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Wilma la pasionaria

Alla conferenza stampa di “Signorinaeffe” Wilma Labate è apparsa molto combattiva contro quanti tacciavano il suo film di schematismo. Ha ricordato il 1980 come la fine di un’epoca in cui la politica era intesa come partecipazione, e ha sostenuto la scelta di raccontare la realtà sociale da una prospettiva diversa, attraverso una figura di donna.

Perché il mondo del lavoro?
Perché è lì che c’è la cultura del nostro paese. Quel periodo è una pietra miliare per comprendere l’oggi, in cui avvengono fatti incomprensibili e tragici. Il 1980 fu un anno terribile, perché segnò il passaggio ad un’altra fase, c’erano dei mutamenti sociali in atto, la coscienza di classe cominciava a cedere.

Nel film è parsa significativa la frase: “Non si può più dire alle donne cosa devono fare”.
Emma è una figura femminile moderna. Mi interessava raccontare molto di più una ribelle donna che un ribelle maschio. È un personaggio sospeso perché non torna indietro, non sceglie mai l’ideologia di Sergio. Oggi una venticinquenne che frequenta l’università non ha una prospettiva identitaria forte, strutturata, perché farà un lavoro che dura un mese, poi uno che dura un anno, e così via, sottoposta ad una precarietà che attualmente consente solo un’identità spezzettata. Il personaggio femminile è il peso specifico della storia. Sono una donna, e ho cercato di partire da me. Anche il movimento della macchina da presa è femminile, sensuale.

Perché quel finale?
Che colpa ho? Non ho fatto un finale ideologico? Quell’anno lì ha segnato l’interruzione di dodici anni di passione collettiva. La domanda del finale è questa: è così? Sono finiti gli anni ribelli? Cominciano quelli tristi? In quel momento c’era una passione molto realistica, e forse estremistica.

Da quanto avete potuto vedere, le condizioni di lavoro nelle fabbriche sono migliorate?
Le rispondo facendo riferimento alla scena delle presse, girata a Rivalta, nella Torinauto. Negli anni ’80 non c’erano i bracci meccanici che oggi servono a rendere più silenzioso il botto. Girare quella scena per me è stata un’emozione altissima, anche perché ho lavorato direttamente con gli operai, che hanno fatto da comparse. Le condizioni di lavoro che ho potuto constatare erano comunque infernali: il rumore delle presse ci obbligava ad urlare per parlarci, il pavimento era scivolosissimo, sembrava che ci fosse grasso accumulato da secoli.

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