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Rieccoci in sala a presenziare alle origini dell’ennesimo, promettente supereroe, stavolta però donna. È Wonder Woman, supereroina della scuderia DC Comics nata come esperimento di figura femminile nei fumetti supereroistici nel 1941 dalla penna, ma soprattutto dalla mente, dello psicologo William Moulton Marston (inventore del poligrafo, la “macchina della verità”: tenete a mente).

Wonder Woman”, il revival cinematografico di quest’estate, è stato preceduto dalla partecipazione del personaggio titolare al film dell’anno scorso “Batman v Superman: Dawn of Justice”, e torna a reclamare la gloria ormai perduta da almeno quarant’anni, all’epoca dell’omonima serie televisiva di successo che la vedeva protagonista negli anni ‘70.

In questo nuovo film conosciamo la “Donna Prodigiosa” da bambina: ella è Diana, figlia di Ippolita, Regina delle amazzoni dell’isola leggendaria di Temiscira. Diana però non è come tutte le altre guerriere e ha poteri di natura divina che verranno presto messi alla prova da Ares, il dio figlio di Zeus attualmente impegnato nel trastullo della Prima guerra mondiale. Diana (Gal Gadot), al fianco della spia americana Steve Trevor (Chris Pine) e un manipolo di scalcagnati vari, da Londra arriva sul fronte tedesco dove darà il suo spettacolo marziale, votato però alla salvaguardia degli innocenti, fino allo scontro finale col dio della guerra Ares in persona.

Sorprendentemente questo è il primo titolo del DCEU (DC Extended Universe) a abbandonare i toni oscuri dei film precedenti, che li differenziavano dal concorrente MCU (Marvel Cinematic Universe), e a abbracciare la leggerezza, poggiata quasi interamente sull’eleganza e la precisione dell’interpretazione di Gal Gadot. Un’eroina a cui la forza prodigiosa non ha alterato l’ingenuità dello spirito, così disarmante da costringere a ascoltare i suoi ideali pacifisti e a riflettere sulla natura apparentemente contraddittoria della sua grande forza. Non che questo apra l’accesso a dibattiti profondi sulla guerra e sulla pace, ma contribuisce a una chiave di lettura finalmente diversa da quella del soverchiante chiasso apocalittico dei cinecomic.

Non per niente il ralenti, marchio di fabbrica di Zack Snyder (regista di altri film del DCEU ma qui soltanto produttore), viene immediatamente adottato dalla regista Patty Jenkins per evidenziare la coreografia dei tanti e clamorosi combattimenti, come se la micidiale tecnica amazzone fosse un impegno diplomatico al conseguimento della pace piú che una manifestazione di forza.

Da Snyder è mutuato il famigerato ralenti ma viene quasi completamente ignorata la sua ricerca estetica: fra paradisi naturali e trincee, il risultato di questo particolare film in costume e di guerra non va comunque oltre il convenzionale. Ancora più convenzionale, e deprecabile, è il meccanismo narrativo farraginoso dove i troppi poteri magici in gioco (fra cui il famigerato “Lazo della Verità”, di cui l’inventore del poligrafo dotò la sua creatura sin dai primi fumetti) annientano ogni possibile senso di pericolo e di avventura.

Quello che non fa l’immagine però lo fa la musica. La variegata e potente colonna sonora di Rupert Gregson-Williams che, dalle commediazze di Adam Sandler, cartoni animati minori e altre incombenze che il boss Hans Zimmer gli mollava, si è finalmente guadagnato l’onore e l’onere di comporre musica per film di più ampio respiro, dimostra di saper tenere le redini di film impegnativi per temi e valori produttivi, come già l’anno scorso in “La battaglia di Hacksaw Ridge” di Mel Gibson. La scena madre del film funziona anche e soprattutto grazie alla composizione di Rupert Gregson-Williams, quella che nell’album della colonna sonora si chiama “No Man’s Land”. La stessa composizione contiene anche il tema identificativo di Wonder Woman, creazione di Hans Zimmer e Steve Mazzaro per il film precedente “Batman v Superman: Dawn of Justice”, che in quell’album aveva titolo “Is She with You?”.

Nonostante il personaggio sia nato con intenti educativi e inclusivi del genere femminile nelle storie di supereroi (celebrazioni per antonomasia della forza fisica) la storia di Wonder Woman non ha alcun tratto femminista. Il ruolo delle amazzoni come protettrici dell’umanità è di fatto quello di madri, sostegni delle potenzialità umane (maschili), ed è inutile dire che Diana e Steve finiscono per innamorarsi. Insomma, non è certo una storia di indipendenza femminile. È più una storia di parità dei sessi, allora, ma l’imminente film della Justice League (in arrivo in autunno) tornerà a minare questa parità.

Come ogni film delle origini, “Wonder Woman” ha il privilegio di poter giocare coi generi narrativi, consapevole però che già la stagione successiva lo status quo sarà ripristinato e tutto questo gioco e questo sforzo si perderanno nel rumore della prossima grossa esplosione.

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