondi dell’animo umano, gruppi che parlano di fantascienza e mondi “altri” insieme a dischi che raccontano esperienze con droghe di vario genere, testi che riprendono la tradizione crepuscolare inglese di inizio ’800 e altri a carattere di denuncia ecologica… e potremmo andare avanti all’infinito. E d’altra parte sarebbe sbagliato vedere un’eccessiva monoliticità e staticità a livello puramente musicale, come dimostra l’”esperimento” del primo paragrafo.
Insomma, sotto il comune slogan di “lento e oscuro” (o se preferite, “Slow, Deep And Hard”) si nasconde un intero mondo, che richiede attenzione e passione per essere scoperto a fondo.

E pensare che tutto nacque, quasi per caso, una quarantina d’anni fa, in quel di Birmingham…
[PAGEBREAK] Fase 1: figure in black which points at me

Stanno finendo gli anni ’60 quando John Michael “Ozzy” Osbourne, Anthony Iommi, Bill Ward e “Geezer” Butler fondano la Polka Tulk Blues Band, formazione di blues rock che conosce una breve stagione di notorietà a livello locale. Siamo a Birmingham, città natale di un altro gruppo di una certa qual importanza per la musica “dura”. Anche i Polka Tulk (poi Earth), come i concittadini Led Zeppelin (parlavamo di loro, ovviamente), mostrano le influenze più varie: oltre all’immancabile blues (matrice di tutta la musica leggera o quasi), i quattro si appassionano al folk europeo e alla psichedelia. Dove sta allora il colpo di genio, la scintilla, la cesura con tutta la tradizione precedente? Cosa rende i Black Sabbath un gruppo sostanzialmente diverso?
Com’è normale e doveroso aspettarsi, la risposta sta in un’oscura leggenda metropolitana mai confermata dalla band. Pare che, dopo una serata al cinema a godersi un marcissimo horror italiano, Osbourne abbia guardato l’amico Butler e gli abbia chiesto “secondo te, se la gente paga per farsi spaventare al cinema perché non dovrebbe pagare per farsi spaventare da un disco?”.

Stiamo parlando del 1968, la fine del decennio di peace&love, la morte di un’idea rivoluzionaria quanto utopistica e irrealizzabile. La gente non si drogava più per essere in pace col mondo ma per scappare dal mondo stesso, i colori allegri che sembravano tingere ogni nota uscita da quegli anni si stavano facendo così luminosi da far male, parossistici e ostentati. C’era chi si rifugiava in luoghi della mente, dedicandosi all’escapismo intellettuale (è di questo periodo l’uscita di ‘In The Court Of The Crimson King’). C’era chi affrontava a viso aperto tutto lo schifo del mondo. E c’era chi aveva deciso di fondere i due approcci, portando l’orrore in musica e creando qualcosa di profondamente simbolico ed emblematico.

Fu così che, ispirandosi al titolo di un horror di Mario Bava con Boris Karloff, Geezer Butler scrisse una canzone intitolata “Black Sabbath”. Il disco d’esordio venne battezzato allo stesso modo, così come il nome della band. Gli Earth scompaiono (forse…), e il 13 febbraio 1970 nasce il mito dei Black Sabbath.

Il disco d’esordio è un colpo grosso: arriva all’8 posto in Inghilterra e al 23 in America, nonostante un airplay radiofonico pari a zero, e soprattutto sconvolge le menti di un’intera generazione. Chiunque abbia sentito l’attacco di “Black Sabbath” può confermare: pioggia, rintocchi di campane, un riff oscuro, rallentato, marcio; e poi la voce di Ozzy, sgraziata, nasale, stonata eppure dannatamente espressiva. Basterebbero i sei minuti della prima traccia per definire un genere, ma soprattutto un modo di intendere la musica pesante. Intendiamoci, non che il resto del disco sia da meno: l’armonica blues di “The Wizard”, l’epico ritornello di “N.I.B.”, la splendida “Behind The Wall Of Sleep”… in otto canzoni viene creato un mondo. Occultismo, satanismo, magia nera, visioni lovecraftiane: la rivoluzione avviene anche a livello tematico, tanto che il gruppo conoscerà un prevedibile ostracismo per via dei suoi (più o meno millantati) legami col Maligno e la sua cricca.
Il resto della carriera del gruppo, almeno per quel che riguarda la fase con Ozzy, è una costante ricerca di direzioni nuove: dagli anthem proto-metal di “Paranoid” alla psichedelia di “Masters Of Reality”, proseguendo con i proggy “Volume 4″ e “Sabbath Bloody Sabbath” – che vede alle tastiere un certo Rick Wakeman. Anche “Sabotage”, “Technical Ecstasy” e “Never Say Die!” contengono elementi di interesse, ma ascoltandoli ci si rende conto che ci stiamo allontanando dal seminato. I Black Sabbath che interessano a noi sono quelli dei primi cinque, irripetibili dischi.
[PAGEBREAK] Fase 2: morte (apparente) e resurrezione

Dal 1970 al 1973 i Black Sabbath hanno dunque contribuito a creare e definire qualcosa di completamente nuovo. Musica lenta, sofferta, teatrale e oscura, equamente divisa tra visioni di mondi “altri” e urla di odio verso “questo” mondo. Pochi sono i gruppi nati in quegli anni che andarono loro dietro, vuoi per l’originalità della proposta vuoi per la scomodità delle tematiche. Tra questi vale la pena di citare Blue Cheer, High Tide, Iron Butterfly, Black Widow, Coven e il “lato oscuro” della scena prog italiana (Jacula soprattutto). Stiamo però parlando di gruppi vicini ai Sabbath per le tematiche più che per l’aspetto prettamente musicale. Evidentemente il blues infetto dei quattro di Birmingham non aveva (ancora) quell’appeal necessario a far nascere un genere. Bisognerà attendere la fine degli anni ’70 per imbattersi nei primi, credibili epigoni dei Black Sabbath.

Piccolo inciso: tematiche così estreme come quelle esplorate da Ozzy e soci avevano bisogno di un certo tipo di terreno fertile per attecchire. Il prog e la psichedelia pura erano in un certo senso generi troppo “educati” per sviluppare appieno il discorso. La spinta decisiva al recupero delle chincaglierie satanico/occulte verrà dall’hard rock più zozzo di quegli anni (soprattutto Alice Cooper e Kiss) e, in seconda battuta, dall’heavy metal – Judas Priest, Iron Maiden e compagnia. Heavy metal che, guarda caso, altro non era che un’estremizzazione del discorso musicale dei Black Sabbath “seconda era” (quelli da “Heaven And Hell” in avanti), dei Rainbow e di altri gruppi simili, con in più un’urgenza tipicamente punk. Come dire, il cerchio si chiude.

Come detto sopra, per trovare i primi veri epigoni dei Black Sabbath bisognerà attendere la fine degli anni ’70 – diciamo pure l’inizio degli anni ’80.
A questo punto le cose si complicano. Da quale lato dell’oceano partire? Dalle gelide lande svedesi o dalle assolate spiagge della California? Quello che parrebbe essere un semplice problema geografico è in realtà una vera e propria questione filosofica. Il doom nato in America è radicalmente diverso da quello nato in Europa, per quanto i due estremi si siano andati avvicinando col tempo fino a toccarsi e ibridarsi. In Europa siamo sempre stati più legati al metallo classico, a tematiche epiche, a composizioni ricercate a livello di struttura e melodia, ad un’emotività più spinta. Negli U.S.A. è il lato grezzo e caciarone a prendere il sopravvento, il marciume, la violenza, l’”estremo” in tutti i sensi possibili del termine. Vale quindi la pena trattare i due aspetti della questione separatamente, sempre tenendo presente (ma non è nemmeno necessario dirlo) l’influenza reciproca delle due scene. Impossibile infatti immaginare Saint Vitus e Pentagram senza Black Sabbath e Black Widow, ma altrettanto impossibile, per chi scrive, pensare ai fondamentali Candlemass senza gli americanissimi Manowar. Per cui, prendete con le pinze questa sommaria divisione, utile solo per organizzare il discorso.

E abbiate pazienza, arriverà anche la seconda puntata. Stiamo pur sempre parlando di doom…

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