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Who is Simona Ventura?

Ci sono film nati per far discutere. Per scatenare polemiche e dividere gli animi, al di là di ogni valutazione di merito artistico. “Live!”, per genesi e caratteri intrinseci, è uno di questi. Al cento per cento. Perché pur essendo, alla fine dei conti, un film imperniato sulla fantasia, pur non cercando la profondità psicofilosofica di “The Truman Show” e “Quinto Potere”, la nuova pellicola con Eva Mendes – che uscirà il 6 marzo in circa 130 copie – pone un numero gigantesco di quesiti, alcuni dei quali destinati a creare roventi conflitti e a rimanere presumibilmente insoluti, strettamente legati alla coscienza squisitamente personale. Ma l’importante, sia chiaro, è far discutere, generare un confronto, come ha più volte ribadito la bella attrice cubana giunta a Roma per presentare “Live!” alla stampa.

Come ti sei sentita nei panni di questa dirigente televisiva così spregiudicata e forte?
Sono molto orgogliosa di aver preso parte a questo film, inizialmente era stato scritto per un uomo, e a Hollywood c’è carenza di grandi ruoli femminili. E il progetto mi piaceva così tanto che ho deciso di produrlo. Prima di tutto, infatti, volevo fare un film in grado di provocare: puoi vederlo e poi prenderti un caffè con gli amici e discutere se sia giusto partecipare a un reality come quello al centro della pellicola. A Hollywood si fanno spesso grandi blockbuster – film che comunque amo – ma si tratta molte volte di prodotti un po’ superficiali. E allora ho pensato che fosse il momento di proporre qualcosa di stimolante, specie in tempi così privi di contenuti, soprattutto a livello televisivo.

Abbiamo già assistito alla morte in diretta. Che ne pensi dell’attrazione umana per questo spettacolo?
Non so. Credo sia una curiosità umana, che abbiamo tutti. Una fascinazione per l’ignoto. Credo che il mio personaggio dica una cosa molto sensata quando parla di come questo sia un atteggiamento che esiste da secoli, citando i Romani con i gladiatori, o con gli assembramenti intorno alle ghigliottine. Credo sia facile trovare video di questo genere su internet, basta pensare anche all’esecuzione di Saddam Hussein, che è stata vista in massa. È giusto che si indaghi su questo, facciamoci tutti questa domanda: se trovate la risposta, per favore rendetemi partecipe. Ho fatto il film anche per questo.

La cronaca recente ha accostato questa storia alla realtà, richiamando quanto successo al Grande Fratello inglese. Quanto c’è quindi di fiction e quanto invece è reale?
L’aspetto terrificante di questo film, con la produzione che propone questo tema della roulette russa come cardine del gioco pur di fare audience, è che il suo concept non è poi così lontano o impensabile: magari qualche produttore televisivo da qualche parte nel mondo sta progettando qualcosa del genere. In ogni caso questo film, ripeto, serve a far riflettere anche perché alla fine non ci fa capire davvero chi sia peggio, tra i partecipanti, il produttore e l’audience. Comunque abbiamo creato una satira di un fenomeno che – fatto molto interessante – non è intrinseco agli Stati Uniti, ma rappresenta davvero una tendenza universale.

Ma cosa ritieni davvero intollerabile nella televisione?
Secondo me è disgustoso quando un film o uno show fingono di interessarsi realmente alle persone coinvolte, mentre di fatto le stanno solo sfruttando. C’è un talk show negli USA che si chiama “Jerry Springer Show”, ecco, lo trovo davvero ignobile. Di solito capita qualcosa del genere: arriva un partecipante e gli dicono: “Abbiamo una sorpresa”. E gli rivelano che la moglie lo tradisce, così tutti cominciano a litigare. Le persone dello show sono le vere vittime dello spettacolo, si tratta di pura manipolazione e io non sono affatto d’accordo. Il programma, che peraltro va in onda da 20 anni, è tremendo: ci sediamo a guardare persone che lottano, litigano, e stiamo lì a giudicarli. Non sono qui per predicare, ma devo anche precisare che l’audience ha parte della colpa: quando partecipo come pubblico sono anche io parte del problema, sono colpevole. Chiunque di noi lo è se tiene la televisione accesa.

E il meglio?

C’è anche molta TV buona. Tipo “Madmen”, o “Damages” con Glenn Close. E sia chiaro che non ho alcun pregiudizio nei confronti dei reality: ad esempio mi piace “Project Runaway”, credo sia un grande esempio di come i reality possano funzionare e essere contemporaneamente positivi. È un programma molto ricco di creatività.

A più riprese nel film si fa anche dell’ironia sulle censure: in tv si può mostrare la morte, ma guai a far vedere il sesso…
Recentemente ho fatto una bellissima campagna per Calvin Klein, ed è stata censurata in USA perché si vedeva un seno. Uno solo, non dico due! Gli Stati Uniti sono una nazione molto puritana.

Per quanto riguarda Hollywood, invece, quali sono i suoi mali?

Premetto che amo Hollywood, e sono una delle poche donne a lavorare. È un mondo difficile per tutti e per le donne in particolare. Ma non posso fermarmi a lamentarmi, preferisco rimboccarmi le maniche e mettermi a produrre film come questo. E sono recenti fatti molto importanti e positivi, come la vittoria di Kate Winslet e Penélope Cruz agli Oscar. Donne che hanno grande forza.

Gira voce che in questi giorni incontrerà la regina dei reality italiani, Simona Ventura. Che ne pensa di lei e dei suoi programmi?
Chi? Non so neanche chi sia…Come si chiama? Simona? No sé...

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