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Who needs another mess?

Tra un mese uscirà il nuovo disco degli Slipknot. Grazie all’aiuto del Precog che conserviamo nell’acquario per barare su Bwin, siamo in grado di fornirvi delle ipotesi più o meno fondate su come sarà. Noi non vi abbiamo detto niente.

A quattro anni di distanza dall’ambiguo “Vol. 3: The Subliminal Verses”, gli Slipknot sono di fronte a un bivio che meriterebbe la presenza delle telecamere di Enrico Ruggeri: via libera alla sperimentazione o ritorno al metallo? Forse è il caso di fidarsi di Corey Taylor quando parla di “pesantezza e melodia”, ed è anche il caso di non sottovalutare i trend del revival che sembrano strisciare un po’ dappertutto: che metallo sia, quindi.

Con “All Hope Is Gone”, in uscita il 26 Agosto, gli Slipknot potrebbero congelare definitivamente nel labirinto dell’Overlook Hotel i quattro membri responsabili dell’armamentario elettro-tribale che li aveva resi estremi, diversi e celebri; potrebbero smettere di essere anti-tutto e iniziare a essere pro-qualcosa. La maturità conseguita nel corso degli anni gli consentirebbe di passare al livello successivo anche nella composizione, magari osando riff, strutture e cambi di tempo che portino alla mente il miglior thrash estremo degli anni novanta.
Forse per Joey Jordison e Corey Taylor è giunto il tempo di mostrare al mondo tutte le loro capacità: questo potrebbe indurre il primo a cimentarsi in un drumming ancora più tecnico e il secondo a mettere in luce la propria duttilità vocale evitando la logica del “ritornello melodico sempre e comunque”.

Se gli Slipknot fossero anche furbi, potrebbero dedicare un pezzo ai disturbi post-traumatici dei soldati di ritorno dall’Iraq, un’ideale colonna sonora per “Homecoming” di Joe Dante; in un brano potrebbero omaggiare i Meshuggah, giusto per battere sul tempo chi non l’ha ancora fatto ma che lo farà presto, tipo Enrico Ruggeri. Potrebbero essere coraggiosi fino al limite della pazzia, e inserire una ballad acustica che parli di cuori infranti. Ma questo forse è un po’ improbabile.

Il rischio è che gli Slipknot possano alla lunga diventare gli zii di loro stessi; ma se mostrassero di riconoscersi in un passato risulterebbero forse più umani e tridimensionali. Un ipotetico abbandono dell’animalità di un tempo potrebbe essere valutato sia come un addolcimento sia come la necessaria rottura di un nichilismo ribelle e forse anche un poco ipocrita che ha in ogni caso i giorni contati.

In questo caso agli Slipknot non resterebbe che gettare le maschere.

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