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    Winter Of Sin

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Ibernati nel 1998

Formatisi la bellezza di 10 anni fa gli olandesi Winter Of Sin giungono al terzo disco (fin qui niente di straordinario) fedeli al credo del black melodico (ancora? nel 2008? questo si è straordinario), un sottogenere ormai allo sbando e totalmente privo di un corredo genetico in grado di rinnovarsi. Soliti giri, soliti stacchi, solite vocal. Non che i Winter Of Sin interpretino questi elementi meglio o peggio di altri gruppi, anzi, in certi frangenti i nostri sfoderano un buon gusto fuori dagli schemi.
A ben guardare l’artwork e il libretto l’impressione iniziale è di trovarsi davanti a un gruppo più dedito a contaminazioni con ambienti industriali sulla scia di DHG, Havoc Unit & Co; in realtà niente più che una suggestione data dalle grafiche e dalla presenza di un tastierista in pianta stabile, sebbene (intro para-rumoristica a parte) sintetizzatori e/o campionamenti se ne colgono veramente pochi e l’apporto ai brani è pressoché nullo.
La produzione è un po’ impastata, anche se la cosa non risulta particolarmente penalizzante visto che i brani dei WOS si assestano tutti su velocità non troppo sostenute, senza indugiare mai nella cacofonia, preferendo soluzioni melodiche pressoché onnipresenti, soprattutto nelle chitarre, che passano agilmente da momenti black a qualche fraseggio death. Qualche brano sopra la media c’è, specie quando tutti i pezzi del puzzle sonoro vanno al loro posto, ne sono esempio “All Life Will End Here” o “Dark Clouds Gather North” dove la buona struttura dei brani controbilancia la deficitaria mancanza di originalità. L’ascolto nel complesso è più che godibile anche se, al termine dei 42 minuti, il lascito di questo “Razernij” si perde nella memoria tra un milione di altri.
Un disco che non ha nulla di sbagliato in sé, semplicemente arriva fuori tempo massimo e con la stessa carica rivoluzionaria di un disco degli Hammerfall (il che, a scanso di equivoci, equivale a uno zero spaccato).
Se proprio la melodia vi è indispensabile…

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