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  • Wolf Eyes: Burned Mind

    Wolf Eyes

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Feedback’s music for the wild at heart

Trattasi, nel caso specifico, non tanto dell’utilità della musica in questione – meno che mai della sua piacevolezza auricolare -, quanto del senso del suo (dis)farsi. Wolf Eyes visto come combo tendenzialmente imprescindibile del noise semi-elettronico contemporaneo. Tendenzialmente, ché, a conti fatti, gran parte della fama, comunque sia meritata, deriva da uno di quei circoli viziosi di tendenze e guerre mediatiche che anche nell’underground musicale trovano il proprio spazio. Da qui, o viceversa, la firma su Sub Pop. In realtà la vicenda è più complessa, richiama le etichette Bulb ed American Tapes e una serie sterminata di artisti, collaborazioni e progetti vari (basti citare le produzioni con Smegma e John Wiese).
“Burned Mind” come monolito nero del caso, con il suo carico di strutture libere e presunta mancanza di schemi; improvvisazioni, field recordings e silenzi (s)carichi di significato che costringono a rivedere il senso della musica fin lì udita. E per quanto suoni stantia la descrizione, la realtà è ben più stimolante, in quanto i W. E. hanno paradossalmente ben presente sia la grammatica della decostruzione che la sintassi del caso, se non proprio lo stile di cui dovrebbero marchiarsi.
Certo è che per intensità il disco supera lo scialbo split con Black Dice, mettendo in luce il nodo della questione: la vitalità della proposta, indubbiamente di valore, nonostante qualche passo falso nel percorso. A lato dell’energia messa in circolo, deve essere chiaro che W. E. si esplica semplicemente in un’avventura all’interno del rumore, dell’eco, dei filtri, delle modulazioni, dei fischi e così via; e che il senso del proprio suonare è il suono stesso, senza troppi panegirici o teorizzazioni del caso.
E, per quanto sia tutto piuttosto divertente, stimolante, ottimamente “suonato/prodotto”, deve essere chiaro che, se non vi interessa l’apologia del feedback, questo non è il disco destinato a voi.

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