Home > Recensioni > Wolves In The Throne Room: Two Hunters

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New Black Age

Definitivamente sdoganati dall’approdo su Southern Lord, i Wolves In The Throne Room sono riusciti, nell’arco di due soli album, a portare il black metal americano sotto riflettori del tutto nuovi, basti pensare che le loro parole sono finite sulle pagine di Pitchfork, oltre che sulle colonne più trendy e snob di tutto il globo.
È altrettanto vero, però, che il lavoro messo in mostra da “Diadem Of 12 Stars” prima e “Two Hunters” ora è assolutamente degno di rappresentare quello che può essere il black metal oggi. In entrambi i casi, quattro lunghissime tracce che portano in note una filosofia naturalista piuttosto radicale, che funge da filtro per la disperazione gelida che da sempre trova in questo stile la propria espressione.

Rick, Nathan e Aaron vivono nei boschi di Olympia (Washington), che ascoltati da qui non sembrano troppo diversi da quelli innevati della Scandinavia. L’aria inqueta che si aggira tra gli alberi introduce il disco con cinque minuti dominati da synth e batteria, ma soprattutto da una desolazione che trova analogia soltanto nei più desolati anfratti di Twin Peaks.
In “Vastness And Sorrow” appare il black metal nella sua forma più riconoscibile, zanzarosa e tagliente, ossessiva nel suo nichilismo, ma così eclettica ed espressiva che sembra lasciare fin troppo presto spazio alla pace ambient di “Cleansing”. Ritmi tribali si associano alla visione di vastità naturalistiche dipinte dalla voce di Jessica Kinney, che naufragano nella morsa di uno screaming affilato fin quasi alla conclusione del disco, quando riappare una sirena di speranza.

I lupi, gelidi e solitari, fanno irruzione nella sala del trono per rivendicare, ancora oggi, il primato della natura. Difficile dar loro torto.

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