Home > Recensioni > Wolf Parade: At Mount Zoomer
  • Wolf Parade: At Mount Zoomer

    Wolf Parade

    Loudvision:
    Lettori:

Correlati

This brain’s on fire

Bisogna avere l’onestà di farsi umili e ammettere, di fronte all’opera seconda del quartetto montréalais, l’impossibiltà di dare un giudizio a caldo su quello che si configura palesemente come un grower, un disco complesso che cresce con il tempo. Il problema non sta nello spiazzamento: tutto si può dire di “At Mount Zoomer” fuorché che non sembri un album dei Wolf Parade; c’è la voce rock e sbilenca di Dan Boekner accoppiata al salmodiare iper-filtrato di uno Spencer Krug sempre più consapevole delle sue non comuni capacità; e c’è un florilegio di synth (Hadji Bakara stavolta più in evidenza) che sgomita tra ritmi e melodie in continuo mutamento. È un album dei Wolf Parade, senza dubbio, ma non è un facile sequel di “Apologies To The Queen Mary”: qui l’anima dura di Boekner e le propulsioni prog di Krug non sono più in contrapposizione, ma si amalgamano e si contaminano a vicenda, dando vita a uno stile che, se da un lato è innegabilmente più adulto, è anche assai meno immediato. È solo dopo molti “se” e molti “ma” che possiamo catalogare questo album nel genere indie rock: qui, per lunghi tratti, sembra di assistere a un fantastico ibrido in cui Krug mette la forma (lunghezza, ripetitività, sovraccarico) e Boekner il contenuto (elettricità, ritmi sostenuti, durezza). Un indie-prog elettronico, se vogliamo, che alla distanza è capace di far emergere aperture di inattesa bellezza tra il garbuglio di suoni. In questo senso, il primo singolo “Call It A Ritual” è più un bignamino di queste nuove sonorità che non un pezzo veramente rappresentativo: una litania languida che sembra arrampicarsi su un’ incalzante e sincopata impalcatura di piano. Ma i veri, nuovi Wolf Parade sono altrove, tra i fraseggi rock di “Language City”, tra i cupi echi disco di “California Dreamer”, nella new-wave catatonica della (bellissima) “Fine Young Cannibals”. Ci vuole pazienza, per districarsi in questo ribollire; e alla fine si riuscirà anche ad affrontare la lunga, magmatica, conclusiva suite a nome “Kissing the Beehive”, summa – questa sì – dello spirito di questi maturati Wolf Parade.
A questo punto, forse, saremo pronti per un giudizio più sicuro e circostanziato. Che sarà comunque positivo.

Scroll To Top