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    Witchcraft

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Signore e signori, il disco dell’anno… 1975

Arrivano al terzo disco gli svedesi Witchcraft. E no, non si tratta di una ristampa di qualche misconosciuto lavoro degli anni ’70. “The Alchemist” è stato scritto, suonato e registrato nel 2007. Chi già conosceva i precedenti “Witchcraft” e “Firewood” sapeva già cosa aspettarsi, a beneficio di tutti gli altri c’è poco da dire: i ragazzi suonano come un sentito e genuino omaggio a una certa scena hard-blues d’Oltremanica, con occasionali viaggi oltreoceano. Oltretutto, incredibile dictu, con questo disco i quattro si allontanano parzialmente dall’influenza-Pentagram dei due lavori precedenti, preferendo tornare ancora più indietro nel tempo. Anche per quel che riguarda i suoni: vintage, polverosi, naturalissimi.
Già, meglio sgombrare il campo dagli equivoci: qui e là si leggono classificazioni fuorvianti come “stoner rock” o “doom metal”. Be’, scordatevele. “The Alchemist” si apre con un quasi-omaggio ai Blue Oyster Cult (“Walk between the lines”), prosegue in direzione Black Sabbath e da lì non si sposta. “If Crimson Was Your Colour” e “Hey Doctor” potrebbero essere outtakes di uno dei primi tre dischi del quartetto di Birmingham, mentre qui e là (“Samaritan Burden”) fanno capolino anche i Led Zeppelin.
Dove sta la novità, quindi, se a quanto pare siamo di fronte ad un album di cover mascherate? Nessuna novità, questo è il segreto. Solo sette bellissime canzoni. Ben suonate, cantate ancora meglio. Scritte con passione e arrangiate con gusto – il Moog di “If Crimson Was Your Colour” o i fiati di “Remembered”, ad esempio, sono piccole chicche che abbelliscono i brani senza appesantirli. E così, i tre quarti d’ora scarsi del disco scorrono piacevolmente, toccando l’apice di creatività con l’autocelebrativa suite finale “The Alchemist”.
D’accordo, nulla di nuovo sotto il sole. Ma quando ci sono le canzoni, possiamo anche fregarcene dell’innovazione. E ora godiamoci le reazioni di chi si era indignato di fronte al debutto dei Wolfmother…

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