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L’equilibrio del Karma

Il vero artista se ne frega della coerenza.
Dopo l’intima riflessione del lavoro solista e le inflessioni progressive di “IV”, Kip ritorna all’alter ego più stradaiolo e spettinato. I Winger, questa volta, giocano a fare i bambini, con uno stile che si maschera di essenziale, retrò, in due parole anni ’80.

La batteria di Rod Morgenstein – si proprio quello che faceva prog insieme a Jordan Rudess – è asservita a tempi semplici e melodie lineari. La ricerca del Karma non va mai a detrimento delle esibizioni stilistiche. I Winger non abbandonano neanche l’idea di allietare con un sound rotondo, isometrico ed avvolgente, a tratti mellifluo, pur avendo recuperato quella spinta heavy degli esordi.

Una sorta di Van Halen temperati: uno stile che, pur cercando di essere ruvido, non riesce a nascondere i propri blasoni e l’incapacità ad involgarirsi troppo.

Qualsiasi cosa canti Kip, riesce sempre a piacerci. Questo album ha una filosofia diametralmente opposta al precedente, sembra quasi partorito da un altro utero. Ma la classe non si scambia con lo stile. E, in definitiva, è meglio la varietà alle molteplici stasi compositive di questi tempi.

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Contro

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