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Willie Peyote: “Uso l’ironia in tutto, mi risolve anche le situazioni più nere” [INTERVISTA]

Ci ha molto incuriosito il suo rapporto con i fans, sempre pronto a mettersi in gioco e proporre soluzioni alternative quando un contrattempo come la pioggia lascia a bocca asciutta (sembra un ossimoro) il suo pubblico. Ci è piaciuto il suo cinismo nel trattare temi sociali e il suo non fingere simpatia per compiacere giornalisti e/o reporter. Parliamo ovviamente di Willie Peyote. Proviamo a sentirlo per parlare con lui dell’episodio di Carroponte, del nuovo album e della scena musicale attuale, senza mai trascurare la sua Torino.

“Willie piace un sacco a chi non ascolta rap, chi invece il rap lo ascolta si dichiara quasi sempre un suo fan”, ti trovi a tuo agio con la definizione che si da di te?
Definizione che tu hai letto nei miei comunicati stampa, me la sono suonata e cantata insomma. Scherzi a parte tutto sommato si, mi trovo a mio agio con questa definizione così come lo sono con tutte quelle che mi danno. Io sono io, quindi di quello che pensano gli altri… ma sticazzi!

Te la sei preparata tu quindi questa definizione. Un po’ come supercazzola per parlare di te senza parlare di te?
Esatto, il trucco era proprio tutto lì.

Il sarcasmo contraddistingue tutti i tuoi pezzi. Questo sarebbe dovuto essere chiaro già dal tuo nome che mescola il cartone animato al cactus da mescalina?
Beh sì, volevo giocare proprio su questo. L’ironia la applico a ogni circostanza della vita, la uso in tutto, mi risolve anche le situazioni più nere. Poi io ho deciso di applicarla con maggiore cinismo nella mia scrittura, ma perchè la società in cui viviamo non è abbastanza cinica?

Tornando al fatto che vieni definito interessante anche da chi non fa il rap, su di te abbiamo sentito esprimersi a favore anche a gente del calibro della De Filippi e di Fabio Fazio, la prima ha introdotto anche la categoria rapper nel suo programma. Se ti chiamasse come coach o come giudice accetteresti?
Ma assolutamente no. Nè dalla De Filippi nè da nessun altro. Io odio tutti i talent. Non potrei mai rendermi complice di uno scempio da palinsesto del genere.

Attento ad essere così categorico, tuoi colleghi che hanno sempre ripudiato i talent e ne hanno fatto una bandiera anti talent in tante interviste, ora sono sotto contratto con X-Factor….
Ma io non sono loro, a me non interessa. So di essere in  minoranza ma ci sto per scelta, per etica. Sono logiche che non mi interessano, a me interessa solo fare musica. C’è chi ci va perchè punta ai palazzetti nei loro live, e poi ci sono gruppi come “Lo stato sociale” che i palazzetti li riempie senza queste scorciatoie, ma solo con la loro musica. Beh io mi sento dalla parte giusta.

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Il cuore torinese è  radicato in te, “Educazione Sabauda” è infatti il nome del tuo ultimo album. Quanto ha segnato essere di Torino per la tua crescita artistica?
Nella crescita artistica solo in secondo luogo, ha segnato davvero invece nella mia crescita personale. L’essere innanzitutto un provinciale e non un cittadino, poi vivere in una città così timida e riservata, in cui tutto sembra così freddo e cinico ma in realtà non è così, è solo una facciata. Torino mi ha insegnato più di tutto il senso del dovere e la serietà del lavoro. Quindi sì, rispondendo alla tua domanda, se associ il lavoro alla mia crescita artistica, molto.

Tuoi colleghi rapper hanno sostenuto di aver frequentato i circoli sociali perchè “amavano il raggae” e su questo hanno iniziato a rappare. La tua passione per il rap invece in che radici affonda?
Assolutamente casuale. Sin da bambino mi piacevano molto i video dei rapper americani, mi piaceva “il principe di Bel Air” e ho sempre voluto provare a cimentarmici. Ho sperimentato altri generi nel mio primo approccio con la musica, poi ho cercato la chiave giusta per il rap e quando l’ho trovata ho capito che davvero questo era il genere che sentivo più mio.

Il 28 giugno era prevista una tua esibizione al Carroponte, sospesa poi per pioggia. Si racconta che una tua fan ti abbia scritto sui tuoi social chiedendoti di esibirti lo stesso ed insieme a Dutch al Circolo Arci Bellezza. “Vox populi, vox dei”, o meglio “Vox fans, vox dei”?
Beh i fans in realtà sono il “populi”, quindi sì. Per essere onesto non è stata solo una fans, non è che faccio i concerti ad personam, ma molti di loro mi hanno scritto, quindi da lì ho capito che le aspettative erano alte e che effettivamente si sarebbe potuto pensare a qualche altra soluzione. Stesso gli organizzatori del Carroponte ci hanno trovato quest’altra location e ci siamo esibiti. E’ venuta su davvero una bella serata.

Partendo dal tuo ultimo album e dalle indiscrezioni sul prossimo in uscita ad ottobre, si nota che tu a livello musicale non lasci nulla al caso, prestando molta attenzione  al  sound, quasi più che alla ritmica delle rime. Qualcuno la chiamerebbe trap, ma anche in quel caso sbaglierebbe perchè non è del cantato ma della musica che parliamo. Stai creando un nuovo genere, il Peyote’ style?
Nel 2017 nessuno si inventa più niente, ho solo miscelato un po’ di generi. Ma lo ha fatto anche Liberato, e non è che Liberato sia la svolta di un genere o un precursore di un altro, siamo persone che hanno capito che la musica deve essere in divenire e abbiamo unito un po’ di strumenti già a nostra disposizione, ma non ci siamo inventati assolutamente nulla nè di nuovo nè di rivoluzionario.

Tentavo di farti un complimento, da buon sabaudo hai un approccio complesso anche con questo?
Ma non è un complimento sentirmi dire che sono il precursore di qualcosa che non è mio, è prendermi meriti che non ho. In America tutto ciò esiste da anni, putroppo in Italia manca la cultura musicale e ogni novità, magari importata, viene letta come rivoluzionaria. Quì i ragazzetti scaricano le basi da YouTube e iniziano a rappare, in America si studia e anche quello che ti dice che non ne sa niente di musica, che è un autodidatta, ha anni ed anni di orecchio musicale alle spalle.20180467_1386449904725215_1776464169_o

Peyote e le battle sembrano essere una combo ossimorica. I tuoi testi sono  ragionati, dai un peso alle parole, difficilmente sei offensivo o volgare…
Bene questo complimento invece lo prendo e lo porto a casa, soprattutto perchè detto da te che sei donna. No comunque mai fatto freestyle, ci ho provato da ragazzo e mi sono reso conto che non mi veniva naturale, così mi sarei dovuto sforzare oltremodo per arrivare comunque a non eccellere. Se c’è un campo in cui voglio primeggiare e non ne sono capace non mi ci cimento. Non gioco per partecipare, gioco per vincere.

A proposito di cantautorato, hai detto che se i nuovi cantautori di oggi sono, fra gli altri gente come Dente o Brunori SAS, sono più cantautori i rapper. La scena musicale attuale ti lascia un po’ a desiderare (per essere gentile)? Chi salveresti?
No ti prego, io un album intero che parla dell’amore non lo reggo. L’amore è un aspetto sociale ma ce ne sono molti altri. Ti pare che per fare l’amore io debba andare “sotto il sole di Riccione” o in mezzo ai tori di Pamplona o tra le granite e le granate? Odio proprio il concetto di tormentone, ripetitivo ed insulso. Ci sono cantautori che trattano anche altro oltre l’amore, e allora sì che li salvo e scriverei anche per loro. Daniele Silvestri in assoluto, ma anche Lo Stato Sociale e i The Zen Circus.

Il 6 agosto recupererai la data al Carroponte. Altri progetti per il futuro? Qualche scoop sul nuovo album?
Beh che scoop posso darti, posso dirti solo che sarà molto più suonato, che uscirà in autunno e che ci risentiremo e mi dirai se ti è piaciuto. Poi siamo in un’epoca in cui tutti fanno mistero di qualcosa, chi della sua identità, chi delle sue svolte artistiche, fammi restare in questo alone di mistero per questo paio di mesi ancora. Sono normalmente in controtendenza, adesso lasciami omologare.

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