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  • Whitesnake: Good To Be Bad

    Whitesnake

    Data di uscita: 28-04-2008

    Loudvision:
    Lettori:

Bad Boys

È facile lasciarsi trasportare dall’entusiasmo davanti alla nuova fatica di un musicista che ha contribuito a definire l’hard rock. Ed è tanto banale quanto effettivo constatare l’importanza che un personaggio come David Coverdale ha avuto e, sotto varie forme, continua ad avere tutt’oggi nel panorama musicale. È semplice, dunque, mettersi all’ascolto di “Good To Be Bad” pensando ai fasti dei tempi (e delle formazioni) che furono.
Da questo tipo di considerazioni, però, nascono i fenomeni da amarcord, fenomeni dai quali, in questa occasione, prendiamo le distanze. Perché se è vero, come lo è, che l’ultimo studio-album dei Whitesnake non è un album da sottovalutare, è altrettanto vero che a questa band non è concesso di limitarsi a riprendere idee e atmosfere sonore di album passati (come “1987″ o “Slip Of The Tongue”), rimpinguarli con chitarre più moderne (devote al suono Gibson di Wylde-iana memoria, oggi tanto di moda), e pensare che il gioco sia fatto. Anche se per qualcuno questo atteggiamento ha funzionato.
[PAGEBREAK] Se l’ispirazione e i collaboratori non sono più quelli di una volta, se l’alchimia non riesce più a dovere, se la voce (!) non è più la stessa, e se, insomma, gli anni passano un po’ per tutti, è poco coerente far finta di nulla. È vero, infatti, che l’hard rock bollente di “Can You Hear The Wind Blow” e della title-track, così come la romantica e acustica “‘Til The End Of Time”, si rivelano canzoni ben scritte, strutturate ed eseguite; è altrettanto vero, però, che altri episodi disseminati lungo tutto il disco, come ad esempio il mid-tempo di “Best Years”, opener dell’album, proprio non ce la fanno a convincere.
Ma sono comunque i Whitesnake, anzi, è pur sempre David Coverdale: la band è compatta e le prestazioni dei singoli buone, singer a parte, come accennato, il quale, nonostante il suo innegabile carisma, con una voce sempre più afona e consumata (lacerata), dimostra tutti i (quasi) 35 anni di carriera alle sue spalle. Non solo: anche la voglia di mettersi in discussione potrebbe non essere del tutto assente, ma prendere solo tutte le precauzioni del caso, che in quest’occasione assumono la forma di rimandi (spesso molto evidenti) alle perle del passato della band.
In fin dei conti, quello che davvero manca sono i requisiti propedeutici alla scrittura base di un capolavoro: freschezza e scorrevolezza delle composizioni. In “Good To Be Bad” i pezzi risultano sicuramente moderni, ma poco fluidi, come impacciati e appesantiti, forse anche da suoni a volte poco adatti all’occasione.
Non si tratta di bocciare tout-court, ma di constatare che ai fan viene servito un piatto facile, con cui sfamare il proprio desiderio di un nuovo-old-style album dei Whitesnake. Tutti gli altri si troveranno invece a bocca asciutta, con un album tra le mani che attinge da materiale già sfruttato in passato. Il tutto, mentre a quel monicker stampato sulla copertina viene richiesto qualcosa di più di un’operazione di nostalgico svecchiamento.

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