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Un’elegia per la fine del tempo

Gli Worship sono a buon diritto un gruppo “di culto”. È vero che non sono stati i primi, né probabilmente i migliori, a suonare un certo tipo di funeral doom. A renderli speciali è soprattutto la storia personale. Hanno un solo disco alle spalle, inizialmente uscito solo in cassetta e intitolato “Last Tape Before Doomsday”. Ovviamente introvabile, anche nelle sue versioni in CD e vinile (non crediamo sia necessario dirvi come è stato modificato il titolo). Dopodiché qualche split con gruppi altrettanto undeground, come Stabat Mater e Mournful Congregation.
E infine, il suicidio del cantante Max Varnier, gettatosi da un ponte nel 2001. Un gesto estremo, quasi incredibile, che gettò una nuova, agghiacciante luce sui testi e sull’immaginario della band. Fatte le debite proporzioni, uno Ian Curtis del doom.
Poi, nel 2004, la band si riforma. Tam tam su Internet, voci che si rincorrono su un eventuale nuovo disco. Che vede finalmente la luce nel 2007, con l’eloquente titolo “Dooom” – sì, con tre O.
Ma come suonano gli Worship nel 2007? Probabilmente la risposta “come nel 1999″ non stupirà nessuno. Quindi profusione di superlativi: chitarre lentissime, pesantissime e riverberatissime, batteria lontanissima, voce bassissima e profondissima. Come da manuale, i pezzi sono lunghi, ipnotici e ripetitivi, basati più sull’atmosfera e sull’impatto che sul songwriting. Rispetto a “Last (quellochevolete) Before Doomsday”, sono diminuiti gli stacchi acustici, mancano le parti recitate in francese da Max, le canzoni sono ancora più omogenee. Questo non significa necessariamente un passo indietro: gli elementi che “staccano” (qualche nota di piano qui e là, voci pulite in un paio di tracce) sono pochi e perfettamente piazzati all’interno dei pezzi, i suoni sono meno caotici e ovattati, l’atmosfera generale è meno morbosa e più malinconica rispetto agli altri lavori della band. Nell’ultima canzone, “I Am The End – Crucifixion Part II” è stato anche inserito un sample vocale del defunto Max, sentito epitaffio e chiusura perfetta per un grande disco.
Già, perché “Dooom” è un grande disco. All’interno di una scena così poco seguita sfiora la perfezione, perfezione che per forza di cose non può venirgli riconosciuta in un contesto più ampio. Gli Worship sono troppo ostici per chi non ama questi suoni, e non è certo consigliato l’ascolto a chi si avvicina adesso a questa scena; il rischio di annoiarsi è troppo grande.
Per tutti coloro che apprezzano, invece, e speriamo che ce ne siano, “Dooom” è uno dei migliori dischi dell’anno.

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