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Where Behemoth stalks the metal land

Transfughi di lusso, per cominciare. Musica con gli attributi (qualcuno legga “palle”, please) per dovizia di particolari. Matt Pike dagli Sleep (devoti a, rispettivamente, Toni Iommi, erba e immaginario uscito da un libro di Michael Moorcock), Bill Kelliher e Brann Dailor, un tempo alla corte del Rev. Austin in occasione del “In The Eyes Of God” dei Today Is The Day.
Due modi diversi di guardare alla musica dura -ma non pura- due modi diversi di far divertire il (poco) pubblico presente in sala. Si inizia con i Mastodon, poche ciance e si crea un muro di suono di quelli da ricordare, complice anche l’inequivocabile vena metallurgico-metallica (niente Mimì) dei nostri e l’eterogeneità della loro proposta, più una sana schiettezza di fondo che sa tanto di Do It Yourself. I ragazzi sciorinano uno dopo l’altro i pezzi tratti dal mini di debutto “Lifesblood” e dal primo full length ufficiale “Remission”- tra cui segnaliamo una “Where Strides The Behemoth” da tramandare ai posteri. Tanta fisicità, melodie intense ed azzeccate, aperture che sanno tanto di frammenti semi-acustici e fumanti parentesi sludgecore. Da ammirare la semplicità del gruppo, pur avendo lavorato con personaggi blasonati (lo Steve Austin di cui sopra) rimangono uomini tranquillissimi e dalla grinta impetuosa su palco (corredata da una finezza tecnica ragguardevole. Basta vedere Kelliher-batterista- all’opera). Applausi, applausi e ancora applausi per un act da tenere sicuramente d’occhio. Ma questo già lo si sapeva. Nota di merito -a margine- per la cover dei Thin Lizzy e la maglietta di “Ride The Lightening” di uno del gruppo.
Cambia tutto e passiamo agli High On Fire, adesso come adesso uno dei gruppi -moderni- che più rappresentano l’essenza stessa del Metallo Pesante, ovvero birra, amplificatori fumanti, asce/guerrieri e tantatanta fisicità di fondo. Classico power trio, con un carismatico e imbambolato Matt Pike sugli scudi, e si da inizio al gioco del massacro. Canzoni che rimpiangono i bei tempi di Venom (insomma la cover di “Witching Hour” in chiusura non ci sembra casuale), Motorhead (la voce è quella, sì, proprio quella), Sabbath e compagnia bella. Una goduria insomma. Un poco più noiosi e meno vari ed ispirati dei Mastodon, ma un altro gruppo da tenere d’occhio. Non fosse altro che per il passato prossimo a nome “Sleep’s Holy Mountain” e “Jerusalem”.
Modi diversi, ma per certi versi complementari, di vedere la materia “metal” e paradossalmente, ma non troppo, vengono da una delle etichette più particolari e per adesso progressive del panorama in questione: la Relapse (di recente incensata anche da Barney dei Napalm Death).

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