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Kids no more

Non ci sono storie matte dietro all’ideazione del nuovo disco dei White Lies: la band indie rock britannica ha deciso di prendere come filo conduttore l’esperienza di vita di una giovane donna che lascia la vita di paese per avventurarsi nella metropoli, lasciandosi alle spalle il ragazzo per andare in cerca di un padre che non ha mai conosciuto.

La formula adottata è un po’ generica, non vi sono momenti di fermi immagine sopra a piccoli, leziosi dettagli; il pilastro attorno cui tutto ruota è certamente, di nuovo, la musica anni Ottanta. Lo dimostrano i sintetizzatori, chiaramente strizzanti l’occhio ai Tears For Fears in “Mother Tongue”, ma anche i dannatissimi ricordi legati a Brandon Flowers & co., pure loro appassionati del genere (“Change” sembra “Bling (Confession Of A King)”, “First Time Caller” mette il panico da Killers).

Tutto sommato i White Lies dimostrano di aver raggiunto una maturità artistica che la passionalità dei precedenti due album aveva tenuto abbastanza celata. Si percepisce che non vogliono deludere il pubblico con un seguito che non sia all’altezza del proprio debutto e al contempo si impegnano per dar vita a un LP elegante, che riesca ad accalappiarsi altra audience.

Niente è nuovo e fichissimo: tanto indie rock che guarda agli eighties e al pop di una volta.

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