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Guillermo Arriaga (sceneggiatore nominato all’Oscar per “Babel”, e regista di “The Burning Plain”) si è preso una pausa dalla scrittura delle sue storie di violenza e sfortuna per passare a produrre un progetto ambizioso e interessante: “Heartbeat of the World” (“il battito del mondo”, serie quattro di film a episodi su religione, droga, sesso e politica), di cui “Words with Gods” è il primo capitolo.

Il film, nel suo piccolo, vuole essere un lume di ragionevolezza nell’abisso dell’estremismo religioso e dei conflitti sanguinosi in cui è degenerato e che minacciano la pace nel mondo. Con sguardo pluralista e neutrale allo stesso tempo, “Words with Gods” racconta la religione e l’ateismo nella vita di singoli individui, perché solo nell’intimo di ognuno, e non come imposizione di Stati confessionali, possono avere la loro efficacia lenitiva sulle pene della vita.

Arriaga non si è sobbarcato tutto il progetto sulle sue pur robuste spalle, ma ha ingaggiato altri otto registi di chiara fama e spiccata sensibilità, ognuno alle prese con la religione propria o della propria cultura. Il premio Nobel Mario Vargas Llosa ha avuto l’onere di mettere in ordine i nove cortometraggi risultanti, scegliendo di disporli nell’ordine di anzianità dei vari culti (partendo dalla tradizione aborigena e finendo con l’ateismo). La designer e animatrice messicana Maribel Martinez ha realizzato le transizioni di intermezzo fra un corto e l’altro, sul tema musicale composto da Peter Gabriel che culmina nella sua canzone originale “Show Yourself”, sui titoli di coda.

Il primo film è “True Gods”, sulla spiritualità aborigina australiana, diretto da Warwick Thornton (vincitore della Camera d’Or a Cannes nel 2009 con “Samson and Delilah”). Una donna incinta deve affrontare da sola un viaggio nel deserto: è un percorso di meditazione tradizionale delle culture aborigene che illustra il legame fra la maternità e la terra. Privo di dialoghi e di musica, è un’esperienza di meditazione anche per gli spettatori, e l’occasione per soffermarsi sul panorama delle vergini distese australiane.

Di pari intensità è il quarto cortometraggio, “Sufferings”, sul buddhismo, del regista giapponese Hideo Nakata. Il titolo del film si riferisce alla parola che nel buddhismo indica quattro tipi di sofferenza. E la sofferenza è del protagonista del film, che perde la sua famiglia intera nello tsunami del 2011. Se il buddhismo è la religione conosciuta tipicamente per il culto della pazienza e della sublimazione del dolore, il povero protagonista ha parecchio da farsi spiegare al riguardo dal suo amico monaco, mentre entrambi sono travolti dalle sofferenze.

Subito dopo tocca a Amos Gitai con il suo “The Book of Amos”, dove Amos è il profeta dell’Antico Testamento da cui sono tratte le profezie recitate una dopo l’altra in un mirabile pianosequenza da molti degli attori dei sui film precedenti, sullo sfondo degli scontri corpo a corpo nella città di Gerusalemme perennemente ferita da conflitti di fede. Straordinaria la performance degli attori e la potenza delle parole bibliche per il contesto sociale contemporaneo. Non è solo per il suo pianosequenza, allora, se questo è il miglior corto di una più che degna collezione.

Una guerra personale, che non ci è dato di capire nitidamente, è quella del protagonista di “Our Life”, il cortometraggio di Emir Kusturica sulla fede cattolica ortodossa, dove il regista stesso interpreta un prete solitario che intraprende una scalata impietosa con sacchi di pietre sulle spalle. Nessuna battuta di dialogo a fornirci una spiegazione, se non le scene finali che ognuno interpreterà come crederà.

Se ancora tutto questo non ci ha scosso (magari grazie ai cortometraggi più leggeri, che non ho ancora citato), c’è Guillermo Arriaga sul traguardo pronto a darci il colpo di grazia. Il suo film, “God’s Blood”, è l’ultimo della lista e è dedicato all’ateismo. Una storia aperta alle interpretazioni, ma che racconta indubbiamente una disperazione. La disperazione per antonomasia, probabilmente: Dio appare in sogno a un vecchio ateo, rivelandogli l’intenzione di suicidarsi. Al risveglio, in stato di eccitazione quasi allucinatoria, il vecchio chiama suo figlio (interpretato dall’unica “star” del gruppo, Demián Bichir), ateo anch’egli, e ciò che accade dopo stravolgerà il mondo intero.

Tante note di merito anche ai cortometraggi più leggeri della collezione, che non temono di farci sorridere o proprio ridere di gusto ma senza mai cadere nella parodia. Sono “God Room” di Mira Nair sull’induismo, “The Confession” di Álex de la Iglesia sul cattolicesimo, e “Sometimes Look Up” di Bahman Ghobadi sull’islamismo.

Lasciamo come riferimento una tabellina riassuntiva dei film, nell’ordine in cui sono proposti:

  1. True Gods” (“Veri dèi”), di Warwick Thornton (AUSTRALIA)
    sulla spiritualità aborigena
  2. The Man Who Stole a Duck” (“L’uomo che rubò un’anatra”), di Héctor Babenco (BRASILE)
    sul culto umbanda
  3. God Room” (“La stanza di Dio”), di Mira Nair (INDIA)
    sull’induismo
  4. Sufferings” (“Sofferenze”), di Hideo Nakata (GIAPPONE)
    sullo shintoismo/buddhismo
  5. The Book of Amos” (“Il libro di Amos”), di Amos Gitai (ISRAELE)
    sul giudaismo
  6. The Confession” (“La confessione”), di Álex de la Iglesia (SPAGNA)
    sul cattolicesimo
  7. Our Life” (“La nostra vita”), di Emir Kusturica (REPUBBLICA SRPSKA)
    sul cristianesimo ortodosso
  8. Sometimes Look Up“, di Bahman Ghobadi (TURCHIA)
    sull’islamismo
  9. God’s Blood“, di Guillermo Arriaga (MESSICO)
    sull’ateismo

 

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