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  • X-World/5: New Universal Order

    X-World/5

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Alla conquista del cosmo

Chissà come suonerebbero i Manowar se venissero sparati nelle profondità siderali. Probabilmente come gli X-World/5.
Messa da parte l’ironia, va senza dubbio tributato un plauso al tentativo degli XW5 di rinverdire e rinfrescare un sound come quello del metal più classico filtrandolo attraverso deviazioni cyber, ritmiche cadenzate e synth a profusione. Idea intrigante, specie considerando che della partita fanno parte nomi come Magnus Rosen, Nils K. Rue e soprattutto il fenomenale axeman Andy LaRoque: comprensibile quindi aspettarsi risultati di grande spessore.
Un’operazione del genere fu tentata anni or sono dagli italiani X-Hell, con successo tutto sommato scarso, ed in altri termini (più progressivi e thrashy) dai Biomechanical, cui la band di questo “New Universal Order” sta come gli Hammerfall stanno ai Megadeth. La musica degli X-World, infatti, risulta piuttosto semplice (sembra a tratti di sentire una versione meno arrembante e power degli Iron Savior), specie da un punto di vista prettamente ritmico, con un groove giocato quasi esclusivamente sulla sovrapposizione di beat piuttosto quadrati, marziali, e sistemi di tastiere ed effettistica ricchi e sufficientemente spaziali.
Non aspettatevi, però, la psichedelica cosmica e sognante di band come gli Arcturus, o la violenza cyberpunk delle band deathwave come Mnemic e Sybreed: qui la dimensione futuribile è una sovrastruttura, una sorta di schema d’aggiornamento che non riprogramma le coordinate musicali, ma si limita a plasmarne il primo impatto.
[PAGEBREAK] Idea interessante, sia chiaro, ma anche foriera di un problema serio che emerge già dai primissimi ascolti prolungati: alla lunga, senza grossi spunti qualitativamente nuovi, si rischia la noia. Ed ecco, appunto, il discorso dei Manowar su uno star destroyer di “Guerre Stellari”: perché le voci soliste che si protendono in improvvise tonalità alte, le armonizzazioni, le stesse lyrics (a cominciare dal titolo), cercano sì di venare il platter di afflato epico e poderoso, ma producono pure uno sgradevole senso di deja-vù, specie perché anche all’interno dell’album stesso l’inventiva, in quanto a composizioni, si mostra rara e fugace (belli gli sperimentalismi un po’ space-rock di brani come “Lunar Voyage” e in minor misura “Crocked Cross”), anche perché le song sono troppo incentrate sul mid-tempo. E non basta la pulizia del sound, obiettivamente molto ben prodotto, a salvare il risultato: per elevarsi dalla massa e dare reale respiro alla brillante intuizione di attualizzare un genere geneticamente retrò e tradizionalista come il true metal ci vogliono un songwriting realmente vincente e idee più incisive. Gli X-World/5, per ora, rimangono una nobile incompiuta.

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