Home > Recensioni > Wildbirds & Peacedrums: Heartcore

Questioni di feeling

Gli Wildbirds sarebbero la voce tersa, trasversale di Mariam Wallentin, mentre le Peacedrums sono percosse con garbo e ostinazione da Andreas Werliin, entrambi svedesi, moglie e marito. I vocalizzi sono quelli di Björk, si ottengono cantilenando le parole e stiracchiando le vocali, Mariam aggiunge un sapore retro quasi soul.
Poi ci sono la delicatezza e il garbo dei “27″, fragilità e concretezza, l’impressione che i due siano i vicini che chiacchierano nella stanza accanto. Sono sensazioni stimolate dalle esitazioni, dallo schioccare delle labbra, dalle pause che rimbombano, dalle bacchette che rimbalzano in presa diretta, accorgimenti (involontari?) che fortificano l’intimità e la crudezza del disco. Percussioni scarne ed essenziali, battiti di mani, accompagnano l’ascoltatore in un soft-pop che vira verso swing e blues, tutto giocato sul feeling e sull’impressione, sulla presa di musicisti che scoprono le carte e si concedono a chi ascolta. C’è poco altro, in un disco solo voce e percussione, da una scuola destrutturante che si scrolla di dosso il passato per semplificare l’opera e renderla più vera.
Potrebbe essere il disco della vita (sicuramente lo è per Wallentin & Werliin, che hanno ricevuto plauso pressoché unanime nella prima stampa datata 2007), ma se questa decomposizione della musica da una parte intriga, dall’altra lascia perplessi. La dinamica dei pezzi è sacrificata in un contesto rigido che ne stringe le possibilità alla limitata gamma espressiva degli strumenti in gioco. I dubbi riguardano l’abbandono della rigidità scolastica in favore di una diversa rigidità personale, forse altrettanto dogmatica. Viene in mente il decalogo di Lars Von Trier, se per essere veri ci si ingabbia nelle limitazioni, si guadagna davvero in spontaneità ed estro creativo?

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