Home > Recensioni > Il Regno d’Inverno – Winter Sleep

È una sorpresa totale “Winter Sleep“, il nuovo film di Nuri Bilge Ceylan, in concorso a Cannes 2014. Non per la qualità del lavoro, che è semmai una conferma, ma per le tematiche trattate e per il modo di trattarle. Ceylan è un habitué del Festival, pluripremiato e sempre acclamato: due Gran premi della giuria, un premio alla miglior regia, gli manca ancora la Palma, che sia l’anno buono? Non sarebbe sicuramente uno scandalo, anche se siamo solo al quarto film passato al Palais.

Aydin è il proprietario di un hotel immerso in un paesaggio naturale mozzafiato nel cuore dell’Anatolia. Vive con due donne, Nihal e Necla, di cui non vi rivelo l’identità per non rovinarvi il primo sussulto. Tre esseri umani immersi nella solitudine e nell’isolamento, con poche occasioni d’intrattenere rapporti sociali, che l’arrivo dell’inverno rinchiuderà tra le pareti delle loro stanze, tre animi gonfi di frustrazione e rancori sopiti pronti ad esplodere.

Il film si apre in ampi spazi, tra allevamenti di cavalli e rocciosi sentieri a strapiombo. Ma, pian piano, diventa un kammerspiel (dramma da camera) mediorientale totalmente inatteso. Una sequela impressionante di scene madri con due personaggi per volta in campo, in interni illuminati a stento da lampade o fioche candele, a combattere dialetticamente su tutto, religione, politica e, infine, sui loro rapporti interpersonali. Il mite Aydin viene analizzato con parole taglienti come un bisturi. La sua reazione iniziale sarà la fuga. Ma la parabola umana di questi personaggi dovrà concludersi proprio lì dove tutto è iniziato.

Prendendo come nume tutelare il maestro supremo Ingmar Bergman, Ceylan immerge il suo film nella neve e negli spazi chiusi, creando così un cortocircuito culturale di grande interesse. Non tutti i “duetti” sono della stessa intensità, e quindi ci si trova continuamente su una sorta di montagne russe che alzano e abbassano il livello nel giro di pochi minuti. Ma quando un film richiama atmosfere bergmaniane senza troppo sfigurare, e ha, per di più, una chiusa felliniana che non vi anticipo, non si può far altro che applaudire. Nel Gran Teatro di Cannes, l’applauso è durato parecchi minuti.

Conflitto tra immobilismo delle idee e praticità dell’atto fisico, il cinismo dell’intellettuale scollegato dal mondo, lo spreco di un corpo umano immobile che non sfrutta la sua energia cinetica potenziale, l’annoso dibattito sull’amore capace o meno di migliorare le persone e tanto, tanto altro. In questo film troverete ragionamenti speculativi su qualunque cosa. Il rischio di rappresentare una sorta di bignami del pensiero umano c’è, ed è per questo che abbasso di un punto il mio voto, fuori dall’iniziale entusiasmo. Potrete annoiarvi, certo, ma potrete anche amarlo visceralmente.

Pro

Contro

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